Gianni Brera, “Il corpo della ragassa”

(P.S./Pre Scriptum: leggete QUI una necessaria nota personale su Gianni Brera e su questa recensione.)

Il_corpo_della_ragassa_copBen pochi non conoscono Gianni Brera come il più grande giornalista sportivo italiano della storia; non molti sanno che egli fu anche scrittore di romanzi e racconti, con una produzione ovviamente non cospicua, dacché ricavata nei ritagli di tempo del lavoro giornalistico sportivo. Eppure, Brera fu uno scrittore prestato al giornalismo, e non viceversa – per la smodata passione che nutrì per il calcio fin da ragazzo, e perché con lo scrivere sui giornali poteva campare negli anni duri del dopoguerra; fu scrittore, appunto, e Il Corpo della Ragassa ce lo rivela grande: semplice nello stile eppure nobile, raffinato ed anche forte nella costruzione narrativa, colmo di senso e sensualità, divertente e malinconico all’occorrenza ma nel modo più aulico possibile…

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Rex Stout, “Alta cucina”

cop_alta-cucinaNella mia pianificata esplorazione del mondo letterario giallo, mi sono appuntato sulla mappa editoriale alcune tappe imprescindibili, e a tale riguardo dopo Agatha Christie era quasi inevitabile incontrare l’alter ego americano della grande giallista inglese: Rex Stout.
Contemporaneo della Christie – peraltro per coincidenza nati e defunti entrambi a distanza di pochi anni – altrettanto prolifico, creatore di uno dei più celeberrimi personaggi della letteratura del Novecento, non solo nell’ambito del genere giallo, come Nero Wolfe, Stout rappresenta in verità l’altra faccia della medaglia del giallo “classico” – quello, per intenderci, che segue più o meno fedelmente lo schema delitto-indagine-deduzione-soluzione – tanto da essere ritenuto, a detta di molti esperti del genere, difficilmente paragonabile alla Christie. Alta cucina (Mondadori, con traduzione di Alessandro Golinelli) è un ottimo esempio del tipico stile dell’autore americano, e delle differenti peculiarità di esso rispetto a quello della scrittrice inglese: ove questa è metodica, elaborata, rigorosa nella stesura della trama, adattando per così dire la forma del romanzo ad un meccanismo preciso come un orologio svizzero – sfrondandola dunque di qualsiasi accessorio troppo fantasioso e creativo ovvero che non sia funzionale allo schema narrativo, generando per questo atmosfere generalmente tese, quasi oscure – Stout è invece più dinamico, brillante, vivace nella narrazione sovente ironica e nel tratteggio dei personaggi, a partire dai due fondamentali protagonisti delle sue storie, Nero Wolfe e Archie Goodwin

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Agatha Christie, “Dieci piccoli indiani”

cop_diecipiccoliindianiLo so, lo so bene, qualcuno di voi potrebbe fin da subito pensare: beh, e chi è costui (cioè lo scrivente) per disquisire di e su Agatha Christie, ovvero sull’autrice inglese più tradotta della storia – anche più di Shakespeare! – e sui suoi celeberrimi romanzi gialli, peraltro senza scrivere cose che già altri nel tempo hanno scritto, nelle decine di milioni di pagine che si possono rintracciare sulla Regina assoluta della giallistica d’ogni tempo, dentro e fuori dal web? Vero, lo ribadisco, e ne sono ben conscio, tanto più che lo scrivente non si può nemmeno definire un così grande esperto di letteratura gialla…
Ma proprio questo è il punto. In verità ho letto in passato molti romanzi gialli, e di sfumature diverse – dal paglierino meno intenso al nero più cupo – e dovendo ora impegnarmi in un nuovo progetto letterario (e poi, mi auguro, editoriale) proprio di genere giallo (ma del tutto particolare, come nel mio stile), mi sono stilato una sorta di approfondito piano di studio della materia, dal punto di vista storico, tecnico e, naturalmente, letterario, al fine di conseguirne una conoscenza il più possibile dettagliata e intima. In quest’ottica, leggere Agatha Christie è veramente come imparare i nodi marinari per chi voglia attraversare l’oceano in barca a vela: è la base fondamentale del romanzo giallo, e il faro da cui farsi maggiormente illuminare e da seguire per poter imboccare la rotta migliore possibile.
Mi preme infatti qui mettere in evidenza proprio questa notevole peculiarità che un’autrice come la Christie ha, rispetto al genere letterario che più ha prodotto nella sua lunga e prolifica carriera: la valenza didattica di molti suoi romanzi. Proprio come Dieci piccoli indiani (Mondadori, con traduzione di Beata Della Frattina e con prefazione e postfazione di Alex R. Falzon), romanzo ritenuto a tutt’oggi uno dei massimi esempi di “giallo classico” e dunque vera e propria scuola per chiunque voglia e debba maneggiare la letteratura di tal genere…

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Flemming Jensen, “Il blues del rapinatore”

Dici Scandinavia, dici letteratura, ed è come se in realtà dicessi “giallo”. La giallistica nordeuropea, inutile rimarcarlo, ha vissuto negli ultimi anni uno sconquassante boom, innescato da alcuni titoli ormai celeberrimi che hanno smosso tutto quel terreno nascondente una torma di altri autori, quasi sempre di buon livello letterario: ne è nata una “scena”, come si direbbe in gergo musicale, ovvero un autentico trademark al quale anche autori non nordici hanno finito per ispirarsi.
Di quella scena scandinava così prolifica, forse il paese che meno ha sfornato autori “gialli” è stata la Danimarca… O meglio: ve ne sono, mi in molti casi si sono messi in posizione un po’ più defilata rispetto al centro della scena, interpretando il genere a volte in modo meno classico e prevedibile. Ottimo esempio di ciò è Il Blues del rapinatore, primo romanzo edito in Italia dell’attore e comico Flemming Jensen (Iperborea, occorre dirlo? Con traduzione di Ingrid Basso): un giallo assai particolare, strano, scritto con tutta evidenza da un autore-non giallista che al genere è arrivato da un’altra strada – quella comica, appunto, la cui vena (di stampo molto nordico) infarcisce l’intera narrazione rendendola parecchio originale, come detto…

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Simone Fanni, “Sguardo da mucca”

Da bravo appassionato di letteratura e lettura – oltre che, ovviamente, da diretto interessato ma comunque sempre con la passione come mio “motore” principale – giro spesso per fiere e rassegne letterarie, e più lo faccio più constato come nella piccola e media editoria si pubblichino libri di altissima qualità, che invece nella grande editoria trovo sempre meno – anche proporzionalmente al preteso valore degli autori di essa e a quanto vengano mediaticamente strombazzati… D’altro canto è vero che, con la “moda” del fare gli scrittori così in voga oggi, e così tanto alimentata da certi editori nostrani non troppo onesti e cristallini nonché da quanto offre nel merito la tecnologia contemporanea (e mi riferisco al self publishing, al print on demand e altro di simile e di deleterio, se posso permettermi), può capitare che arrivino alle stampe e vengano diffusi testi francamente imbarazzanti, di autori ai quali si dovrebbero indicare con una certa fermezza altri modi per guadagnarsi la (da essi, a quanto pare) agognata celebrità!
Poi ci si ritrova di fronte un libro come Sguardo da Mucca, dello scrittore veneto (ma di origini sarde) Simone Fanni (Senso Inverso Edizioni), e si ha la piacevole impressione che, nonostante le suddette imbarazzanti uscite editoriali di altri, la qualità letteraria può ancora contare su validi difensori…

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