Reblogging: “Cinquanta sfumature di grigio – oh!” (dal blog Grafemi)

Premessa standard a post unificati: siccome che è Estate e fa caldo, a volte molto caldo, e siccome che a me il caldo sfianca, dacché mi potreste vedere in giro con addosso solo una t-shirt nel bel mezzo d’una bufera di neve a Gennaio, e siccome che, capirete bene, gestire un blog è attività tremendissimamente faticosa – ben più di, ad esempio, lavorare in miniera a 1.500 metri di profondità o in acciaieria come addetto agli altiforni o nei terreni agricoli sotto il Sole cocente ovvero altro di ugualmente arduo… ehm… – ho deciso, durante queste settimane canicolari, di far lavorare un po’ gli altri. Già. Ovvero, di ribloggare articoli che ho potuto trovare e leggere su altri blog, e che mi sembrano assolutamente meritevoli della vostra attenzione. Sì, insomma, un modo anche – soprattutto, in effetti! – per rendere omaggio a tanti colleghi blogger i cui post ritengo veramente ottimi, esemplari e spesso illuminanti – blogger che ho la fortuna e l’onore di seguire. In attesa che torni alla svelta la stagione fredda, ovviamente. Freddissima, anzi! O di trasferirmi alle Svalbard, come forse si starà augurando chi ora stia leggendo queste mie cose e ami il caldo estivo…

Comincio con un articolo tratto da Grafemi, il blog di Paolo Zardi, che ritengo uno dei migliori in senso assoluto tra quelli che si occupano di letteratura e cose affini. Ribloggo probabilmente la più efficace e illuminante recensione (ma tale termine è fin troppo limitante, nell’identificare lo scritto in questione) mai letta circa un libro(ide, dovrei dire, citando Gian Arturo Ferrari) sul quale è inutile dire qualcosa,50 Sfumature di grigio”. Una recensione ingegneristica – d’altronde lo è, Paolo Zardi, ingegnere! – che trovo fenomenale nel rappresentare forse il miglior metodo di valutazione di testi del genere (in senso commerciale, non letterario) di cui il suddetto titolo è esempio lampante.
Il che peraltro mi porta a riflettere su un aspetto, o meglio su una delle tante storture della produzione editoriale contemporanea, ovvero sul rapporto intercorrente tra (certo) testo edito e recensione critica dello stesso, e sulla proporzionalità dei valori (letterari) effettivi di entrambi, sovente inversa, dalla cui riflessione credo ne trarrò qualche opinione da proporvi prossimamente.
Un grazie a Paolo Zardi per l’ottimo lavoro compiuto con Grafemi.

Cinquanta sfumature di grigio – oh!

Una delle accuse che più spesso viene mossa a chi scrive recensioni è di non leggere i libri di cui parla. Non so se sia sempre vero – le recensioni che ho potuto leggere sui libri che conosco dimostrano, in molti casi, un’approfondita conoscenza del contenuto, e un’analisi non banale. Nel caso di questa recensione, invece, ammetto, anzi, dichiaro da subito, che io non ho letto “Cinquanta sfumature di grigio”, che non conosco l’autrice (è un’autrice, vero?), che non ho letto neanche gli altri due libri che compongono la trilogia, che ho sfogliato qualche pagina qua e là, per capire se la cosa poteva interessarmi, che nutro alcuni piccoli pregiudizi sulla qualità complessiva dell’opera, che non so spiegarmi il successo così vasto di un porno harmony (è questa l’idea, probabilmente sbagliata, che me ne sono fatto), ma che nonostante questo, parlerò di questo libro, e lo farò usando un approccio completamente diverso: l’analisi della frequenza delle parole.

Variazioni sul tema...
Variazioni sul tema…
Ogni romanzo, ogni storia, è formata da parole (che a loro volta sono formate da grafemi…) che rappresentano, nel loro insieme, la tavolozza che l’autore ha usato per narrare una vicenda. Spesso non ci rendiamo conto di cosa caratterizza lo stile di uno scrittore, perché le variabili in gioco sono tante: la punteggiatura, la costruzione dei periodi, un certo modo di procedere nel ragionamento, la scelta delle metafore (il mondo alle quali attingono), il rapporto tra i paragrafi… e le parole. Ci sono autori che ne usano pochissime, sempre le stesse, e grazie a questo costruiscono storie bellissime – penso a Hemingway, a Faulkner – e altri che danno fondo a tutta la loro conoscenza linguistica per raccontare episodi minimi – e qui mi vengono in mente Nabokov e la sua straripanza verbale, e il più grande autore di tutti i tempi, Shakespeare. Un tempo, l’analisi della frequenza con la quale compaiono le singole parole si affidava a un approccio qualitativo, a sentimento… Ora, invece, è possibile, con un semplice programma (che possiedo solo io: me lo sono scritto con le mie mani), conoscere i numeri che caratterizzano un libro. Così, invece di leggere “Cinquanta sfumature di grigio”, l’ho sottoposto a questa elaborazione, che mi ha fornito alcuni risultati che considero interessanti.

La prima cosa che posso dedurre scorrendo quest’arida lista di parole affiancate dalla frequenza con la quale compaiono è che il centro della storia, il fulcro, l’elemento più rilevante, è un certo “Christian”, che compare 892 volte in un libro che, nella mia edizione, ha poco più di 600 pagine; e ho il sospetto che il pronome “lui”, che compare 973 volte, faccia riferimento proprio a questo tizio. La presenza di 652 occorrenze del pronome personale “mia”, e 540 “mio”, mi spinge a pensare che che la storia sia raccontata in prima persona; come indizio ulteriore, noto che “io” compare 538 volte (stiamo parlando di numeri molto alti: per capirci, la preposizione “da” compare 766 volte, meno spesso dell’onnipresente lui-Christian). “Grey”, 548 volte, è un cognome o un altro uomo della storia?

(Continuate a leggere l’articolo al completo nel blog Grafemi)

Paola Ronco, “Corpi estranei”

cop_corpiestraneiA volte ci sono certi titoli – di libri, ovviamente intendo dire – che, chissà per quale motivo, risultano più intriganti e accattivanti di altri, e senza che queste finalità siano da essi direttamente ricercate, almeno non palesemente. Poi magari si acquista il libro relativo e si scopre che quel titolo nulla c’azzecca con i suoi contenuti – quante volte accade, eh?! – ma altre volte si comprende come il titolo stesso viceversa risulti parecchio azzeccato, per la storia che introduce e a cui fa riferimento – ancor più se inserito in una copertina altrettanto accattivante, poi.
In fondo Corpi estranei, romanzo d’esordio della scrittrice torinese Paola Ronco (PerdisaPop, collana “Corsari”) l’ho acquistato anche per i motivi appena citati – non solo, certo: i “promo” mi parevano interessanti e ne avevo pure sentito parlare bene sul web – e il mio attuale “studio” del genere giallo/noir ne ha reso la lettura un’attività assolutamente consona al momento. Anche se, bisogna precisare fin da subito, Corpi estranei non è un giallo (o un noir) propriamente detto, dacché mancante di buona parte delle classiche caratteristiche identificanti il genere e i suoi derivati. Di contro c’è – questo sì – uno spiccato mood da noir metropolitano, una tensione di fondo che illumina di una luce piuttosto oscura la narrazione, e una visione di matrice quasi sociologica delle vite quotidiane dei protagonisti – tre storie, tre diversi personaggi, tre esistenze che si sfiorano, si toccano appena senza mai realmente incrociarsi…

Leggete la recensione completa di Corpi estranei cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

Erlend Loe, “Saluti e baci da Mixing Part”

cop_saluti-e-baci-da-mixing-partDi sicuro conoscerete e apprezzerete anche voi Mixing Part, vero? D’altro canto è una delle più belle e famose località turistiche delle Alpi, già sede delle Olimpiadi Invernali, di prestigiose gare di sci, di un celeberrimo trampolino di salto, inoltre da lì, con una spettacolare funivia, si può salire fin sulla vetta dello Zugspitze, la più alta vetta della Germania…
Beh, se proprio ritenete di non aver mai sentito un posto pur così famoso con quel nome, in effetti avete ragione, perché in verità si sta parlando di Garmisch-Partenkirchen, la più nota località sciistica della Germania: “Mixing Part” è il modo bizzarro in cui la rinomina il traduttore on line grazie al quale la famiglia dei Telemann da Oslo, Norvegia, prenota la propria casa di vacanza a Garmisch nelle prime pagine di Saluti e baci da Mixing Part, ultimo romanzo pubblicato in Italia (in ordine di tempo) di Erlend Loe, scrittore norvegese tra i più originali – soprattutto stilisticamente – del panorama letterario scandinavo (ovviamente edito da Iperborea nel 2012, con traduzione di Giuliano D’Amico; titolo originale Stille dager i Mixing Part, 1° ed.2009).
In verità è Nina Telemann, amante di tutto ciò che è germanico, a voler andare in vacanza a Garmisch-Partenkirchen/Mixing Part, mentre Bror, il marito, viceversa la Germania la odia, considerandola ancora un covo di nazisti che perseguono gli ebrei e rinchiudono i bambini nei sotterranei delle case…

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Luca Locati Luciani, “Crisco Disco”

Crisco-Disco_copPer uno come il sottoscritto, cresciuto fin dall’adolescenza in una cultura musicale quasi del tutto rock, della disco music e del periodo nella quale divenne uno dei generi più ascoltati sul pianeta conservavo soprattutto una conoscenza basata su semplici luoghi comuni – John Travolta e La febbre del sabato sera, i Bee Gees, la fama quasi mitologica dello Studio 54, Donna Summer e via dicendo… Ancor meno, per quanto appena detto, mi veniva di correlare la genesi e l’evoluzione del genere disco, con tutti i suoi annessi e connessi, ad una parallela evoluzione della cultura GLBT, nonostante alcune evidenze assolutamente mainstream – i Village People, per dirne una. A tracciare invece un quadro veramente esaustivo della questione, dal suo principio fino all’inizio degli anni ’90 è Luca Locati Luciani in Crisco Disco. Disco Music & clubbing gay negli anni ’70-’80, edito nel 2013 da VoloLibero, un corposo saggio (letto quale “testo di studio” per la personale partecipazione ad una futura trasmissione radio nazionale sul periodo) che va ben oltre la sua primaria natura, all’apparenza soprattutto musicologica, per disquisire sulla questione anche da punti di vista più universalmente culturali e finanche sociologici…

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Patrick McGrath, “Grottesco”

cop_grottesco_McGrathLeggo sul dizionario: “Grottésco agg. e s. m. [der. di grottesca] (pl. m. -chi). – Stranamente e bizzarramente deforme, riferito in origine alle pitture parietali dette grottesche, e poi in genere a tutto ciò che, per essere goffo, paradossale, innaturale, muove il riso pur senza rallegrare: figura g.; aspetto g.; una situazione g.; un tipo, un personaggio g.” E di seguito: “In letteratura, è uno degli aspetti del comico, che nasce da uno squilibrio, da una sproporzione voluta fra gli elementi rappresentativi (per es., la morte di Morgante nel poema del Pulci), o dal contrasto fra la drammaticità, la grandiosità della rappresentazione obiettiva di un personaggio e lo spirito parodistico o satirico nel quale lo scrittore lo immerge o con cui risolve inaspettatamente una situazione non comica (come, per es., in taluni episodî del Don Chisciotte, o dei poemi cavallereschi italiani).
Poi leggo cosa afferma al proposito Hugo Coal: “E odo alle mie spalle soltanto un mormorio di voci basse, smorzate, magari un frusciare di seta, un respiro rattenuto, o anche uno sbuffo di gioia, la scena che mi raffiguro è una scena di depravazione erotica: sesso in poltrona nel cuore del pomeriggio. E’ questo che intendo quando parlo di grottesco: fantasticherie, bizzarrie, assurdità incongrue. Sì, perché quando una volta Cleo è entrata nel salotto e con un grido d’indignazione mi ha rigirato la carrozzella, ho scoperto che i due, Harriet e Fledge, stavano… giocando a scacchi!” (pag.79). Hugo Coal è il protagonista di Grottesco, romanzo di Patrick McGrath (Adelphi, traduzione di Claudia Valeria Letizia, 1° ed. Marzo 2003; orig. The Grotesque, 1989) dal titolo quanto mai programmatico e significativo; Cleo è la figlia prediletta, Harriet la moglie, Fledge il maggiordomo…

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