La matita è lì che ti guarda, sorniona, dal portapenne.
Se ci fai caso, se la fissi un attimo e fai attenzione a cosa e come è, rapidamente ti rendi conto della sua particolarità e te ne sorprendi altrettanto velocemente, perché a tutti gli effetti hai di fronte un autentico prodigio che pochi altri oggetti di simile sostanza hanno saputo – e sanno ancora – mettere in pratica.
Innanzi tutto, è un pezzo di legno, la matita. Anzi, di più: è un pezzo di mondo, di pianeta, di Natura. Un corpo legnoso – tipicamente di pioppo – con un’anima minerale, di grafite. Legno e roccia, insieme all’acqua gli elementi fondamentali “solidi” che compongono quel nostro mondo. In tal modo, tenere in mano una matita è come tenere un pezzo della nostra Terra, e usarla per scrivere è un po’ come scrivere con la sostanza di essa.
Peraltro sono stati (si dice) due italiani, Simonio e Lyndiana Bernacotti, a inventare la matita in uso tutt’oggi, col corpo cilindrico o esagonale e l’anima di grafite – minerale che furono invece per primi gli inglesi a utilizzare nella scrittura, almeno dalla metà del XVI secolo. Fatto sta che è qualche secolo che la matita ci offre i suoi servigi, circondata – nel portapenne suddetto – da innumerevoli successori di metallo o di plastica con anime suppergiù liquide che da tempo, appunto, ne avrebbero dovuto sancire l’obsolescenza tecnologica e pratica, dunque la scomparsa. Che può fare un pezzo legno e di sasso dal tratto grigiastro contro, ad esempio, una lucente penna d’alluminio con cartuccia ricaricabile e tratto vividamente colorato e perfetto? Nulla, si direbbe…
Ma eccola sempre lì, la matita: quel pezzo d’antichità superatissimo in tutto e per tutto è ancora lì, oggi, nell’era degli smartphone e dei tablet, dove meravigliosi gadgets tecnologici rendono il più delle volte la scrittura una cosa superflua, pronti a registrare – e correggere, migliorare, catalogare, custodire – ogni nostra nota. La matita in fondo non fa che una miserrima parte di quanto può ad esempio fare uno smartphone, la fa infinitamente peggio di quanto farebbe il peggiore di quegli oggetti tecnologici contemporanei eppure sa donarci un gusto, nel farlo, un piacere, un compiacimento infinitamente migliori.
Perché scrivere con una matita è un gesto assolutamente semplice e per molti versi arcaico, appunto, eppure profondamente affascinante: una pratica estetica, oserei dire. Lasciamo una linea di finissima polvere di grafite sul foglio di carta che diventa, non solo nella forma ma anche nella sostanza, proprio come un’impronta nel terreno, con la differenza che qui l’impronta è in rilievo ed è il terreno stesso a fornircela. Poi, come ogni altra impronta, basterà poco a che venga cancellata – un alito di vento, un colpo di gomma – dandoci la possibilità di lasciare infinite altre nuove impronte, in questo modo risolvendo da sola, la matita, la natura effimera del proprio segno. Finché, soltanto quando lo decideremo, quel segno sulla carta potrà diventare indelebile – quando noi stabiliremo che sarà così, e non una penna e il suo inchiostro!
Hanno provato col tempo a domare e traviare la sua natura originaria: le hanno piazzato a un capo una gomma (trovata a ben vedere piuttosto insignificante), l’hanno trasformata in portamine (ne carne ne pesce, come ogni ibrido: non più una matita, ma nemmeno una penna…) e, come già scritto, l’hanno circondata di schiere infinite di penne d’ogni genere e sorta, inequivocabilmente più belle e più efficienti.
Niente da fare, la matita è ancora lì, da qualche parte sulle nostre scrivanie, incurante di tutto se non del “suo” fido orologio, il temperino. Fragile eppure resistente, povera ma anche raffinata, nobile e al contempo proletaria, è un oggetto che, per così dire, è ancora capace di tenerci saldamente coi piedi per terra attraverso un gesto – la scrittura con essa – antico, formalmente obsoleto ma tutt’oggi assolutamente ricco di fascino, semplice e bellissimo, che sempre più col passare del tempo riscopro e metto in pratica, invitandovi a fare altrettanto. Perché, appunto, non è che un pezzo di legno con dentro un frammento di roccia: due ingredienti in sé banali, tuttavia miscelati in una sorta di formula magica plurisecolare dalla quale scaturisce un piccolo/grande prodigio, che nessuna tecnologia è, almeno nel fascino, ancora in grado di eguagliare.
Tag: storia
“Il Picco Glorioso”: Monte Disgrazia, un’opera di “arte alpinistica” di 150 anni fa in mostra a Chiareggio, fino al 03/09
Si apre oggi a Chiareggio, Sondrio, una mostra che verrebbe da pensare non sia definibile come “d’arte”, ma che a ben vedere artistica lo è più di tante altre che invece si fregiano di tale peculiarità per partito preso… 150 anni fa veniva conquistata una delle vette più affascinanti (vuoi anche per quel nome così pauroso, ma che in verità ha origini assai meno terrorizzanti) delle Alpi centrali, il Disgrazia: e nel 1862 salire le montagne era veramente una sorta d’arte, di performance non solo alpinistica ma anche filosofica, sociologica, scientifica e culturale. Aveva in sé molteplici messaggi, rivolti al mondo intero (la conquista di ciò che fino a quel momento era invitto e sconosciuto, la scoperta di nuovi territori, il raggiungimento di nuove e ardite mete) ma anche ai singoli individui che la mettevano in atto: la sfida a sé stessi, il superamento dei propri limiti, l’ascesa verso l’alto come metaforica elevazione umana e spirituale, e così via…
Ed era in fondo un’arte, l’alpinismo d’allora, anche in senso pratico, per come si basasse soprattutto sull’intraprendenza e l’ingegno di chi s’arrischiava ad affrontare rocce e ghiaccio ostili, più che sulla tecnica o sui materiali, a quei tempi veramente “primitivi” e che oggi non si userebbero nemmeno per la più elementare passeggiata tra i prati.
Così, come l’arte propriamente detta, soprattutto nell’era moderna e contemporanea, ha contribuito (e continua a contribuire) ad aprirci gli occhi sulla realtà che ci circonda e a farci riflettere su di essa, anche l’alpinismo, per sua parte, ha in effetti contribuito ad allargare i nostri orizzonti, a spingere il nostro sguardo oltre, mantenendo vivo nell’animo umano l’ancestrale bisogno di esplorazione nonché di andare oltre i nostri limiti, superando ostacoli all’apparenza insormontabili e, così, aiutandoci a camminare lungo la via dell’evoluzione virtuosa che spetta all’umanità.
“L’esposizione, basata in gran parte sul materiale illustrativo che compone l’omonimo volume, curato da Giuseppe Miotti e Michele Comi, ripercorre il filo conduttore dell’edizione tipografica che sarà presentata a Chiareggio il 22 agosto in occasione delle celebrazioni del 150° anniversario della prima ascensione alla vetta contesa fra Valmalenco e Valmasino. Sono 95 immagini (fotografie, stampe e disegni) che rappresentano la storia e il valore della montagna, le sue creste e pareti, i personaggi in 150 anni di storia dell’alpinismo accanto alle peculiarità di carattere geologico e naturalistico che contraddistinguono l’intero massiccio montuoso.
La struttura della mostra si articola in un centinaio di pannelli fotografici a stampa digitale, articolati a supporti descrittivi e carte di orientamento fissati a montanti lignei che sembrano sostenere il peso arcaico della galleria che include lo spazio espositivo.
La ricostruzione della pionieristica conquista, che avviene anche attraverso documenti unici quali la riproduzione della copia dell’”Alpine Journal”, restituisce con precisione e passione gli eventi legati al raggiungimento della vetta principale che fu conquistata nel 1862 da una cordata inglese, formata da L. Stephen, E. S. Kennedy, M. Anderegg e T. Cox. Gli alpinisti inglesi affrontarono infatti l’ascensione dalla valle di Preda Rossa per la cresta di Pioda: itinerario che costituisce ancor oggi la “via normale” al Disgrazia, ben visibile da Chiareggio.“ (dalla presentazione della mostra)
La mostra MONTE DISGRAZIA, Picco Glorioso. 150 anni di storia apre venerdì 3 Agosto, ore 18.30, presso lo Spazio “La Truna”, Chiareggio, Sondrio. Resterà aperta fino al prossimo 3 Settembre.
Cliccate sulla locandina dell’evento per vederla in un formato più grande, oppure cliccate QUI per visitare le pagine web dedicate alla mostra.
“Collezione Primavera-Estate 2011: un viaggio nella Storia”. Le foto “rivoluzionarie” di Jordi Schifano da Santini Arte, Treviolo.
“Un viaggio, nel vero senso del termine: un’esperienza di crescita culturale e personale, con la mente aperta a realtà tanto diverse della propria da sembrare in apparenza esistere in due mondi diversi; un viaggiatore amante della libertà e della democrazia, che attraverso il suo blog ha permesso a tutti di ammirare i suoi scatti e di leggere i suoi appunti di viaggio.
Da questo nasce l’esposizione fotografica “Collezione Primavera Estate 2011: un viaggio nella Storia”. Un progetto che Jordi Schifano sta presentando sia in Italia che all’estero, un viaggio attraverso il Nord Africa che ripercorre le tappe di un itinerario che ci farà scoprire le idee personali nate in lui osservando luoghi e realtà legate alla Primavera araba. Quindici scatti stampati su lamiera di metallo, a testimonianza del forte legame che Jordi ha nei confronti della sua terra: la provincia lecchese, nella quale questo materiale ha dato vita ad un’importante industria, affermata a livello mondiale.“
Bravissimo Jordi, a suo tempo ospite di Radio Thule (puntata #2, 24 Ottobre 2011, il cui podcast trovate nella pagina relativa) per presentare il suo libro Un Ramadan di Libertà, dal quale è nato poi il progetto fotografico in questione. Tutto molto illuminante: da conoscere, per capire.
Dal 17 al 29 Febbraio 2012 da Santini Arte, via Roma n.73, Treviolo, Bergamo. Per ogni informazione sull’evento: www.santiniarte.it, oppure clicca sull’immagine per visitare il blog di Jordi Schifano e conoscere i suoi progetti di viaggio.