La “follia delle follie” sul Seceda

[Foto di Chavdar Lungov da Pixabay.]
Ciò che sta accadendo sul Seceda (per alcuni sulla Seceda, al femminile), in Alto Adige/Südtirol, è l’ennesimo caso emblematico di cosa è diventato il turismo di massa dopo essere stato lasciato per troppo tempo privo di gestione, innanzi tutto politica. Ne avrete sicuramente letto sui media: del luogo meraviglioso e per ciò tra i più celebri e “instagrammati” delle Alpi italiane, dell’affollamento crescente, della provocazione del tornello installato a inizio luglio per l’ingresso a pagamento, delle code che nel frattempo diventano sempre più lunghe e sconcertanti, della colpa data alla Apple che ha usato il luogo per lanciare  l’iPhone 15 (?)… Ma la cosa più significativa di tutte, per come la dice lunga sulla realtà turistica in certi luoghi – sulle nostre montagne soprattutto – e del perché accadano cose tanto sbigottenti, è la richiesta della società che gestisce le funivie del Seceda, a fronte di cotanto inaccettabile sovraffollamento a 2500 metri di quota, di triplicare la portata dell’impianto di risalita Furnes-Seceda, quello che porta tale massa di turisti in quota.

TRIPLICARE LA PORTATA. Già.

Vi rendete conto?

[Immagini tratte da “IlDolomiti“.]
È un po’ come se a bordo di una nave che può trasportare mille passeggeri, e per ciò già cominci a ondeggiare e traballare durante la navigazione, il capitano ne voglia caricare tremila. Il che significherebbe farla affondare rapidamente e inesorabilmente.

Vi pare un’idea formulata da una mente sana? E, di conseguenza, cosa fareste a quel capitano? Lo manterreste al comando della nave oppure gli chiedereste di lasciare il suo posto a qualcun altro che sappia condurre la nave con maggior buon senso e comprensione della realtà?

Io una risposta a queste domande ce l’ho ben chiara e senza dubbio la contestualizzerei anche a ciò che sta accadendo sul Seceda. Perché lasciare un luogo tanto meraviglioso quanto delicato nelle mani di soggetti del genere è indubitabilmente pericoloso, non posso pensare altro di differente*.

Dunque mi auguro che la politica altoatesina, come sta annunciando sui media, veramente si opponga a qualsiasi iniziativa che aggravi l’assalto al Seceda e al suo paesaggio e non solo, ma intervenga radicalmente per diminuire la pressione turistica sul luogo. Tuttavia, mi auguro pure che prenda da parte i tizi che “governano” il turismo sul Seceda e faccia loro un bel discorsetto, chiaro e duro. Perché se lo meritano tanto quanto il Seceda non merita il loro atteggiamento strafottente nei suoi confronti. Ecco.

N.B.: su “Salto.bz”, ottima testa online sudtirolese, trovate alcuni ottimi articoli che analizzano bene il “caso” del Seceda e ne mostrano immagini assolutamente eloquenti, tra i quali questo.

*: per giunta, guardate cosa si trova sulla home page del sito sella società delle funivie del Seceda:

«Unesco World Heritage», «Natura pura», «Nel bel mezzo del Parco Naturale Cisles-Odle»… Proprio!

Oltre al danno e alla beffa, la presa per il c… be’, avete capito.

 

Se la bellezza delle montagne non basta a proteggerle…

[Arolla, Canton Vallese, Svizzera. Foto di Xavier von Erlach su Unsplash.]
In un mondo “normale”, abitato – per la parte antropica – da uomini intelligenti e senzienti, dotati di senno e di senso (civico, in primis), la bellezza delle montagne basterebbe a proteggerle da qualsiasi azione che le potrebbe degradare. Nel nostro mondo, invece, troppo spesso è il motivo per il quale si decide di sfruttarle per ricavarci qualche tornaconto. «Un luogo montano è particolarmente bello? Bene, può rendere un sacco, dunque sfruttiamolo quanto più possibile!» Così pare che funzionino le cose, oggi, quando viceversa un luogo così bello, proprio perché tale, sarebbe da tutelare il più possibile e rendere fruibile nel modo più equilibrato e sostenibile con cura, sensibilità, attenzione, rispetto e visione del futuro.

Paradossalmente, quando in montagna l’idea di “bellezza” non esisteva (nata con il romanticismo, gli aristocratici del Grand Tour e l’immaginario collettivo che ne è derivato) si aveva molta più consapevolezza del fatto che l’usufrutto dei territori montani e di ciò che potevano offrire (che in fondo rappresentava la loro “bellezza” per i montanari di un tempo) doveva rispettare un equilibrio assoluto con gli stessi al fine di salvaguardarne la realtà in ogni suo aspetto. Forse più per istinto che per raziocinio ma con convinzione innegabile si sapeva che la finitezza delle montagne significa(va) sia perfezione che limitatezza. Oggi invece la nostra società no limits, e pure no responsibility (non serve tradurre, immagino), si comporta come se la bellezza apparentemente infinita delle montagne equivalesse all’apparente infinitezza del loro possibile sfruttamento. «C’è così tanta bellezza lassù, che saranno mai una casa in più, un condominio, una strada, un parcheggio, una funivia…» Ma così si condannano le montagne a finire in ogni senso: finirà la loro bellezza, finiranno le loro risorse, finirà (chissà dove) il loro valore culturale, finirà la nostra possibilità di viverle e frequentarle al meglio.

È ciò che vogliamo fare, delle nostre montagne? Possibile che la loro bellezza, che tutti sappiamo cogliere e riconoscere, non sappia proteggerle come per logica dovrebbe essere? È “normale” un mondo dove in molti luoghi si fa di tutto o quasi per rovinare la bellezza delle montagne?

[Sbancamenti per nuove piste da sci a Cortina d’Ampezzo. Immagine tratta da altrispazi.sherpa-gate.com.]