Mirella Tenderini, “Tutti gli uomini del K2”

cop_tutti_gli_uomini_del_k2Certe montagne sono maggiormente popolari presso il pubblico per mere ragioni geografico/scolastiche – ad esempio il Monte Bianco, che ci viene insegnato a scuola come il più alto delle Alpi, o lo stesso con l’Everest, così come molti, anche tra i profani d’alpinismo, ad esempio conoscono il Cervino per la sua caratteristica e spettacolare forma. Certe altre vette sono invece divenute note – almeno tra gli appassionati di montagna – grazie alla fama di chi le ha affrontate e salite: penso al Petit Dru con Bonatti (ma quanti che conoscono Bonatti salitore del Dru sanno dove esso si trovi?), o alle Grand Jorasses con Cassin. Abbiamo poi tutti quanti scoperto che gli 8000 sulla Terra sono 14 grazie alle imprese di Messner, primo salitore di tutti; ma ci sono vette le quali, a prescindere dalle cronache alpinistiche e non che ne hanno parlato, hanno per così dire una personalità montana più spiccata di altre, ovvero un fascino che le ha rese sotto certi aspetti “leggendarie” – e non intendo riferirmi a miti religiosi e/o a tradizione del folclore delle genti che ne hanno frequentato le pendici. Il K2 è certamente una di queste: un immane cristallo che si eleva verso il cielo dalla forma quasi perfetta, lucente di ghiaccio, possente, spaventoso nella sua infinità e altrettanto incantante qualsiasi occhio che l’abbia ammirato. In base a questa personale premessa trovo mirabile l’idea alla base dell’ultimo libro di Mirella Tenderini, Tutti gli uomini del K2 (Corbaccio), uscito in occasione del 60° anniversario della conquista della vetta che i locali chiamano ChogoRi

Mirella Tenderini
Mirella Tenderini

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Alberto Benini, “Casimiro Ferrari, l’ultimo Re della Patagonia”

copertina_casimiroIl mondo dell’alpinismo, inutile dirlo, è affascinante già di suo per le grandi imprese che ne contraddistinguono la storia, e che hanno da sempre rappresentato vere e proprie sfide ai limiti umani, vinte da intrepidi scalatori non solo per sé stessi ma, in un certo senso, a nome dell’umanità intera. Tuttavia, se possibile, c’è una peculiarità in più che rende quel mondo probabilmente unico nel panorama complessivo delle attività umane, oltre, appunto, il senso fisico/atletico e tecnico della salita e della conquista di una vetta, ed è il fatto di essere spesso animato da personaggi incredibili, dotati non solo di forza fisica eccezionale ma anche di pari spirito ed energia vitale, e dal carisma supremo – evidente riflesso sulla figura e sulla personalità di una tempra interiore fuori dal comune, proprio grazie alla quale hanno saputo compiere quelle imprese per cui hanno raggiunto la più o meno grande fama: veri e propri studenti-modello di quella “scuola di vita” che da più parti è ritenuta la montagna, ed esempi che certo farebbero assai bene alla società contemporanea ben più di tanti altri più famosi, mediaticamente, tanto quanto ben poco (o per nulla, anzi) meritevoli di tale notorietà.
E tra alpinisti ormai celebri come star del cinema e/o assurti al rango di vere e proprie icone – i vari Messner, Bonatti, Cassin, solo per fare qualche nome – ve ne sono altri la cui fama non ha oltrepassato di molto i confini del mondo alpinistico, pur a fronte di imprese a dir poco eccezionali, e di sicuro uno di questi è stato Casimiro Ferrari (1940-2001), forse il più grande alpinista italiano, se non del mondo, della generazione di mezzo tra quella di Bonatti e l’era moderna/contemporanea di Messner, alla cui vita purtroppo interrotta da un male incurabile Alberto Benini dedica Casimiro Ferrari, l’ultimo Re di Patagonia, edito da Baldini Castoldi Dalai, completa e strutturata biografia di un “personaggio” nel senso più pieno del termine, lecchese di nascita e di vita e patagonico d’adozione, da cui il sottotitolo del volume – e l’appellativo di “re di Patagonia” non appaia esagerato e limitato alle sole sue conquiste alpinistiche…

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Una fortuna che vale per sempre…

Ho avuto sostanzialmente due “miti” – se così li posso definire – nella mia vita, e ai quali mi sono ispirato per fare della stessa un qualcosa di considerabilmente buono. Uno per il corpo, e uno per la mente – oltre a un mito letterario, Gabriele D’Annunzio
La mente l’ho affidata a Nietzsche, e non occorre dire altro. Il corpo – e lo si intenda nell’accezione più ampia possibile, non solo meramente “fisica” – a Walter Bonatti. Ciò non a caso, probabilmente, per come Bonatti potrebbe ben essere considerato una concreta incarnazione del superuomo nietzscheano: individuo libero da catene ovvero libero in senso assoluto, lontano da qualsiasi moralismo, cavalcante le proprie passioni e dunque pienamente dionisiaco, traboccante di spirito e sfavillante di vita.
Non serve qui dire delle incredibili imprese che Bonatti affrontò e superò, veramente al limite delle possibilità psico-fisiche umane, se non ben oltre per la stragrande maggioranza degli uomini: già innumerevoli cronache lo fanno e lo faranno ancora a lungo.
Vorrei però dire di quella volta – nel 2010 al Salone del Libro di Torino – nella quale lo incontrai, e ci mettemmo a chiacchierare tranquillamente di montagna (avevamo amici in comune) e in particolare del silenzio, e di come l’uomo contemporaneo avesse ormai perso la capacità di sentire il silenzio, che invece ancora resisteva tra le vette delle montagne, oltre che in pochissimi altri posti sul pianeta nei quali egli era stato, in certi casi forse unico uomo ad averlo fatto… E accanto a noi la compagna Rossana, persona di gentilezza e cordialità sublimi.
Lo dico perché Nietzsche e D’Annunzio, per ovvia cronologia, non li ho potuti conoscere. Bonatti sì. Ergo, ho avuto la fortuna di conoscere personalmente e di chiacchierare con uno dei miei miti fondamentali.
E’ una fortuna che non tutti possono vantare – di qualsiasi mito si voglia tener conto – e i cui effetti resteranno sempre vivi, in me.