Un viaggio nello spazio delle montagne e nel tempo dello sci, questa sera a Calolziocorte (Lecco)

Il primissimo sci sulle montagne italiane, a pochi passi da Milano; un luogo montano speciale, dalla storia millenaria e dall’anima “metro-montana”; una funivia che non fu solo un capolavoro ingegneristico ma che detenne persino alcuni primati mondiali; un turismo di cento anni fa ma che aveva caratteristiche che sarebbero tutt’oggi innovative; un viaggio suggestivo e affascinante nel tempo e nello spazio sull’onda di filmati, foto d’epoca, testimonianze dirette, aneddoti, narrazioni suggestive…

Avrete tutto questo, e molto di più, questa sera 29 maggio, nella sala conferenze del Monastero di Santa Maria del Lavello a Calolziocorte (Lecco), in “Sciare in Valcava. Il primo sci a un passo da Milano”, un evento promosso dalla Comunità Montana Lario Orientale-Valle San Martino e dall’Ecomuseo Val San Martino nell’ambito della rassegna “ConoSCIamo. Storie di sci e montagna”.

Io, Giacomo Camozzini e Ruggero Meles vi guideremo in questo viaggio intrigante e vi racconteremo perché, su quelle montagne in vista del Duomo di Milano e sul loro paesaggio peculiare, si scrissero così tante pagine emblematiche e suggestive della frequentazione moderna e contemporanea delle montagne.

Quale trait d’union temporale (e non solo) tra quei tempi e il presente, saranno ospiti dell’evento Federico Pellizzari, atleta paralimpico vincitore di una medaglia d’argento nella combinata alpina maschile categoria standing alle recenti Olimpiadi di Milano Cortina, e altri atleti delle discipline invernali.

Dunque, se siete della zona o in zona, oppure se vi interessa conoscere meglio le montagne e la loro storia, vi invito caldamente a partecipare alla serata: andremo a ri-scoprire insieme un luogo da secoli speciale e ancora oggi assolutamente affascinante, anzi, nella realtà in divenire forse più capace di un tempo di manifestare una relazione tra uomini e montagne equilibrata e vantaggiosa per tutti.

Trovate tutte le informazioni sulla serata nella locandina lì sopra, oppure potete scrivere a cultura.turismo@comunitamontana.lc.itCi vediamo questa sera Calolziocorte!

Quando si sciava a un passo da Milano. Storia di Valcava e del turismo invernale di cent’anni fa, venerdì 29 maggio a Calolziocorte (Lecco)

[Foto tratta da www.milanofoto.it.]
Dal centro di Milano, e ancor più dal suo hinterland, Valcava la si riconosce subito, in forza della presenza dei numerosi grandi ripetitori radiotelevisivi che caratterizzano la dorsale dell’Albenza nei pressi della località. C’è dunque un legame visivo pressoché immediato tra la grande città e la montagna orobica, ma in concreto è forse quello meno “congiungente”: in verità per Milano e per buona parte della Lombardia pedemontana, la relazione con Valcava è stata (ed è) antica, poliedrica, per molti aspetti speciale se non unica e non soltanto perché è la montagna di una certa altezza – cioè ben oltre i 1000 metri –  in assoluto più vicina al centro del capoluogo lombardo. Fino a che i vasti prati dell’Albenza sotto il passo (oggi meta ambitissima per tutti i ciclisti) negli anni Venti del secolo scorso sono diventati una delle prime e più rinomate stazioni sciistiche prealpine, grazie alla costruzione dell’ardita funivia – a sua volta tra le prime delle Alpi – che portò lassù il turismo in forme e modi allora innovativi e sorprendenti, precursori per diversi aspetti del turismo sostenibile contemporaneo.

Insomma, è una località emblematica e affascinante, Valcava, che vi racconterò insieme ad altri prestigiosi relatori venerdì prossimo 29 maggio, nella sala conferenze del Monastero di Santa Maria del Lavello a Calolziocorte (Lecco) in “Sciare in Valcava. Il primo sci a un passo da Milano, un evento promosso dalla Comunità Montana Lario Orientale-Valle San Martino e dall’Ecomuseo Val San Martino nell’ambito della rassegna “ConoSCIamo. Storie di sci e montagna”.

Vi racconteremo tutto il fascino particolare di Valcava e del primo sci turistico sulle montagne tra Lecco e le valli bergamasche anche grazie a filmati, foto d’epoca, testimonianze dirette, aneddoti e narrazioni suggestive. Saranno ospiti dell’evento Federico Pellizzari, atleta paralimpico vincitore di una medaglia d’argento nella combinata alpina maschile categoria standing alle recenti Olimpiadi di Milano Cortina, e altri atleti delle discipline invernali.

Dunque, se siete della zona o in zona vi invito caldamente a partecipare alla serata: andremo a ri-scoprire insieme un luogo da secoli speciale e ancora oggi assolutamente affascinante, anzi, nella realtà in divenire forse più capace di un tempo di manifestare una relazione tra uomini e montagne equilibrata e vantaggiosa per tutti.

Trovate tutte le informazioni sulla serata nella locandina lì sopra, oppure potete scrivere a cultura.turismo@comunitamontana.lc.it. Ci vediamo venerdì 29 a Calolziocorte!

Il “mistero” del Pizzo Arera

[[Foto ©Alessia Scaglia.]
L’amica fotografa Alessia Scaglia ha fissato nella bellissima immagine qui sopra il momento nel quale la Luna piena dello scorso inizio gennaio sembra rimanere in bilico sulla vetta del Pizzo Arera (alto 2512 metri), una delle montagne più belle e note delle Prealpi Bergamasche anche per come sia facilmente visibile, stante il suo isolamento, e riconoscibile da Milano (la lungamente rettilinea Via Padova, una delle strade che dal centro portano al di fuori della città, punta direttamente la cima dell’Arera, come mostra l’immagine sottostante) così come da buona parte della fascia pedemontana lombarda tra la Brianza e il bresciano. L’Arera, con le sue possenti forme alpestri ma pure in forza delle sue peculiarità geologiche e naturalistiche sovente eccezionali, è un marcatore referenziale fondamentale per le montagne orobiche, un cairn dei più possenti nelle Prealpi lombarde che nell’immagine fotografica di Alessia si accende come un faro ad illuminare il territorio circostante e la volta celeste al di sopra.

[Foto ©Vittorio Cera tratta dalla pagina Facebook “Gorla Precotto”.]
D’altro canto, l’Arera è una di quelle montagne la cui rinomanza si perde nei secoli addietro (la raffigurò anche Leonardo da Vinci in uno dei suoi disegni delle Alpi lombarde risalenti al 1510-1512 oggi conservati nelle Collezioni Reali di Windsor, in Gran Bretagna) ma, nonostante ciò, sull’origine del suo oronimo resta una sostanziale e, appunto, per certi versi sorprendente incertezza. Come ho rimarcato tante altre volte occupandomi di toponomastica alpina, non di rado il fascino e la bellezza di una montagna si alimentano anche del senso più o meno misterioso del suo nome, che incuriosisce pure chi non è così interessato alla toponomastica e che non di rado custodisce nozioni e narrazioni – a volte millenarie – estremamente interessanti sulla montagna stessa o sul paesaggio (anche umano) che ha intorno; in altri casi invece il mistero resta fitto e destinato a rimanere tale a lungo, in mancanza di scoperte sensazionali al riguardo.

In ogni caso, riguardo l’Arera, secondo alcuni l’oronimo deriverebbe dal termine latino area (“spazio spianato”, “aia”), con riferimento agli ampi altipiani erbosi e ai pascoli pianeggianti che caratterizzano i suoi versanti meridionali fino ai piedi del corpo calcareo sommitale del monte, roccioso e più accidentato. Per altri studiosi, nell’oronimo si potrebbero riconoscere – peraltro come in molti altri toponimi bergamaschi – radici linguistiche celtiche o pre-latine come Ar-, che indica montagna/roccia, o cose affini. Infine, si ipotizza che “Arera” potrebbe derivare dal longobardo braida (pianura aperta, fondo coltivato) e dunque che il toponimo anche in questo caso non indicherebbe tanto il monte quanto il territorio ai suoi piedi, come se per questo rappresentasse veramente un ciclopico cairn che lo georeferenzia nel panorama montano orobico.

[Il versante occidentale del Pizzo Arera visto dalla Cima di Menna. Foto di MatthewGhera, opera propria, CC BY 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Quale che sia l’ipotesi più attendibile (qui le ho solo riassunte per delineare la questione, che ovviamente abbisogna di indagini più approfondite), resta il fatto che innumerevoli appassionati di montagna conoscono l’Arera, la frequentano e, nominandola, ne perpetuano inconsciamente tanto la fama geografica e morfologica quanto il mistero toponomastico, forse così mantenendo dell’Arera assolutamente vivi anche la bellezza e il fascino alpestri. Dai quali anche la Luna, come mostra la foto di Alessia Scaglia, si è fatta ammaliare.