
Da ormai un certo tempo tendo a dare ragione a quegli amici e conoscenti operanti nel settore dell’arte i quali ritengono che la pittura sia sostanzialmente morta. Sia chiaro, la loro è solo un’opinione personale e non una sentenza, ma da semplice appassionato di arte contemporanea, se non ho certo titoli e autorità per poter a mia volta sostenere un’affermazione del genere, mi rendo comunque conto che indubbiamente, tra le arti figurative in uso oggi, la pittura è quella che se la passa peggio. Di opere veramente interessanti in giro ne vedo proprio poche, e quelle che sanno svelare a chi le ammira qualcosa di “nuovo”, o almeno di insolito, sono rare quasi più che quadrifogli nel deserto.
Altrettanto indubbiamente, però, se negli ultimi tempi c’è qualcuno le cui opere pittoriche mi hanno parecchio colpito, questi è Giulio Frigo. Partita a scacchi sospesa, ad esempio, forse l’opera più significativa della produzione recente dell’artista vicentino (non a caso è anche quella più visibile sui media, quale suo “biglietto da visita”, e mi ci metto anch’io, come vedete qui sopra), la trovo assolutamente potente e intrigante. Onirica, minimale eppure ricca di dettagli profondi, surreale al punto da risultare quasi misteriosa, dal tratto contemporaneo eppure autorevole come certa grande pittura di decenni fa (e infatti è lo stesso Frigo a rivendicare il classico come impulso fondamentale per la sua arte), sembra il fermo immagine di un transito spazio-temporale, una distorsione che si intuisce non essere soltanto limitata alle/nelle quattro mura ritratte e legata in qualche enigmatico modo alla scacchiera sospesa sul tavolo, dalla quale la stessa austera figura centrale pare fuoriuscire: una sorta di re perplesso che tenti di fuggire da un inevitabile scacco matto sospendendo il tempo, l’azione, la vita stessa, eppure conscio che, probabilmente, da certe sorti inesorabili non si possa invero mai fuggire. Bellissimo anche per questo il confronto, e il conseguente “stacco” visivo, con le due figure sullo sfondo, che sembrano far parte dello scarno arredamento della stanza, quasi evanescenti, come già rapite nella suddetta distorsione spazio-temporale e in attesa dell’uomo in tight, della sua prossima mossa, probabilmente l’ultima.
Il tutto mi induce una vivida sensazione di maestosità. La trovo un’opera – e in senso lato un’arte pittorica, dacché altri lavori di Frigo sono certamente parimenti significativi – evocativa come poche altre, oggi, ammaliante tanto quanto complessa, di fronte alla quale chi l’ammira avrà la sensazione di osservare una porta (anche dimensionale, lo ribadisco) che chiede, anzi, impone di essere aperta per constatare cosa ci sia oltre.
Molti artisti (ovvero presunti tali) la pittura la stanno uccidendo, non c’è dubbio; fortunatamente ce n’è ancora qualcuno, Giulio Frigo in primis, grazie ai quali la pittura è ancora viva, o Still (in) life… – per citare il titolo di un’altra opera dell’artista vicentino, del 2007, (fotografica però). Sì, perché Frigo non è solo pittore ma anche molto altro, e per saperne di più si di lui e le sue opere potete visitare il sito web della galleria Francesca Minini, con la quale lavora.
Dunque, non solo still in life, ma anzi: long life to (his) paintings!
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Jacopo Finazzi, pop art a ritmo rock!
“Mi è sempre piaciuta la pop art, i colori piatti divisi da una linea nera. Una cosa abbastanza grafica. Ho sempre amato quegli artisti da Basquiat a Haring e tutta la generazione degli anni ’80, e chiaramente i padri come Warhol, Rauschenberg, anche se con il tempo mi sono accorto di voler staccarmi dall’idea di pop art che ho sempre avuto, cercando magari piu matericità e diluizione, abbassando i toni cromatici così da renderli meno contrastanti tra di loro… (…)
Sono un batterista e mi piace la musica. In effetti nelle mie tele ho sempre cercato di inserire soggetti musicali… E’ una questione di sentirmi piu vicino a chi dipingo, penso. In quel periodo mi sentivo molto vicino ai batteristi, specialmente Grohl, Bonham, e ritrali era come essere un po’ loro…“
Raramente come per le opere di Jacopo Finazzi è appropriato l’uso dell’appellativo pop. Perché – lo dice lui stesso, appunto – nei suoi lavori è chiara la matrice pop art, con tutti i distinguo del caso; perché è un’arte che si apre spesso e volentieri ad una delle forme più popolari di comunicazione contemporanea, ovvero la musica; perché della musica ritrae alcune icone assolutamente popolari, personaggi in taluni casi che ne hanno fatto la storia. E perché – spostando ora il termine “pop” totalmente in ambito musicale – della pop-music si accosta al genere probabilmente più popolare, trasversale, alternativo, “sociale” in assoluto, ovvero il rock.
Pop art with rock beats, appunto, ma anche immagini che possono andare oltre questa precipua peculiarità, slegandosi dal mero interesse dei soggetti ritratti per cogliere, nel senso, il messaggio primigenio della pop art (e della neopop postmoderna), ovvero un’arte di massa, riconoscibile, iconografica e identificabile, certamente ben legata al tempo nella quale si genera e del quale vuole raccontare qualcosa.
Cliccando sulle immagini potrete visitare in una gallery di Picasaweb un’ampia collezione di opere di Jacopo Finazzi, per conoscerne meglio la produzione, il percorso artistico, e farsene un’idea ben più chiara ovvero, magari, illuminante il vostro gusto.
Nel caso, qui potrete anche visitare il suo profilo facebook personale.
So, let’s (pop-art)rock!