Una domanda a tutti gli autori letterari che leggono questo post – ma non solo…

Vorrei sottoporre una domanda a tutti gli autori di letteratura (in qualsiasi forma) che leggono le mie cose qui nel blog o che si trovano a passare da esso occasionalmente / incidentalmente, e pure a chi è lettore frequente – ma è in fondo una domanda aperta a chiunque voglia rispondervi…:

ritenete che la personale miglior qualità letteraria (in senso generale) sia raggiungibile scrivendo il più possibile – per non porre freno alcuno alla creatività – oppure scrivendo il meno possibile – per raffinare e rifinire al massimo quanto scritto?

La domanda in sé è banale e profonda – se così si può dire – allo stesso tempo. Tratteggia quelli che, sostanzialmente, sono i limiti “pratici” entro i quali si muove l’autore letterario, e che a modo loro Snoopy_writerrappresentano, con ovvie varianti, due “scuole di pensiero” sulle quali mi sono trovato spesso a disquisire con amici autori (del campo letterario in primis ma anche altrove: nell’ambito artistico, ad esempio…), di valore e accezione equivalenti (dacché prettamente legati al modus operandi personale) ma su cui, nonostante tutto, mi sono sempre trovato a riflettere, chiedendomi se tutto sommato non ve ne sia una che possa essere più “redditizia” (termine improprio, ma che uso qui per mera comodità e chiarezza) dell’altra…
Che ne pensate? In base alle vostre esperienze personali (che tali sono e restano comunque, senza alcuna pretesa di assolutezza, ovvio), ritenete che si possa, se non rispondere, dissertare su quella domanda? A quale delle due “scuole di pensiero” voi appartenete?
Potete rispondere commentando questo post oppure, se preferite, a luca@lucarota.it
Per la cronaca, io in principio appartenevo senza dubbio alla scuola “alta produzione”, ma poi col tempo ho preso a traslare sempre di più verso la parte opposta…
Grazie di cuore fin d’ora per i contributi che vorrete manifestarmi!

Rrose magazine #1: la creatività fatta carta

È uscito il numero 1 di Rrose, bimestrale sulla creatività: dalle arti visive al design, passando per la fotografia, la grafica, la scenografia, l’illustrazione, la street art, la scrittura, la video art, la comunicazione, la moda, la musica, la filosofia, la psicoanalisi.

A questo primo numero di Rrose partecipano: Mimmo Jodice, Germano Celant, Bruno Ceccobelli, Gillo Dorfles, Angelo Ferracuti, Mauro Cicarè, Fabrizio Ottaviucci, Enzo Mari, Vittorio Zincone, Margherita Palli, Dem, Lorenzo Fonda, Mauro Bubbico, Annamaria Testa, Pasquale Barbella, Monica Randi (Astoria), Barbara Garlaschelli, Elisa Savi Ovadia, Maurizio Ferraris, Piero Feliciotti, Chiara Gabrielli, Paolo Rinaldi, Massimo De Nardo.

Rrose è su carta (di ottima qualità, peraltro), 60 pagine in free press, ed è il magazine di Rrose Selavy, associazione culturale per le arti visive, musicali e sceniche, veramente intrigante e sorprendente quanto il nome che si è data: Rrose Sélavy è infatti come Marcel Duchamp, forse il più innovatore artista del Novecento, definito il “padre” del dadaismo, firmò alcune sue opere (ready-made). Nel 1924 Man Ray fotografò Duchamp in abiti femminili: “Rrose Sélavy alias Marcel Duchamp”. Questo celebre ritratto è oggi conservato al Philadelphia Museum of Art.

Conosceteli, l’associazione e il magazine: lo meritano parecchio.