Il mondo contemporaneo riflesso nel video. “Reflections”, la mostra di Bill Viola a Villa Panza, Varese. Fino al 28 Ottobre.

Per chi non lo sapesse, per chi se lo fosse scordato o per chi non l’abbia ancora visitata, è d’uopo ricordare che fino al prossimo 28 Ottobre, Villa Panza di Varese ospita Reflections, la bellissima e affascinante mostra personale di Bill Viola, certamente uno degli artisti imprescindibili alla conoscenza dell’arte contemporanea e, ancor più, alla sua essenza.
Non solo Viola è una dei maestri indiscussi della videoarte, ma è anche colui che, forse più di ogni altro, ha saputo elevare una così moderna e tecnologica espressione artistica a vertici di fascino più propriamente tipici dell’arte antica e classica, coniugando estetica elettronica, profondità tematica e fruibilità di massa in opere che, appunto, fanno di diritto parte della storia dell’arte. E, a mio modo di vedere, non solo contemporanea, per come anche i suoi video più datati sembra non risentano dello scorrere del tempo.
Una mostra da non perdere, insomma, in una cornice peraltro mirabile quale è Villa Panza, bene FAI, circondata da uno dei più bei parchi d’Italia e sede di una notevole collezione d’arte contemporanea: tutti ottimi motivi per una visita, no?

Bill Viola, simbolo della video arte, ha realizzato per Villa Panza la mostra Reflections. Sono esposte undici installazioni che definiscono i temi centrali del suo lavoro dagli anni ’70 ad oggi, scelte e pensate appositamente dall’artista americano in dialogo con l’architettura del luogo. Le opere creano un viaggio di spiritualità e di energia dal quale il visitatore uscirà completamente trasformato.
Nelle Scuderie della Villa è esposto il sorprendente Nantes Triptych (1992) che documenta la ricerca di Bill Viola attraverso concetti esistenziali quali la nascita, la morte e la trascendenza. Nell’installazione Reflecting Pool (1977-79) l’artista disamina i temi della purificazione, della dissoluzione e della rinascita. Il percorso continua nell’ala padronale con The Darker Side of Dawn (2005) dove la natura è protagonista con il suo solenne e impercettibile movimento e dove l’artista ha voluto creare un’eco al parco di Villa Panza.
La mostra prosegue con i lavori figurativi della serie Trasfigurations (2007-08) in cui l’acqua diventa il simbolo di transizione tra la vita e la morte. Tra le opere è presente anche Emergence (2002), uno dei capolavori di Bill Viola noto per il riferimento al patrimonio figurativo del passato, ed esposto per l’occasione a Villa Panza come omaggio al territorio di Varese, al suo Sacro Monte e agli affreschi di Masolino da Panicale nella Collegiata di Castiglione Olona.
La mostra è a cura di Kira Perov.

Cliccate sull’immagine per visitare le pagine dedicate alla mostra nel sito web del FAI. Reflections, lo ricordo ancora, è aperta fino al 28 Ottobre 2012.

“1984: Fotografie da Viaggio in Italia”, l’omaggio estivo (forse troppo!) della Triennale di Milano a Luigi Ghirri. Fino al 26/08.

Le fotografie di “Viaggio in Italia” rappresentano un calmo e raffinato esercizio della visione e propongono un nuovo ABC del paesaggio italiano indagato nei suoi elementi primari grazie a un approccio intellettuale e al tempo stesso affettivo, privo di retorica, stereotipi, gerarchie. Sono fotografie on the road, apparentemente semplici, silenziose, un po’ pensose, attente ai molti luoghi della provincia ma anche alle città: lontane dal reportage sensazionalistico, sono un invito a rivolgere lo sguardo alla quotidianità e alla normalità carica di poesia del paesaggio che ci sta intorno.
A distanza di quasi trent’anni, il progetto ghirriano offre una emozionante riflessione sull’identità del “Bel Paese” ricercata nel racconto di luoghi che ormai si sono completamente trasformati, spesso perdendo quella armonia tra natura e cultura che era un tratto così profondamente italiano.

Il Museo di Fotografia Contemporanea rende omaggio a Luigi Ghirri in occasione del ventennale della morte proponendo al pubblico una selezione di fotografie dalla mostra “Viaggio in Italia”, il progetto da lui curato nel 1984 che divenne il manifesto della “scuola italiana di paesaggio”. Le fotografie, ora parte delle collezioni del Museo, vengono per la prima volta presentate al pubblico dopo il restauro finanziato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, con il sostegno e la collaborazione scientifica della Direzione generale per il paesaggio, le belle arti, l’architettura e l’arte contemporanee (PaBAAC).
Alla fine degli anni Settanta Luigi Ghirri, uno dei grandi maestri della fotografia contemporanea italiana e internazionale, concepisce uno straordinario progetto di “rifondazione” dell’immagine del paesaggio italiano. Nel 1984 il progetto “Viaggio in Italia” prende forma in una mostra alla Pinacoteca Provinciale di Bari e in un libro pubblicato dal Quadrante di Alessandria, con un testo di Arturo Carlo Quintavalle e uno scritto di Gianni Celati. Vi prendono parte venti fotografi, per la maggior parte italiani: Olivo Barbieri, Gabriele Basilico, Giannantonio Battistella, Vincenzo Castella, Andrea Cavazzuti, Giovanni Chiaramonte, Mario Cresci, Vittore Fossati, Carlo Garzia, Guido Guidi, Luigi Ghirri, Shelley Hill, Mimmo Jodice, Gianni Leone, Claud Nori, Umberto Sartorello, Mario Tinelli, Ernesto Tuliozi, Fulvio Ventura, Cuchi White. Molti di loro sono oggi artisti molto noti a livello internazionale.
La mostra presenta 100 fotografie da “Viaggio In Italia”, una serie di fotografie di Giovanna Calvenzi che documentano la mostra e il convegno che si tennero nel 1984 alla Pinacoteca Provinciale di Bari, e il film di Maurizio Magri con sceneggiatura di Vittore Fossati “Viaggio in Italia. I fotografi vent’anni dopo”, prodotto dal Museo di Fotografia Contemporanea nel 2004, ormai esaurito e ristampato per l’occasione.

Una mostra fondamentale, insomma, che ripropone l’essenza di un progetto dalle altissime valenze artistiche e culturali, ma anche (e non poco) antropologiche, concepito da un personaggio, Luigi Ghirri, che meriterebbe l’omaggio costante dell’intero panorama culturale italiano, per quanto grande fu.
Non posso però non denotare le mie perplessità sul periodo di apertura della mostra, che sarà pur giustificato da buoni motivi, non lo metto in dubbio, ma che con tutta evidenza comprende un periodo nel quale la gente pensa più a monti, laghi, spiagge, frescura ed aria aperta (comprensibilmente) piuttosto che a starsene a bagnomaria nell’afa cittadina e a infilarsi al chiuso d’un museo, seppur meraviglioso (lunghissima vita alla Triennale!). Ovvero, non sarebbe assolutamente male un prolungamento del periodo di apertura che comprenda almeno una parte di Settembre, anche a favore delle scolaresche potenzialmente interessate alla visita… So bene che una città come Milano, e le sue istituzioni, debbano garantire un’alta qualità dell’offerta culturale in ogni periodo dell’anno, anche nelle settimane nelle quali la città si svuota e tutti pensano alle vacanze, di contro spiace constatare che la programmazione temporale di una mostra – peraltro così importante non solo dal punto di vista artistico, appunto – possa risultare potenzialmente invalidante alla conoscenza più ampia possibile dell’evento e del suo valore.
In ogni caso, se sarete a Milano, o se potrete esserci, vi assicuro che 1984: Fotografie da Viaggio in Italia è una mostra che val bene un pomeriggio al lago. Cliccate sull’immagine in testa al post (Luigi Ghirri, Alpe di Siusi, 1979) per visitare il sito web della Triennale ed avere ogni utile informazione sulla mostra, sulle iniziative correlate e sulla visita; inoltre, se volete conoscere più a fondo la figura di Luigi Ghirri, personalmente vi consiglio un libro fondamentale non solo per qualsiasi appassionato di fotografia, ma anche, appunto, di cultura italiana: Lezioni di fotografia, edito da Quodlibet. Cliccate sul libro qui accanto e ne avrete utili dettagli.

Il Museo delle Culture di Lugano presenta al Museo Rietberg di Zurigo “Die Schule von Yokohama”, la fotografia giapponese di inizio Novecento dedicata all’universo femminile. Fino al 14/10.

Nel vasto affresco dell’universo femminile lasciatoci dalla fotografia all’albumina colorata a mano, emergono distintamente tre grandi temi. Il primo è quello che possiamo chiamare della «bellezza sublime», in cui l’occhio del fotografo sembra andare costantemente alla ricerca del segreto che anima il regno delle geisha e dei teatri, segreto cui, in giapponese, si allude con la parola karyûkai, il fluttuante «mondo dei fiori e dei salici» che durano un istante e poi passano per sempre, delle tenerezze che muoiono al volger della stagione, dei ricordi che restano appena, come il profumo d’un fiore sbiadito fra le pagine d’un libro. Il secondo è quello del ruolo e del lavoro della donna nella vita di tutti i giorni, che pur contrassegnato dalla presenza, soprattutto formale, di un ambito spaziale di essenzialità e armonia, ha pochi elementi effimeri, ed è particolarmente attento a creare una connessione esplicita fra gli elementi del contesto e la circostanza che costituisce il soggetto della fotografia. Il terzo tema, infine, fortemente legato alla tradizione dei ritratti di cortigiane (bijinga) dell’ukiyo-e, e con molte concessioni al gusto europeo, è quello degli edifici delle «città senza notte» (fuyajô) e delle donne che vi dimorarono senza veli.

Fino al 14 Ottobre 2012 il Museo Rietberg di Zurigo presenterà al pubblico l’esposizione temporanea Die Schule von Yokohama. Frauen in der frühen japanischen Fotografie, costituita da 50 opere della Collezione “Ceschin Pilone-Fagioli” del Museo delle Culture di Lugano. Il percorso fotografico farà anche da contraltare alla contemporanea esposizione dedicata alla bellezza femminile nelle stampe dell’ukiyo-e, intitolata Die Schönheit des Augenblicks. Frauen im japanischen Holzdruck.
Die Schule von Yokohama costituisce un nuovo e significativo tassello del lavoro di ricerca e di valorizzazione condotto dai ricercatori dell’Heleneum sul fondo di 5.185 fotografie realizzate in Giappone fra il 1860 e il 1910, con la tecnica della stampa all’albumina, e colorate a mano da artisti del tempo. Il lavoro di ricerca ha già avuto come suoi esiti le esposizioni temporanee ospitate nel 2010 a Lugano (Villa Ciani), nel 2011 a Venezia (Palazzo Franchetti) e nel 2012 a Napoli (Villa Pignatelli), accompagnate da un catalogo illustrato di oltre 360 pagine giunto ormai alla sua terza edizione. In occasione della mostra zurighese, oltre al volume in italiano a cura di F. Paolo Campione e Marco Fagioli (Giunti, Firenze), il Museo Rietberg pubblicherà in tre lingue un opuscolo di approfondimento sulla Scuola di Yokohama a cura del Museo delle Culture.

Cliccate sull’immagine della locandina della mostra per visitare il sito web del Museo delle Culture di Lugano ed avere ogni utile informazione sull’evento: un’occasione parecchio interessante di conoscere un’arte fotografica (e la cultura particolare alla base di essa) lontana nel tempo ma ancora assolutamente affascinante e ispirativa, pure per la ricerca artistico-fotografica contemporanea.

La piccola/grande magia del MagA di Gallarate

No, tranquilli, niente fattucchieri, ciarlatani, sensitivi cialtroni o che altro… E anche quella A nel titolo del post non è un errore, perché in effetti di una bella magia voglio qui disquisire, realizzata non da un magO o da una magA, ma dal MAGA, il Museo d’Arte di Gallarate, che per la prima volta ho visitato qualche giorno fa.
Un museo d’arte moderna e contemporanea “di provincia”, di una cittadina che certamente può essere ancora considerata parte del grande hinterland di Milano (pur essendo lì già in provincia di Varese) e influenzato da esso, eppure di sicuro piuttosto discosta dal “giro” artistico milanese: una “normale” cittadina come tante altre, con la sede museale un poco adombrata dai soliti, anonimi palazzoni residenziali che rischiano di sminuirne l’architettura invece pregevole, ben integrante la parte nuova con quella ricavata dal riuscito recupero di alcuni edifici industriali di inizio secolo scorso… Insomma, un luogo d’arte che certamente non gode della rinomanza di altri musei “di città” e che per visitare il quale ci devi andare un po’ per forza, eppure il MAGA offre ai suoi visitatori una piccola/grande magia, appunto: una collezione permanente succinta ma significativa, che copre bene il Novecento (con opere considerevoli soprattutto degli anni ‘50/’70) e l’inizio del nuovo secolo con lavori (nemmeno così secondari, in tanti casi) di grandi nomi dell’arte, soprattutto italiani e soprattutto provenienti dall’archivio del Premio Nazionale Arti Visive Città di Gallarate, oltre che dal mecenatismo di alcuni industriali locali. Inoltre, una bella area dedicata a mostre temporanee, sovente di carattere “alternativo” e sperimentale, un simpatico bar, un piccolo bookshop… E, last but non least, la dimostrazione evidente di come si possano creare preziosi scrigni di arte di valore assoluto assai elevato pure fuori dalle grandi città, ovvero senza le spalle coperte dai potentati politici ed economici: un qualcosa che a mio parere ogni cittadina di una certa importanza dovrebbe e potrebbe fare, aprendo piccoli musei magari dedicati soprattutto alla produzione degli artisti locali (che non mancano dovunque, inutile dirlo) e assumendo così il ruolo fondamentale di volano per la cultura e la creatività dei dintorni, oltre che di laboratorio per lo sviluppo e il sostegno pratico delle pulsioni artistiche autoctone.
Certo, in Italia vi sono politici decerebrati che sostengono pubblicamente, a parole o con (non) fatti, che la cultura non dia da mangiare (il che sarebbe come se un emiro in Arabia affermasse che il petrolio non rende ricchi… Ogni commento è superfluo, certo più che qualche ottima imprecazione e altro di conseguente!), e il risultato, io credo, sono anche i 12/13 visitatori presenti al MAGA nel mentre che vi ero anch’io (ho contato “a memoria”, nel caso avrò sbagliato di un paio di unità, non di più). Ma forse sono solo un gran polemico pessimista…
Cliccate sulle immagini per visitare il sito web del MAGA e conoscerne ogni cosa. E visitatelo, poi! In fondo, da Milano ci arrivate in nemmeno mezz’ora di autostrada e, una volta dentro, converrete con me che sarete di fronte a una piccola/grande magia artistica.

“In Art we can”, Gian Paolo Tomasi alla Galleria Elleni di Bergamo, dal 2 al 30/06

Da molti anni Tomasi vive in Africa, luogo che gli ha ispirato la serie “In art we can!” (…) Nella serie di immagini presentate sono evidenti i cortocircuiti tra reale, virtuale ed il plausibile tipici del lavoro di Gianpaolo. Da molto tempo Tomasi è un attento e lucido osservatore e traduttore in immagini immediate e fulminanti della realtà che ci circonda, molto spesso artefatta dai media e da chi la racconta. Il confine tra pittura e fotografia, reale e virtuale si confondono e sovrappongono nei suoi lavori che spiazzano l’osservatore il quale viene proiettato in una realtà parallela, mentale, possibile. Le sue immagini raccontano ed esprimono molto bene l’epoca contemporanea, troppo spesso vittima di un informazione corrotta e parziale con la quale milioni di persone vengono dis-informate quotidianamente.

Gian Paolo Tomasi: “fotografo” (titolo assolutamente riduttivo) affascinante, intrigante, sensuale, ma pure sovversivo, disturbante, sferzante. Esteta surreale, ma parimenti, spesso, realista più di quanto la realtà sa essere nei nostri sguardi. Ironico cantore< della bellezza del nostro mondo, e a volte di quella futilità in cui la bellezza stessa decade, frantumandosi in tanti pezzi, grandi e piccoli, di conformismo. Dal quale tuttavia egli ci salva, inventandosi/ci una realtà parallela che di quella “normale” è memoria, copia di back up, verità non detta, coscienza, anima, e in cui la fantasia sa rimettere in moto (virtuoso più che mai) la nostra mente, facendoci vedere anche l’invisibile che pur nella realtà c’è e, in questo modo, regalandoci uno strumento potente ed efficace di comprensione di essa, che ha il pregio mirabile di non togliere nemmeno una minima parte a quella bellezza sempre e comunque da Tomasi “cantata”, ovvero raffigurata e offertaci. La bellezza che ci svela il mondo, oltre che salvarlo.
Una mostra, insomma, che di sicuro io non mi perdo!

Elleni Galleria d’Arte, Bergamo, presenta In art we can!, di Gian Paolo Tomasi. Testo di presentazione di Sarenco. Dal 2 al 30 Giugno, con inaugurazione sabato 2 alle ore 18, in occasione di ArtDate 2012.
Cliccate sulle immagini per visitare il sito web della Galleria Elleni e conoscere ogni informazione utile sull’evento e sulla visita, oppure cliccate QUI per visitare il blog di Gian Paolo Tomasi.