Veramente i comprensori sciistici evitano lo spopolamento dei territori montani?

[Veduta di Madesimo e del suo comprensorio sciistico, 27 marzo 2025. Immagine tratta da madesimo.panomax.com.]

Gli impianti a fune rappresentano un elemento cruciale per contrastare lo spopolamento delle aree montane […] Ogni posto di lavoro creato nelle nostre montagne ha un valore enorme, soprattutto se consideriamo l’importanza di contrastare lo spopolamento delle aree montane. Ogni opportunità lavorativa in questi territori non è solo una risorsa economica, ma una garanzia di vitalità per le comunità locali.

Sono dichiarazioni di Massimo Fossati, vicepresidente di ANEF, l’associazione che riunisce la gran parte dei gestori dei comprensori sciistici italiani (la fonte è qui), espresse in occasione dell’uscita, nell’ottobre 2024, dello “studio” promosso dalla stessa Anef che ha fatto il punto sugli impatti socio-economici a livello locale degli impianti di risalita.

Ma è proprio vero che dove sono in attività impianti e piste da sci si contrasta lo spopolamento del territorio che ospita i relativi comprensori?

Per quanto riguarda la mia regione, la Lombardia, provo a dare una risposta significativa analizzando i dati demografici degli ultimi vent’anni – un periodo dunque già indicativo – nei comuni direttamente legati ai maggiori comprensori sciistici lombardi, le cui “classifiche”, molto simili le une alle altre, si trovano facilmente sul web. I dati li traggo da www.tuttitalia.it.

Ad esempio, il sito siviaggia.it, uno dei più letti tra quelli a tema turistico, indica la seguente “classifica” delle migliori località sciistiche lombarde:

  • Madesimo
  • Aprica
  • Bormio
  • Santa Caterina di Valfurva (comune di Valfurva)
  • Valdidentro
  • Livigno
  • Piani di Bobbio (comune di Barzio)
  • Piazzatorre
  • Foppolo
  • Colere
  • Ponte di Legno
  • Montecampione (comune di Artogne)

Bene, vediamo nei grafici sottostanti per ciascuna di queste località, nell’ordine sopra riportato, l’andamento demografico degli ultimi vent’anni, ovvero se i relativi comuni hanno guadagnato o perso abitanti – un dato “basico” ma, come detto, già del tutto significativo:

Bisogna denotare che Artogne, nel cui territorio (e in piccola parte in quello di Pian Camuno) si trova il comprensorio di Montecampione, è il comune meno legato alla presenza degli impianti sciistici, essendo posto a 266 metri di quota nel piano della bassa Valle Camonica e dunque risultando più correlato al tessuto economico prettamente industriale della bassa valle camuna.

Parimenti va precisato che anche Livigno, per ragioni peculiari proprie, rappresenta un caso particolare e per diversi aspetti poco paragonabile alle altre stazioni sciistiche della Lombardia.

L’unico comprensorio sciistico lombardo “importante” non citato nella classifica suddetta è quello di Chiesa Valmalenco. Ecco qui il relativo andamento demografico:

In definitiva, su tredici comuni “sciistici” citati, al netto delle precisazioni sopra espresse, solo tre hanno guadagnato abitanti negli ultimi vent’anni; tutti gli altri ne hanno persi in maniera più o meno ingente.

Credo non serva rimarcare che ogni luogo abitato, piccolo o grande e ancor più se posto in un territorio particolare come quello di montagna, è vivo e vitale solo se di abitanti ne ha e col tempo ne guadagna. L’economia dei piccoli centri e la sussistenza dei servizi di base locali si poggia sulle residenze stanziali, non certo sulle presenze turistiche saltuarie quando non meramente occasionali. I turisti non hanno bisogno, se non incidentalmente, degli ambulatori medici in loco, i loro figli non frequentano le scuole in montagna, non usano, se non raramente, il trasporto pubblico locale. Sembra un’ovvietà rimarcarlo e lo è, ma forse non troppo. Sono gli abitanti a far vivere i piccoli comuni montani, non i turisti: da tale evidenza non ci si scappa.

Dunque, posto tutto ciò, veramente i comprensori sciistici evitano lo spopolamento dei territori montani?

Temo che una risposta significativa, ripeto, scaturisca in modo piuttosto spontaneo dai grafici qui pubblicati, ecco.

I bandi per la montagna di Regione Lombardia: ottima cosa. No, anzi: non così tanto.

Leggo che Regione Lombardia ha stanziato 17 milioni di Euro per i progetti del bando “Valli Prealpine” al fine di «contrastare lo spopolamento e rigenerare i territori di montagna, con il potenziamento e la valorizzazione di beni e di servizi pubblici a favore delle comunità locali» e mi dico: ottima cosa! E lo è, in effetti, come lo sono i recenti bandi lombardi per l’agricoltura di montagna (17 milioni) o per i rifugi (5 milioni). Ma appena dopo penso che, pur mettendo insieme gli investimenti di tutti questi bandi “virtuosi”, la somma rappresenta solo una piccola parte di quella che la stessa Regione Lombardia ha stanziato, o intende stanziare, per infrastrutture sciistiche in zone poste a quote inferiori di 1800-2000 m, al di sotto delle quali lo sci non è più scientificamente garantito in forza dei cambiamenti climatici in corso. Soldi sostanzialmente buttati, insomma, ovvero tolti a molti altri progetti ben più necessari e utili alle comunità residenti in quei territori e realmente funzionali a combattere lo spopolamento e sostenere l’attrattività abitativa.

Si consideri i soli progetti di nuovi impianti tra Lizzola e Valbondione, per i quali Regione Lombardia stanzierebbe 19 milioni, di Piazzatorre (da Regione 14 milioni), Maniva (12,5 milioni), Montecampione (13 milioni)… con il totale siamo già ben oltre le cifre per quei bandi “virtuosi” sopra citati. Ce ne sono sicuramente altri di questi bandi, così come ci sono decine di altri progetti sciistico-turistici parimenti opinabili in corso in Lombardia, tra nuovi impianti di risalita, opere per l’innevamento artificiale, strade, parcheggi e altri interventi a corredo; ciò senza contare i progetti estivi (soprattutto le tante ciclovie assai discutibili) e gli stanziamenti per le prossime Olimpiadi di Milano-Cortina. Insomma, la bilancia è inesorabilmente squilibrata a favore di questi secondi, non dei primi.

Va bene così? Forse sì: ma nello stato in cui si trovano i nostri territori di montagna (e scrivo «nostri» per indicare non solo la montagna lombarda ma tutte le montagne italiane), non dovrebbe avvenire il contrario cioè una preponderanza di finanziamenti pubblici per progetti, opere e interventi a reale supporto della quotidianità delle comunità di montagna e dei servizi di base a loro necessari (si pensi ai continui tagli del trasporto pubblico che serve i comuni montani, per dirne solo una) destinandone una parte ben minore a supporto del turismo e solo dove sia sensato e logico intervenire. Senza dimenticare poi che gli stanziamenti pubblici nel settore turistico vanno spesso a vantaggio di soggetti privati che lavorano (giustamente) per il lucro, non a diretto favore delle comunità locali: che poi ci possano essere ricadute positive – il tanto celebrato e a volte fantomatico “indotto” – è verissimo, ma è evidentemente qualcosa di ben diverso dall’intervenire direttamente per finanziare scuole, ambulatori di sanità pubblica, bus o per manutenere le strade locali oppure sistemare le situazioni di dissesto idrogeologico.

Tutto questo lo evidenzio non tanto per dar contro a quei progetti sciistico-turistici – se pur la loro notevole irrazionalità rende inevitabile farlo – quanto per obiettività rispetto alla realtà effettiva delle cose oltre che osservanza del più ordinario e necessario buon senso. Il quale, non mi stancherò mai di ripeterlo, è un elemento fondamentale nella gestione politico-amministrativa e socio-culturale dei territori delicati come quelli di montagna. Combattere il loro spopolamento e sostenerne lo sviluppo a lungo termine non significa spendere tanti soldi ma spenderli razionalmente dove è realmente necessario senza inseguire affarismi, propagande, ideologismi e tornaconti particolari, visto anche che, finanziariamente, non siamo la Svizzera o il Lussemburgo. E vedere aprire nuove seggiovie lungo le piste da sci nel mentre che nei rispettivi paesi si vedono chiudere le scuole o eliminare i bus non è cosa degna di un paese realmente civile e democratico.