
Se non serve affermare che lo spettacolare paesaggio dolomitico è un attrattore turistico potente come pochi altri, è palese pure che tra le Dolomiti la turistificazione del territorio non sembra trovare troppi ostacoli, nonostante la tutela “UNESCO” sarebbe dovuta servire anche alla gestione virtuosa di tali flussi. D’altro canto, il piano di gestione “Dolomiti 2040”, elemento fondamentale della strategia al riguardo da parte della Fondazione, non è mai stato messo in atto e risulta di fatto abbandonato.
Mountain Wilderness Italia denuncia tale situazione in un inequivocabile position paper datato 2 settembre 2024 dal titolo I fallimenti delle tutele UNESCO sulle Dolomiti. Una responsabilità solo politica (qui il pdf) con il quale cerca di mettere con le spalle al muro, per così dire, la Fondazione Dolomiti UNESCO chiedendo ad essa, per riassumere, di riprendere in mano la situazione dimostrando di saperla gestire oppure, altrimenti, di dover considerare l’appoggio a quella parte sempre più consistente di società civile residente nelle valli dolomitiche che chiede all’UNESCO di togliere il patrocinio alle Dolomiti e cancellare l’iscrizione dal patrimonio naturale dell’umanità.

Dunque, che farcene in concreto di questa tutela UNESCO alle Dolomiti? Vi sono le possibilità di recuperare la situazione e ricavarci una strategia di gestione complessiva realmente vantaggiosa per il territorio, il suo ambiente e per chiunque lo viva, da residente e da turista, oppure bisogna concludere che il tutto si sia rivelato come ciò che forse era fin dall’inizio, ovvero una grande, ipocrita operazione di marketing, alla lunga dannosa per tutti?
Buongiorno.
Le Dolomiti, Livigno,…..personalmente credo faccia tutto parte dello stesso problema. Da un lato abbiamo delle operose genti di montagna che, giustamente e lecitamente, per uscire dal loro isolamento, tipico delle “scomode” regioni montane, si inventano di tutto per attrarre ospiti (meglio se paganti) e migliorare la loro condizione. Non dimentichiamoci che poco più di cento anni orsono le montagne erano ritenute la dimora di creature malvage. La piscina con SPA a 2000 m, il riconoscimento dell’UNESCO, lo chef blasonato al rifugio dove un tempo servivano solo brodo e si dormiva sui pagliericci. Qualcuno ha ipotizzato di rendere accessibili certi rifugi con i tapis roulant. Dall’altra abbiamo una popolazione di consumatori che cresce in maniera incontrollata e spesso spregiudicata pensando (perché gli viene suggerito) di poter avere libero accesso a qualunque luogo e che ciò non abbia un prezzo per l’ambiente o per la propria sicurezza. L’importante è che ovunque si vada (le cronache lo raccontano molto bene) ci sia la funivia, la connessione internet, la birra preferita, i giochi per i bambini e, se ti sei messo nei guai, magari affrontando un sentiero in ciabatte, qualcuno che ti venga a prendere a rischio della propria incolumità. Tutto è dovuto e tutto è lecito. Sono sempre più frequenti i richiami all’ordine da parte dei gestori dei rifugi che, impotenti, assistono all’invasione di una nuova generazione di fruitori dell’ambiente alpino completamente impreparati e insensibili a ciò che li circonda nonché irrispettosi di coloro che li vivono e lavorano.
Se è vero che non sarebbe giusto limitare il desiderio di migliorare la propria condizione alle genti di montagna è altrettanto vero che non si può limitare la libertà di movimento dei consumatori. La domanda, quindi è come ne usciamo?
Difficile pensare che si voglia fare un passo indietro perché, entrambe gli interessati, per le più ovvie ragioni, direbbero che non è giusto. Stando così le cose l’ambiente può, anzi, deve essere sacrificato, in nome del benessere per alcuni e del divertimento per altri. Ogni mezzo è valido per raggiungere il fine. E’ molto triste ma, personalmente, temo che dovremo farcene una ragione.
Buonasera Gianluigi, e grazie di cuore per le sue considerazioni. E’ un’analisi della realtà che inevitabilmente condivido, anche se, anche al netto delle problematiche ambientali che sono sicuramente preponderanti, ci sono altre variabili al momento ancora poco considerate che probabilmente diventeranno sempre più importanti, nel prossimo futuro. Ad esempio quelle economiche – ad esempio: dove si trova l’equilibrio tra quantità di turisti e spesa che sono disposta ad affrontare prima di cambiare meta? – o quelle socioculturali – per dire: fino a quando le comunità residenti non coinvolte nell’industria turistica, ma per certi versi anche quelle coinvolte – sono disposte ad accettare lo sfruttamento (o il “sacrificio”, come dice lei) dei loro territori? Mi viene da pensare che gli equilibri sui quali si poggia il turismo di massa in relazioni ai territori coinvolti si siano facendo sempre più precari e, in alcuni casi, pronti a cedere. Le sempre più frequenti prese di posizione dei rifugisti contro il turismo massificato rappresentano un’avanguardia: bisogna capire quanto diventerà esemplare e sarà seguita anche da altri soggetti coinvolti nella questione. Comunque l’argomento è assolutamente interessante e va discusso con maggior frequenza, sia per quanto riguarda il problema in sé e sia per le possibili soluzioni, che siano morbide o drastiche. Cercherò di farlo anche io, qui e magari anche altrove. Dunque grazie ancora, Gianluigi: sono ben contento di leggere le sue opinioni al riguardo e spero di farlo ancora, come importante contributo alla riflessione sul tema.