Ultrasuoni #23: Celtic Frost

È risaputo che non di rado i capolavori delle arti, le idee più geniali, le intuizioni più innovative nascono per caso o quasi, anche se poi il valore e la portata che offrono farebbero pensare a chissà quali lunghe e approfondite progettazioni. Altrettanto risaputo è il fatto che, spesso, le opere così innovative e geniali sono inizialmente soggette a critiche e biasimi se non a derisioni, proprio perché sono così avanti da non essere capite.

Ecco: nel 1987 una band svizzera relativamente poco nota e dal nome parecchio strano, Celtic Frost, dopo un paio di album ordinariamente metal (pur sui versanti più estremi del genere, almeno per quei tempi) pare sia «molto indecisa sul proprio futuro, strattonata qua e là da varie idee a fronte della ancor poca esperienza maturata» (clic). In mezzo a tale confusione, i Celtic Frost fanno uscire un album a dir poco spiazzante, bizzarro, pieno di musica metal tanto quanto di cose che mai nessuno si aspetterebbe di ascoltare in un brano metal. Non si sa nemmeno come definirla, una tale musica, per cui si inventa la definizione avantgarde metal o avant-metal e, inesorabilmente, la critica e pure gli stessi fans del gruppo, abituati a ben altri suoni, ne parlano malissimo. Ecco: quell’album, intitolato Into The Pandemonium, diventerà una delle opere più geniali, rivoluzionarie, influenti della storia del rock. Musica classica, canto operistico, campionamenti elettronici, drum machine, ritmi quasi dance, arrangiamenti arabeggianti e la cover di un brano new wave, cioè di qualcosa di lontanissimo dal metal estremo, ad aprire un album che al contempo offre suoni metallici in ogni possibile declinazione o quasi dell’accezione musicale del termine. Ciliegina sull’album: un particolare del Trittico del Giardino delle Delizie – o meglio, e non per caso, del pannello di destra, L’Infermo Musicale – di Bosch.

Fu un vero e proprio “pandemonio”, Into The Pandemonium, ma che tutt’oggi suona come un’opera incredibilmente rivoluzionaria e che ha ispirato e influenzato molta parte della musica heavy successiva. Immaginatevi come si sarà sentito un metallaro del tempo, convinto di aver acquistato un disco di thrash/death metal, quando avrà fatto partire la musica e avrà sentito, come primo brano (ovvero il “biglietto da visita” di ogni album), la cover di uno sconosciuto gruppo new wave californiano e poi, proseguendo, tutto il resto di così astruso dal “suo” mondo”!

Ma ascoltatevela, Mexican Radio degli Wall of Woodoo rifatta dai Celtic Frost,

e poi Mesmerized:

e la sconvolgente (per quei tempi) One In Their Pride:

e infine quello che a mio parere è la “hit” dell’album, I Won’t Dance, che nonostante il titolo potrebbe essere tranquillamente ballata in discoteca anche oggi:

Fatto sta che, come ho già denotato, il destino delle cose geniali è sempre lo stesso: la denigrazione, prima e magari anche a lungo, poi l’esaltazione, ma sovente quando è ormai troppo tardi.

P.S.: cliccando sull’immagine in testa al post o su quella sottostante, potrete leggere una (al solito ottima) biografia dei Celtic Frost tratta da “Onda Rock”.

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