Fin dove pensiamo si possano sfruttare le montagne?

Quanto pensiamo ci si possa spingere avanti nella turistificazione dei territori montani?

Dov’è il limite della trasformazione delle montagne in parchi divertimento ad uso prettamente turistico?

E dov’è il punto di equilibro tra presenze turistiche e comunità locale?

A volte, di fronte a certi progetti, opere, infrastrutture proposte e realizzate in montagna, legate all’industria turistica, forse restiamo perplessi ma poi tendiamo a soprassedervi: perché si tratta di opere “piccole”, magari pure “carine”, perché vengono proposte in località già ampiamente sfruttate, perché «non si può dire sempre di no», perché «che sarà mai!», eccetera.

Così una prima volta, poi una seconda, poi una terza e una quarta… e alla fine le località in questione vengono infrastrutturate, sfruttate, cementificate, asfaltate, consumate come la periferia di una grande città e soprattutto degradate nella loro bellezza e nell’identità che un tempo le rendeva peculiari e piacevoli da frequentare.

Con queste modalità, del tutto funzionali agli interessi del turismo massificato e da esso indotte – quel turismo che ragiona solo in termini di quantità e mai di qualità, soprattutto nei confronti del territorio coinvolto nelle proprie iniziative – stiamo lasciando che le nostre montagne si riempiano di non luoghi tali e quali a quelli urbani: località prive di anima, defraudate delle loro specificità, totalmente assoggettate ai modelli turistici imperanti, svendute a turisti-clienti come beni di un centro commerciale.

Dove pensiamo che sia il limite di tutto questo?

O, ancora prima: pensiamo che ci debba essere un limite a tutto questo?

Ce le poniamo qualche volta tali domande, di fronte alla trasformazione di certe località montane e al rischio che altre subiscano modalità simili?

Forse sì, probabilmente non a sufficienza. O lo facciamo con superficialità, senza il necessario approfondimento, senza che le citate perplessità diventino azioni concrete, materiali e immateriali, che diano risposte altrettanto concrete a quelle domande e a favore delle nostre montagne.

In molte località montane il processo avvenuto è proprio quello a cui ho accennato lì sopra: da alcuni piccoli interventi, il cui reale impatto si è trascurato o ignorato, si è arrivati ai megaparcheggi, ai condomini di venti piani come nelle periferie metropolitane, alle discoteche all’aperto a 2000 e più metri di quota, alle ostriche e champagne per avventori benestanti alla faccia delle tradizioni e delle identità locali oltre che di tutti i veri appassionati di montagna.

Da luoghi speciali a non luoghi, ribadisco.

Da località montane dalle peculiarità uniche e pregevoli a spazi anonimi esclusivamente vocati al divertimento, simili gli uni agli altri perché così dev’essere, non conta più il contenitore ma il contenuto, non conta più il luogo e ciò che offre ma a che prezzo ciò che offre sia vendibile e sfruttabile.

Quindi? Fin dove pensiamo di poterci spingere, con il destino delle nostre montagne? Fino a che punto possiamo accettare silenti la loro trasformazione?

Perché, è bene rimarcarlo, si fa presto a consumare il paesaggio ma poi spesso ci voglio decenni e generazioni per ripristinarlo. Siamo disposti ad accettare questa cosa, oppure no?