L’unico modo per salvare i romanzi è scrivere bei romanzi. Una bella riflessione di Marco Cubeddu sullo stato dell’editoria italiana.

Dal #131 de La Lettura, inserto dedicato ai libri del Corriere della Sera, e grazie a un articolo di Franco Cordelli, (QUI in originale), si è aperto un interessante dibattito sullo stato di salute – o di vitalità, forse è meglio dire così – del romanzo. Il tutto ragionando su un assunto primario: «la salute della “palude” – intesa come tale l’editoria nostrana, con termine suggestivo tanto quanto significativo – migliorerebbe se si stampassero meno libri, e se quelli che si stampano non fossero ostaggio di un mondo che si guarda l’ombelico».
marco-cubedduL’ultimo intervento nel dibattito, in ordine di tempo, è quello di Marco Cubeddu (ritratto nella foto qui accanto), autore di Con una bomba a mano sul cuore (Mondadori), e mi pare un intervento particolarmente stimolante.
Vi invito a leggerlo integralmente QUI, e ve ne cito l’incipit e la parte finale, che a mio modo di vedere contengono bene (non solo in senso testuale) la sostanza di esso: nel primo, Cubeddu comincia a porsi alcune domande che pure lo scrivente s’è più volte posto in vari articoli qui sul blog (QUI, ad esempio) e altrove:

Vladimir Nabokov, spiegava ai suoi studenti universitari che per riconoscere un capolavoro non dovevano affidarsi al cuore, o al cervello: a lettura terminata il capolavoro si segnalava con «a telltale tingle in the spine» (un brivido rivelatore lungo la schiena). Quanti sono i libri e gli autori italiani capaci procurarne uno ai loro lettori? Ma anche: chi è degno di essere letto? Chi sono i lettori? Serve un’educazione critica per provare quel brivido? Esiste una gerarchia dei brividi (e di chi è legittimato a gerarchizzarli)?

Quindi Cubeddu, dopo una ben articolata argomentazione delle propri asserzioni, lungo l’articolo, giunge alle seguenti conclusioni:

L’unico modo per salvare i romanzi è scrivere bei romanzi. E penso che la salute della nostra palude, molto simile a una riserva indiana senza casinò, o a un’area protetta per specie in via di estinzione, in cui tentiamo disperatamente di far riprodurre panda che non vogliono assolutamente accoppiarsi, migliorerebbe se si stampassero meno libri, se quelli che si stampano non fossero ostaggio di un mondo che si guarda l’ombelico, se questi libri raccontassero storie avvincenti, senza dimenticare il piacere formale delle parole, con uno stile che riesca a essere ricercato senza pretendersi “rastremato”, se non ci avvitassimo su noi stessi, nell’autoerotico amore per le nostre parole inascoltate, più erotiche a ogni ascolto in meno, se lo facessimo in funzione di voler vendere tanto, per Dio, senza la paura radical chic di dirlo e provare a farlo. Un’amica, prossima alla pubblicazione del suo primo romanzo (come tutti), rispetto a questo argomento mi ha ricordato una frase di Ennio Flaiano, «L’arte non è morta. La verità, più sottile, è che l’arte viene tenuta in ostaggio, da voi». Neanche il romanzo è morto. Ma, forse, anche se non lo sanno ancora, sono morti i romanzieri.

E il fatto che un’affermazione apparentemente ovvia e banale come “L’unico modo per salvare i romanzi è scrivere bei romanzi” in realtà non lo sia affatto credo la dica lunga, mooooolto lunga, sulla realtà delle cose in tema di libri, di lettura, e di chi ne è fonte, intellettuale e materiale.

9 pensieri riguardo “L’unico modo per salvare i romanzi è scrivere bei romanzi. Una bella riflessione di Marco Cubeddu sullo stato dell’editoria italiana.”

    1. Ciao Luna! 🙂
      Visto l’ora in cui ti rispondo, io ti auguro, buona serata!
      (Che poi, sarò sincero, mi vanto parecchio: non è da tutti ricevere il buongiorno dalla LUNA in persona! 😉 )

    1. Hai ragione, senza dubbio. Il problema sorge quando tali assunti tautologici c’è bisogno di ribadirli come non fossero verità assolute (o quasi): è necessario farlo, ma è un segnale a dir poco preoccupante.
      Grazie di cuore del tuo commento, Francesco! 🙂

  1. Dice due cose ovvie: stampare meno libri e scrivere dei bei romanzi.
    Due affermazioni che rasentano la banalità ma che sembra impossibile ottenere.
    Il problema, come qualcuno ha sollevato, sta nel meccanismo delle rese, che stimola gli editori, in particolari quelli medio piccolo, a sfornare a getto continuo dei libri.
    Ma risiede anche nella mania esterofila degli editori maggiori, che propongono romanzi di autori stranieri scadenti e spesso tradotti in maniera sommaria come se fossero i casi letterari dell’anno.
    Gli scarsi lettori sono bombardati di titoli, mentre cadono nell’oblio romanzi datati ma intrinsecamente belli.

    1. Che dire, Orso, se non che hai rifocalizzato i nodi della questione succintamente ma chiaramente… Concordo in pieno con te, pensando nostalgicamente a un altro di quei tanti “capitali umani” che dalle nostre parti pare ormai smarrito, quello di certi direttori editoriali d’un tempo che, io credo, mai avrebbero mandato in stampa certi libri che invece oggi non solo si stampano ma vengono pure imposti come “casi letterari” – come dici tu, appunto…

      1. Non si può dire di non essere concordi su quello che hai scritto. Credo che certi autori americani del primo dopoguerra o autori italiani sarebbero mai stati pubblicati dagli attuali editori, perché non sponsorizzati da qualche agenzia letteraria, altro punto dolente della editoria nostrana.

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