Ha ragione Roberto Saviano, quando sulla vicenda della richiesta di condanna a 8 mesi per Erri De Luca – definendola “inquisitoriale” – scrive che
“Il silenzio degli scrittori è assordante. (…) Questo Paese di scrittori melliflui, pronti ad avere parole dure e acide per ricevere l’obolo di una rubrica, pronti a candidarsi a qualsiasi cosa per lo scranno che gli darà pensione, pronti a scannarsi per qualche copia. Si possono non condividere idee e prassi, ma bisogna sempre stare dalla parte di chi rischia scrivendo. Di chi assume sulla pagina, e nelle parole, posizioni che possono fargli smarrire serenità, equilibro, libertà, credibilità.”
Dunque ribadisco qui ciò che ho pubblicato ieri sul mio profilo di facebook – peraltro prima che Saviano scrivesse e pubblicasse sul suo, di profilo, quanto sopra riportato. Ovvero che avrà pure sbagliato a dire pubblicamente (ma sinceramente) ciò che ha detto contro un’opera che magari, se fatta, servirà pure – nonostante tutti gli studi sul tema dimostrino il contrario – ma se devo considerare chi è Erri De Luca, cosa ha detto e cosa ha fatto (in generale, non solo in questo caso) e di contro considerare l’altra parte, quella di un coacervo di istituzioni che col suo solito dittatoriale modus operandi ha imposto un’opera colossale ad un territorio e alla sua gente senza nemmeno chiedere uno straccio di parere e/o di consenso (come invece è stato fatto dall’altra parte delle Alpi)… beh, non solo sto dalla parte di De Luca, ma devo constatare che il comportamento delle istituzioni fornisce un senso e una giustificazione alle sue parole.
Senza contare come tale vicenda dimostri per l’ennesima volta come la legge, troppo spesso, viene posta al servizio del potere e non dei cittadini – ma qui si aprirebbe un universo di considerazioni che non è il caso di esplorare e che poi, credo proprio, conoscete bene anche voi.