Edvard Munch nella grande mostra di Zurigo a 150 anni dalla nascita – e nelle impressioni di Francesca Mazzucato

Quest’anno ricorre il centocinquantesimo anniversario dalla nascita di Edvard Munch, il celebre pittore norvegese de L’Urlo, probabilmente uno degli artisti fondamentali del Novecento e per il Novecento, ovvero non solo in tema di arte ma anche, da un punto di vista sociologico. In qualche modo il compendio della drammaticità, le angosce, le ansie che i suoi quadri rappresentano così bene, pur se ispirate dalla sfortunata serie di eventi negativi vissuti nell’ambito familiare, è diventato la raffigurazione della sofferenza e dell’inquietudine che ha caratterizzato l’intero secolo scorso, con le sue guerre, le catastrofi umanitarie, le follie del progresso sovente distorto, le ingiustizie e le iniquità d’ogni genere che, nonostante il benessere diffuso, ancora ci portiamo dietro nel secolo in corso e, forse, stiamo pure peggiorando. Ho avuto la fortuna di ammirare le opere di Munch direttamente nella sua terra, a Oslo, ma in queste settimane alla Kunsthaus di Zurigo, meta più facilmente accessibile almeno dal Nord Italia, è in corso una grande mostra che celebra nel citato anniversario il grande artista norvegese: una buona occasione per entrare in contatto con il personaggio, la sua vita, per conoscerne a fondo l’arte e il pensiero così importanti anche per la nostra epoca.
Dal momento che non l’ho ancora visitata (ma spero di poterlo fare presto), vi voglio proporre sul merito un articolo tratto da ScrivendoVolo di Francesca Mazzucato – grande scrittrice italiana, direttrice della collana dei Cahier di Viaggio di Historica Edizioni e peraltro autrice di un bellissimo libro su Zurigo, edito nella suddetta collana – che ha visitato la mostra e ne ha parlato da par suo.

Si è inaugurata lo scorso 4 ottobre una mostra straordinaria alla Kunsthaus di Zurigo dedicata a Edvard Munch (1863-1944). La mostra durerà fino a gennaio 2014 ma ho avuto l’occasione di visitarla in anteprima ed è stata un’esperienza molto forte, durata parte della mattina e del primo Edvard_Munch_photopomeriggio di venerdì 4 ottobre. Fatico ancora a lasciare andare le visioni e le emozioni dolorose che ho provato visitando due volte i saloni dell’esposizione. I visitatori erano meno di quelli che mi aspettavo, ma ritengo sia un caso: massì, la mostra sicuramente ne attirerà moltissimi nei prossimi mesi e io consiglio vivamente una visita, se se ne ha l’occasione, per conoscere meglio un artista che ha molto da dire anche al nostro tempo fragile e ripiegato su se stesso, anche se la drammaticità dei temi e dello stile di Munch avvolge appena entrati e non abbandona e si possono vedere quadri e litografie che ritraggono l’uomo e la sua condizione di solitudine senza speranza, non concedendo tregua o consolazione.Amore e passione, solitudine e lutto: la sua intera opera ruota intorno alle esperienze fondamentali dell’esistenza umana e della vita dell’uomo moderno.La Kunsthaus di Zurigo possiede la più grande collezione di quadri di Munch che si trovi al di fuori della Norvegia, la patria dell’artista. E questo è accaduto per varie concomitanze di fattori, molto interessanti, e anche per l’opera di tessitura di contatti compiuta dal primo direttore dell’importante museo zurighese, Wartmann, che fu amico di Munch e che organizzò la sua prima mostra (ormai leggendaria) nel 1922.
Perché Munch a Zurigo adesso e presto anche a Genova?
Perché si celebra il 150 esimo anniversario della sua nascita, certo, ma i sentimenti estremi e le fragilità esposte e rappresentate dal grande artista sono vicinissime ai sentimenti dell’uomo contemporaneo, è una mostra che, nella sua inquieta capacità di rappresentare sentimenti estremi, riesce ad essere di grande attualità, quindi, a parte le opere più conosciute, conoscere meglio le sue litografie, i suoi approcci al colore, è importante per cogliere appieno il valore di un apripista delle correnti espressioniste e simboliche che influenzarono la pittura europea all’inizio del XX secolo e che è capace ancora oggi di comunicare emozioni fortissime. Ve lo assicuro.
Entrando, mi soffermo su alcuni scambi di lettere fra Munch e Wartmann, vedo il catalogo di una mostra del 1932: ”Edvard Munch. Paul Gauguin” ma è la locandina e il catalogo della personale del ’22 di Munch da solo a colpire moltissimo :il catalogo è stato riprodotto e si può sfogliare.
“AUSSTELLUNG EDVARD MUNCH IM ZURCHER KUNSTHAUS. 18 JUNI BIS 2 AUGUST 1922”
Sembra quasi che ci sia una moviola, che il tempo possa scorrere all’indietro. Lo guardo, immagino l’epoca, la grandiosità dell’evento, il coraggio di una simile proposta, già allora difficile, nei temi, nei modi, scandalosa nelle proposte, nella scelta delle modelle. Sfoglio quello e il catalogo di questa mostra tenendoli vicini. La luce è perfetta per ammirare al meglio ogni opera.
Zurigo, quindi, è una città capace di offrire proposte speciali, la vitalità culturale della città svizzera non è a tutti evidente e conosciuta. Forse, per primi ai suoi stessi abitanti.
Munch e il dolore, Munch e i primi approcci al colore, Munch e la scelta dei temi, Munch e l’amore impossibile.
Il rapporto con la Kunsthaus dell’artista è nato si è andato poi consolidando con il tempo, quindi, vedere queste opere e vederle proprio a Zurigo, è un modo anche per onorare la grande opera del curatore e primo direttore Wartmann. Figure spesso non ricordate ma che hanno grande importanza nello sviluppo dei musei più importanti perché fu lui a tenere le fila di questa relazione, a scrivere all’artista, a volerlo.
Ma veniamo alla mostra, si soffre. Soffoca, avvolge, c’è dolore ovunque, io lo provo, lo sento, mi arriva. Un disegno di Munch del 1911 si intitola “Melancholie”e potrebbe essere il motivo conduttore di quello che si vede, in magnifiche sale splendidamente allestite. La tristezza e il tormento delle tematiche dell’artista arrivano a chi guarda, senza scampo. C’è anche la passione (Leidenschaft) ma è una passione che non riuscirà ad esistere, non ha vita e non ha sbocchi. Infatti, uno dei motivi ricorrenti dell’opera di Munch è la difficoltà, il dolore, l’inevitabile perdita, l’infelicità delle relazioni fra uomini e donne , tema sempre presente che arriva dalle litografie, dai quadri visti singolarmente e che arriva anche da uno sguardo di insieme, osservando tutto come se fosse un film, lasciandosi invadere da figure di amanti separati, soli, disperati,o da serie di litografie come quelle intitolate “Der Kuss”, il bacio. Una meravigliosa serie tragica, perché quel bacio non ha e non concede speranza, propone una fusione provvisoria, destinata all’inevitabile separazione che seguirà.
Si potranno ammirare in esclusiva a Zurigo e nella loro completezza soprattutto i risultati dell’opera grafica dell’artista, 150 capolavori in grande formato su carta, anche a colori, fra i quali sono compresi i suoi celebri soggetti come “L’urlo”, “L’ansia” o “Le ragazze sul ponte”.
Munch ha prodotto anche un grandissimo numero di ritratti di scrittori e artisti, alcuni dei quali erano suoi amici molto cari. Fra i tanti Strindberg, Mallarmé, Hamsun e Ibsen. Sono esposti tutti alla mostra e di August Strindberg è presente una magnifica litografia del 1896 in tre varianti.
Non dico niente su “The Scream” e la sua storia. La notorietà del soggetto merita che si colga l’occasione per vederlo dal vivo. Insieme al resto, in questo insieme di temi e rappresentazioni simboliche dolenti, dove amore, perdita, insoddisfazione, dolore esistenziale si mischiano e avvolgono chi guarda, “The Scream” si racconta molto più di come sia stato raccontato dal tempo e dalla notorietà del soggetto nel corso dei decenni.
Il giro è difficile, devo fare delle soste, riprendere fiato. Raramente una mostra riesce ad essere così completa e, nello stesso tempo così claustrofobica, potente, dirompente dal punto di vista emotivo e culturale.
La mostra è accompagnata da un ampio e bellissimo catalogo elaborato da Gerd Woll, già curatrice capo del Museo Munch di Oslo, e, nel periodo in cui resterà aperta al pubblico sarà accompagnata da alcuni eventi (concerti, incontri): è previsto inoltre un ampio programma di pedagogia museale con visite guidate gratuite in varie lingue.
Francesca Mazzucato

Guerriglia a colpi di (sublime) arte. Gli street artists ORTICANOODLES alla Traffic Gallery di Bergamo, dal 05/10 al 07/12.

A volte segnalo eventi artistici, artisti e relative opere d’arte perché soprattutto mi piace il messaggio di fondo scaturente da esse ovvero la riflessione che generano; altre volte mi piace il contesto, il dialogo tra arte e mondo d’intorno oppure, altre volte ancora, perché sono affascinato dalla ricerca dell’artista, o da altre particolari motivazioni.
Tutto questo può senz’altro valere anche per le opere dello street art duo italiano ORTICANOODLES; tuttavia per presentare qui, ora, la loro prossima mostra personale presso la Traffic Gallery di Bergamo, voglio in primis dire che i loro lavori sono assolutamente meravigliosi. Roba da restare veramente a bocca aperta: uno dei vertici estetici assoluti che la street art ha raggiunto oggi, a mio parere.
Per il resto, lascio dire alla presentazione ufficiale della mostra:

L’estetica graficamente impeccabile, cifra stilistica degli Orticanoodles, si scontrerà con una ambientazione “sporca” attraverso l’uso di oggetti, mobili, rifiuti e resti trovati per strada, in discarica, o casualmente apparsi sulle infinite strade percorse dagli artisti nella loro DIRTY LIFE. Belli e perdenti, artisti bastardi, morti suicidi, sante presunte, inutili icone del fascino. Gli Orticanoodles sono da considerarsi come tra i più geniali interpreti del loro tempo capaci di aver colto e trovato la perfetta sintesi degli insegnamenti in stile cut-up dello scrittore statunitense Williams Burroughs e del pittore Brion Gysin e della teoria in stile pop-art di Andy Warhol. Attraverso lo strumento della Guerrilla Art hanno creato un perfetto mash-up tra tutti gli intenti e tutti i principi presenti nel Dadaismo, nella Beat Generation, nella Pop Art e nella tecnica letteraria cut-up. DIRTY LIFE non è un titolo ad effetto ma rappresenta uno stile di vita, un pensiero, una cultura.

Come a dire: non sono soltanto belle, le opere del duo italiano, ma sono pure esempio intenso di quello che è stata l’arte – non solo visiva – degli ultimi 100 anni nella sua più profonda essenza, pur restando totalmente street art, cioè qualcosa che a molti fa ancora (stupidamente) storcere il naso…

Portrait of Renato Guttuso Emergence Festival, Giardini Naxos, Sicily Curated by Marta Sangre Gargiulo e Giuseppe Stagnitta--
Andate in galleria a conoscerli: resterete sorpresi e affascinati, ve lo assicuro.
Dirty Life, dal 5 Ottobre al 7 Dicembre presso Traffic Gallery, a Bergamo. Opening show sabato 5 dalle 19.00 alle 22.00 con un reading di poesie in omaggio al poeta del realismo sporco Charles Bukowski.
Cliccate sull’immagine o sui link nell’articolo per visitare il sito web della galleria e conoscere ogni ulteriore dettaglio sulla mostra.

La natura, il subconscio, il sogno, il cosmo, l’infinito… Il Museo d’Arte di Lugano indaga miti e misteri dell’arte moderna

Anche per quest’autunno il Museo d’Arte di Lugano – istituzione certamente “piccola” rispetto ad altri colossi istituzionali, anche italiani, eppure capace di allestire eventi di respiro e importanza culturale assolutamente internazionali – offre un’esposizione a tema veramente intrigante fin dal titolo: Miti e misteri – Il simbolismo e gli artisti svizzeri, curata da logo_museo-arte_luganoValentina Anker e aperta da pochi giorni (dallo scorso 15 Settembre, per la precisione) fino al 12 Gennaio 2014 nelle due solite sedi luganesi del Museo.
L’esposizione – leggo dalla presentazione nel sito del Museo – offre uno straordinario viaggio nell’immaginario simbolista a cavallo tra Otto e Novecento attraverso le opere dei principali protagonisti elvetici in dialogo con quelle dei loro colleghi europei.
Saranno presenti tra gli altri Arnold Böcklin, Augusto e Giovanni Giacometti, Johann Heinrich Füssli, Ferdinand Hodler, Giovanni Segantini, Carlos Schwabe, Albert Trachsel, Félix Vallotton, Albert Welti ma anche Edoardo Berta, Adolfo Feragutti Visconti, Filippo Franzoni, Luigi Rossi così come Jean-Joseph Carriès, William Degouve de Nuncques, Fernand Khnopff, Gustave Moreau, Gaetano Previati, Odilon Redon, Auguste Rodin, Franz von Stuck, Hans Thoma, Jan Toorop. Bel parterre, non c’è che dire…
Continuo la lettura:
L’esposizione indagherà tematiche quali il sogno, il subconscio, l’ibrido, la violenza e la morte, la natura sublime e inquietante, la figura femminile angelica e al tempo stesso demoniaca, il cosmo e l’infinito ecc., offrendo al visitatore la possibilità di scoprire i diversi linguaggio con cui gli artisti, durante un periodo ricco di cambiamenti, hanno dato forma alle loro speranze e aspettative, ma soprattutto ai loro fantasmi e alle loro inquietudini.
Speranze e aspettative ovvero fantasmi e inquietudini che, mi viene da dire, in quell’epoca nacquero per poi essere assolutamente presenti anche oggi nell’immaginario collettivo contemporaneo, e non solo, nonché come elementi di fondo del mondo che viviamo: in certi casi in modo più evanescente di un tempo, ma in altri casi pure più importante, più pressante, più grave. La lettura che ne diedero allora gli artisti presenti in mostra, certamente diversa da quella data dagli artisti di oggi – per i quali alcune di quelle tematiche sono ancora oggetto di indagine e di rappresentazione artistica – può certamente essere preziosa per riscoprire il senso e il valore di esse, e per ricavarne una riflessione senza dubbio utile a comprenderle e contestualizzarle nel presente. Proprio questa peculiarità che, mi pare, la mostra possiede, me la rende parecchio intrigante… Credo proprio che andrò a visitarla; se siete in zona, potrebbe di sicuro interessare anche voi – anche solo per i bei nomi in mostra, appunto.
Cliccate sul logo del Museo d’Arte per visitarne il sito web e conoscere ogni altra informazione sulla mostra.

(Nell’immagine in testa all’articolo: Ferdinand Hodler, Die Nacht, 1889-1890, olio su tela cm.116×299, Berna, Kunstmuseum)

Possono delle opere di arte contemporanea stare in un fazzoletto? La risposta allo spazio d’arte “Piscina Comunale” di Milano!

Parecchio originale la nuova mostra presenta presso la Piscina Comunale – Spazio d’arte in Copisteria di Milano: una collettiva curata da Adriano Pasquali che presenta più di cento opere realizzate “in un fazzoletto” – letteralmente s’intende, ovvero create su altrettanti semplici fazzoletti. Non solo una mera reinterpretazione fuori dal comune del supporto artistico, ma pure una sorta di metafora del valore di esso e dell’arte stessa, in grado di offrire un certo valore – estetico, tematico, culturale, sociale persino – al fruitore anche quando “relegata” su di un supporto così apparentemente limitato e limitante… Ma, inutile dirlo, quando l’arte è di valore (e di nuovo intendo ciò in senso artistico, appunto, non certo “commerciale”!), qualsiasi pur ridotta quantità non sarà mai proporzionale alla qualità offerta! E in fondo, appunto, nemmeno al mero godimento estetico di essa…
Fino al prossimo Ottobre, alla Piscina Comunale di Milano, in via Campiglio 13 (zona Lambrate). Cliccate sull’immagine qui sotto per visitare la pagina facebook dello spazio d’arte e avere maggiori informazioni sulla mostra, oltre che per poterne vedere anche qualche interessante video.

Piscinacomunale_set2013

La rivoluzione indispensabile (e urgente). “Italia Revolution. Rinascere con la cultura”, l’ultimo libro di Christian Caliandro

Da tempo apprezzo parecchio Christian Caliandro, per le sue specifiche professionali nelle discipline artistiche, per gli articoli sulla carta stampata e sul web (Artribune, in particolare) e ancor più per la notevole capacità di lucida visione critica sulla nostra realtà contemporanea, spesso così profonda da travalicare i propri ambiti artistico-culturali “soliti” per divenire di respiro ben più ampio e generale.
Per tali motivi il suo ultimo libro Italia Revolution, posti i temi su cui disquisisce – compendiati in modo chiaro nel sottotitolo Rinascere con la cultura – e il relativo “progetto” che ne deriva, con il quale concordo supremamente, mi sembra una lettura del tutto consigliabile se non necessaria.
Così recita la presentazione del volume:

Siamo abituati a raccontare gli anni Ottanta come un periodo dominato dal glamour e dalla leggerezza. In realtà, è stato un decennio molto più pesante, duro e livido di quanto comunemente si pensi. Dalla diretta della tragedia di Vermicino alla nascita delle Tv private, nulla è più stato come prima: i processi di trasformazione, rimozione e riflusso si intrecciano e si sovrappongono, nascono i fantasmi che ci visiteranno nei successivi decenni. Il nostro Paese è quindi preda da almeno trent’anni di una forma di schizofrenia: si è raccontato un’altra verità, stretto nel conflitto generazionale tra i “vecchi” che avevano vissuto la ricostruzione e il boom e i “giovani” sessantottini, che di quei drammi e di quegli slanci non sapevano nulla ed erano cresciuti nel benessere. Oggi quindi – esattamente come nel secondo dopoguerra – il nostro Paese va ricostruito, riportando al centro la realtà: solo la cultura potrà dare origine alla grande rivoluzione di cui abbiamo bisogno.

Ecco. Un’acuta analisi degli ultimi trent’anni italiani, quelli probabilmente coperti dal processo di ignobile svaccamento (ovvero dal suo più drammatico acutizzarsi) al quale si è lasciata andare gran parte della società italiana a tutto vantaggio Italia-revolution_copdegli affari loschi della classe politica e, di contro, a tutto svantaggio di quelle preziose peculiarità che avrebbero viceversa consentito all’Italia prosperità e posizioni di prestigio ben maggiori – la cultura in primis: veramente un tesoro immenso del quale poter beneficiare, e per il cui godimento occorrerebbe una vera e propria rivoluzione, appunto. Per rinascere, finalmente, ovvero per non soccombere, definitivamente.
Nota di merito finale – e ulteriore punto a favore del libro, peraltro – per il prezzo, finalmente ragionevole per un saggio di questa qualità.
Cliccate qui sopra, sulla copertina del libro, per conoscerne tutti i dettagli: è un testo da leggere, senza dubbio. Perché, visto come siamo messi, qui, sarebbe pure giunta l’ora, di diventare molto meno abulici e ben più rivoluzionari!