Non ci sono più gli scrittori di una volta. E se fosse anche per questo, che non si vendono libri?

La letteratura italiana continua a girare attorno ai soliti tre o quattro nomi: Calvino, Gadda, Pavese… Poi viene soltanto una modesta scuola postmoderna nella quale non mi riconosco; un relativismo che finisce per dissolvere l’idea stessa del male. E diciamo la verità, questo vale anche per una certa letteratura americana à la page… non certo Faulkner o Bellow.

(Enzo Bettiza, estratto da Novecento, il secolo del Male ancora in cerca di scrittori forti, Corriere della Sera, 2 aprile 2010)

Stavo disquisendo qualche giorno fa, con “colleghi” autori ed editori durante la Rassegna della MicroEditoria di Chiari, di tale questione – e lo facevo proprio lì, in un evento dedicato a quell’editoria indipendente nella quale si può ancora trovare letteratura di qualità, sovente ben più che nei cataloghi dei grandi e blasonati editori. Ci si chiedeva, in buona sostanza: ma non è che qui, in Italia, non ce ne sono più enzo-bettiza_photodi grandi scrittori? Non è che ha ragione Bettiza, che pur con tutta la produzione letteraria ed editoriale contemporanea (e lasciando stare ciò che succede all’estero, in America o altrove, visto che almeno io non conosco così bene quel panorama letterario da poterlo indubitabilmente giudicare) di gente come Calvino, Gadda, Pavese in giro non ce n’è proprio più?
Ovvero, intendiamoci: di bravi scrittori ce ne sono parecchi in circolazione, gente che sa scrivere, che sa usare la lingua italiana, che sa creare storie accattivanti, divertenti, piacevoli da leggere, questo è fuor di dubbio. Ma di autori che sappiano creare opere dotate di autentico valore letterario, di spessore, di rilevanza tale da apparire – anche da subito, fin dalla prima lettura – come qualcosa che certamente resterà, che non verrà dimenticata e superata da altre future cose… Che sappiano mettere nei loro testi non solo belle storie, personaggi suggestivi, argomenti intriganti e/o emozionanti ma pure quel quid, quel tot di vera, alta o altissima letteratura il quale renda i loro libri elementi culturali imprescindibili per il pubblico, dunque per la società, che può usufruire della loro lettura… Ecco, ribadisco: mi viene da pensare e mi è venuto da esprimermi, a Chiari con i miei interlocutori, più o meno come si è espresso Bettiza. Unica differenza, ho citato qualche altro esempio di autore del passato ad oggi, secondo me, mai raggiunto da nessuno (Buzzati, ad esempio).
Da tale riflessione ricavo una provocazione pressoché inevitabile: e se noi autori italiani contemporanei, in quanto esponenti della società dalla quale veniamo e nella quale viviamo ovvero da narratori di essa e gioco forza influenzati da essa e dalla sua realtà ordinaria – pur se scriviamo storie di purissima fantasia – finissimo ineluttabilmente e nostro malgrado ad assumere da questa nostra società una certa parte, poca o tanta, della sua palese decadenza, la quale va a intaccare fin dal principio (ovvero nella nostra testa) la bontà letteraria di ciò che scriviamo? Se la capacità dei grandi scrittori del passato come quelli citati di ergersi al di sopra dell’ordinarietà quotidiana per raccontare storie e scrivere libri realmente originali, illuminati e illuminanti oggi, nel sistema politico, economico, sociale e culturale per molti versi corrotto in cui viviamo, non fosse più possibile? Anzi, se pure quando ci si creda alternativi e “antagonisti” a tale sistema e si ritenga di scrivere cose conseguenti, in effetti non si sia che un ennesimo e patetico sottoprodotto di esso, in fondo fruttuoso al suo proliferare?!?
Insomma – per tornare su un piano più pratico – e se in Italia si leggessero pochi libri anche perché non ve ne siano in giro di così sublimi e imperdibili?
E’ una provocazione, lo ripeto, che peraltro ritaglio in primis su me stesso e sul mio meditare circa tale questione – non sto dando dell’incapace letterario a nessuno, sia chiaro! Ma per il bene della letteratura, in virtù della passione di chiunque verso i libri e la lettura e in considerazione della realtà dei fatti nazionale (senza inutili e vuoti catastrofismi, eh!), credo che ci si debba interrogare anche con modalità così urtanti, in modo da comprendere nel miglior modo possibile la situazione in corso e trarne buone conseguenze, azioni, reazioni e ispirazioni.

16 pensieri riguardo “Non ci sono più gli scrittori di una volta. E se fosse anche per questo, che non si vendono libri?”

  1. 50 sfumature di banalità però lo hanno letto in molti (in troppi, o forse meglio dire troppe).
    Alla fine ritorniamo sempre lì, non si parla più di cultura, ma di commercio. Anche per i libri.
    Che tristezza.

    1. Verissimo, Teresa. Il che, a ben vedere – intendo dire, su che il commercio abbia così pesantemente intaccato la cultura – è come se nelle gare di nuoto si fosse diffuso l’uso delle barche, per di più pretendendo che ciò sia giusto.
      La cultura è “commercio” (ovvero scambio) delle idee, non altro. E se diventa altro, è la sua fine.

  2. E’ una provocazione, certo.
    La mia opinione è che probabilmente questa carenza di opere “sublimi e imperdibili” ci sia e che la si veda amplificata dalle logiche di mercato.
    Il mercato inquina, sempre secondo il mio personale parere, sia la letteratura che altri campi (vedi ad esempio la Sanità). Il profitto mal si coniuga con beni inestimabili come Cultura, Salute…
    Pertanto l’opera di qualità ha oggettivamente meno spazio rispetto ad opere più “vendibili”.
    La scelta è nostra. Come “consumatori” possiamo orientare il mercato decidendo cosa acquistare.
    E questa forse è un’utopia, ma io ci credo.

    Buona giornata

    1. Ciao Aurelio, e grazie per la tua opinione!
      Verissimo, dici bene: la cultura non c’azzecca nulla di nulla con qualsivoglia concetto di profitto oggi in voga. E dici altrettanto bene sostenenendo che, alla fine, la scelta è nostra, il potere maggiore l’abbiamo ancora in mano noi, che in libreria scegliamo cosa comprare e leggere. L’abbiamo o l’avremmo, perché purtroppo troppo spesso dimentichiamo di averlo, forse perché troppo pavidi e timorosi della “responsabilità” che ci dona – allo stesso modo per il quale così facilmente e pedissequamente ci facciamo assoggettare da qualsiasi potere superiore, che sia ideologico, politico, religioso o che altro.
      Ma sai, come dico sempre, le utopie a volte sono solo realtà che ancora nessuno ha avuto il coraggio e la capacità di realizzare… 🙂
      Grazie ancora di cuore del tuo commento! A presto!

  3. E se le opere di valore fossero tutte confinate nei cassetti, soggiogate a logiche editoriali discutibili? E’ un concetto applicabile anche alla TV, in fondo: si mandano in onda programmi leggeri (o palesemente votati al trash) con la convinzione che l’opera teatrale di tre ore risulterebbe un flop (poi, certo, Paolini spopola su La7 in prima serata, e si grida “al miracolo!” o al risveglio del popolo italiano – ma questa è un’altra storia).
    Non credo che non esistano più “nuovi Buzzati”: credo che non esistano più editori coraggiosi, o, almeno, che i pochi rimasti restino confinati in un mondo con scarsi mezzi in termini di marketing (a vantaggio di altri più orientati alle “presunte” logiche di mercato – e dunque pubblicitarie).

    1. Hey, Leu… Ma tu mangi sempre? Non perché in quella tua immagine si vede che stai sempre… 😀 🙂
      Beh, a parte questo, di certo accennando al discorso “editori coraggiosi”, ovvero “editori che sanno ancora fare gli editori”, apri una voragine dissertativa senza fondo! In pratica, tu dici: se oggi anche un novello Buzzati spedisse il suo capolavoro a un editore, quello lo ignorerebbe a vantaggio dell’ennesimo libroide idiota ma che vende bene. Beh, temo tu abbia ragione, e mi farebbe ancor più paura il pensare che magari quell’editore è conscio di ciò che sta facendo – e di cosa sta rifiutando – ma essendo ormai del tutto assoggettato alle logiche di mercato contemporanee (citi la TV, quasi inevitabilmente), alla fine ritenga di aver agito nel modo più apprezzabile…

      1. Forse è semplicemente che non voglio credere che in Italia tutti abbiano dimenticato come si scrive o cosa sia una buona storia 😀
        (e, no, non mangio sempre: è solo che quando ho creato il profilo Gravatar l’ho fatto per legarlo a un blog di gastronomia…beh, il brezel ci stava bene 😀 Dici che devo cambiare la foto altrimenti sono poco credibile? 😉 )

      2. Già. Al solito, tocca usare la speranza come arma tra le più efficaci – il che è tutto dire, ma meglio che niente, soprattutto se facciamo qualcosa per fare che quella speranza non risulti vana! 🙂
        (No, beh, la foto è bella anche a prescindere dal bretzel (io lo scrivo alla schwissera!), in quanto alla credibilità… uhm… dipende dalla foto con cui sostituirai quella attuale… 😀 🙂 )

  4. Mi ponevo giusto qualche giorno fa la medesima domanda. Mi piace leggere e lo faccio da lettore forte, tra i 40 e 50 romanzi l’anno, ma spesso, troppo spesso sono pentito degli acquisti fatti. Letture gradevoli ne trovo poche ma ancor meno storie che mi colpiscono. Se il panorama italiano, almeno quello che compare in libreria, è deficitario, noto con grande stupore che gli editori, quelli che monopolizzano il mercato tanto per intenderci, hanno i cataloghi pieni di opere straniere che non valgono nulla, molto meno di tanti autori italiani semi sconosciuti.

    1. Ciao Orso! 🙂
      Grazie del tuo commento, con le cui osservazioni mi trovo d’accordo, per come in effetti anche tu riscontri ciò che riscontro io. Concordo in particolare con la questione di cosa ci si trovi nei cataloghi degli editori, che conferma come gli stessi abbiano ormai dimenticato uno dei loro scopi “naturali”, quello di fare un buon talent scouting nel loro mercato di riferimento. Troppo difficile, o forse non ne sono più capaci, così molto banalmente pubblicano qui ciò che già vende all’estero, fregandosene della qualità e del valore letterario di tali opere – le quali appunto, come osservi anche tu, sovente non ne hanno proprio…

      1. Una volta gli editori quando pescavano all’estero si affidavano a personaggi come Pivano, Pavesi, Vittorini, Calvino. Adesso si usano gli agenti letterari che impongono i cavalli della loro scudeira, bolsi o ronzini, purosangue o altro. Gli editor non esistono più, al massimo sanno correggere qualche svarione e non sempre.

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