Una conseguenza della crisi climatica poco considerata che mette a rischio la nostra identità

[Castel Hauenstein, posto a 1300 metri di quota sopra Siusi allo Sciliar, in Alto Adige. Foto di Syrio, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Se la sensibilizzazione nei confronti della crisi climatica e delle sue maggiori conseguenze è ormai diffusa – seppur ciò non significa che la nostra società civile ne sia ancora così consapevole, visti certi comportamenti mantenuti e un atteggiamento che resta piuttosto superficiale al riguardo, vi sono altre conseguenze altrettanto importanti e gravi che il cambiamento del clima comporta che tuttavia vengono ben poco considerate, nonostante il loro portato ci coinvolga tutti. Ad esempio quelle sul nostro patrimonio culturale, un aspetto particolarmente significativo per l’Italia anche nei territori montani. La crisi climatica, insomma, mette a rischio non solo l’ambiente naturale ma pure ciò che nei secoli l’uomo vi ha costruito e oggi rappresenta un patrimonio di cultura fondamentale, che come nessun altra cosa dà forma e sostanza all’identità delle nostre montagne e alle comunità che le abitano.

Ho recuperato un articolo molto interessante al riguardo che è stato pubblicato sul “Notiziario della Banca Popolare di Sondrio” nr.153 a firma di Alessandra Bonazza, ricercatrice presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche d’Italia – Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima (CNR-ISAC), dove è Responsabile dell’Unità “Impatti su Ambiente, Beni Culturali e Salute Umana”.

Così Bonazza introduce il tema, del quale è probabilmente la massima esperta in Italia:

In un momento in cui viene dato sempre più richiamo alle sfide che dobbiamo affrontare in seguito ai cambiamenti climatici, sorprende come solo di recente l’attenzione si sia soffermata in modo più sostanziale sulla constatazione degli impatti e rischi per il patrimonio culturale.
Fulcro della nostra identità culturale e ponte generazionale senza soluzione di continuità, il patrimonio costruito e paesaggistico è senza dubbio a forte rischio per effetto delle variazioni graduali ed estreme dei parametri climatici, quali ad esempio temperatura e precipitazioni.

Bonazza illustra poi cosa si sta facendo in concreto per gestire la questione:

È di recente sviluppo lo studio per la messa a punto di proiezioni dei rischi cui potrebbe essere sottoposto il patrimonio culturale per effetto di eventi estremi legati ai cambiamenti climatici nel vicino (2021-2050) e lontano futuro (2071-2100). Nonostante sia ampiamente riconosciuto il danno causato sui beni culturali da piogge intense, inondazioni, allagamenti e periodi prolungati siccitosi, questa tematica di ricerca è complessa e richiede una attenta analisi della pericolosità a livello locale, degli elementi determinanti la vulnerabilità di un bene a uno specifico rischio climatico e delle caratteristiche che governano la sua maggiore o minore esposizione agli eventi.
Questo strumento, chiamato Risk Mapping Tool for Cultural Heritage Protection, permette di analizzare la pericolosità territoriale a scala europea e del bacino del Mediterraneo a diverse serie temporali e di visualizzare e scaricare mappe con risoluzione spaziale di ~12 km, basate su dati forniti da modelli climatici regionali e da servizi satellitari del programma Copernicus. Prevede l’utilizzo di indici per valutare la pericolosità da eventi estremi legati a variazioni di temperatura e precipitazione.

L’utilizzo di questo strumento scientifico ha già dato alcune risposte estremamente significative:

Gli output mostrano ad esempio come i siti archeologici lungo la costa adriatica e il patrimonio diffuso dell’arco alpino siano previsti essere particolarmente a rischio nel lontano futuro per effetto dell’aumento della frequenza e intensità degli eventi estremi di precipitazione indicati da aumenti dei valori degli indici relativi.

[Il Castello di Rocca Calascio, sito a 1400 metri di quota nell’omonimo comune dell’Abruzzo. Foto di Justinawind, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Dunque stiamo correndo il rischio che anche il nostro patrimonio culturale alpino, quello che grazie alla propria inscindibile correlazione con l’ambiente naturale e il paesaggio dà forma e sostanza all’identità dei territori alpini, dunque delle comunità che li abitano, possa subire conseguenze serie dal peggioramento pressoché certo della crisi climatica e dei suoi effetti. Il fatto che tale rischio possa manifestarsi «nel lontano futuro», come scrive Alessandra Bonazza, non può e non deve esimerci – come società civile e come rappresentanze politiche – dal prevenire quei rischi ed evitarli il più possibile. Se il paesaggio, in quanto elemento culturale determinato dall’unione di elementi naturali e antropici per come lo percepiamo nella relazione che intessiamo con esso, dovesse degradarsi in entrambi gli ambiti, inevitabilmente comporterebbe il degrado della nostra relazione identitaria, dunque anche di noi stessi in quanto suoi abitanti.

È un rischio parecchio grave che, ribadisco, possiamo e dobbiamo chiedere di prevenire.

P.S.: qui potete trovare alcuni altri articoli di Alessandra Bonazza sul tema della protezione del patrimonio culturale dai rischi climatici.

I grandi sanatori alpini, un patrimonio culturale prezioso che sta andando alla rovina

[L’ex sanatorio di Piotta, nella Svizzera italiana. Foto ©CdT/Chiara Zocchetti.]
La notizia data dalla stampa della Svizzera italiana, lunedì 24 novembre, della messa all’asta del grande ex Sanatorio di Piotta, posto a 1150 metri in alta Valle Leventina (Canton Ticino) e chiuso da anni, in forza del fallimento della società anonima che lo voleva ristrutturare al fine di realizzarvi un campus per sportivi d’élite, mi riporta alla mente la presenza, sulle Alpi anche italiane, di numerosi di questi grandi edifici, nati a cavallo tra Ottocento e Novecento per la cura delle malattie polmonari come la tubercolosi, e oggi spesso abbandonati e cadenti.

Penso ad esempio a quelli presenti in Valtellina a Prasomaso, a Borno in Val Camonica, entrambi in serio degrado, oppure a Cuasso al Monte, sulle Prealpi Varesine, quest’ultimo in parziale ristrutturazione. Il complesso sanatoriale di Prasomaso in particolar modo, vista la particolarità delle sue strutture, la grandezza e lo stato di rovina ormai avanzato, induce a una riflessione sulla sorte che tali grandi edifici potrebbero subire o dovrebbero godere. Considerando poi che non vi sono solo i complessi ex sanatoriali ma pure altri stabili che in passato ebbero comunque un uso pubblico: alberghi, colonie, alloggi industriali, edifici militari, eccetera.

Se da un lato queste strutture rappresentano un patrimonio edilizio di grande valore nonché di notevole pregio architettonico – il periodo nel quale vennero costruiti ha reso molte di esse dei capolavori del Liberty – che offrirebbe numerose potenzialità di riutilizzo, dall’altro le difficoltà di recupero evidenziate dalla vicenda dell’ex Sanatorio di Piotta, date innanzi tutto dalla grandezza degli stabili e dalla loro vetustà, rende per molti aspetti alquanto buio il loro futuro. Tuttavia, posto quanto sopra rimarcato, assistere indifferenti alla loro decadenza non mi sembra un atteggiamento così apprezzabile, soprattutto da parte delle istituzioni e in considerazione di quante risorse pubbliche si spendono e spesso si sprecano per opere e progetti montani sostanzialmente inutili, anche in supporto a iniziative private.

Credo che si potrebbe almeno provare a immaginare quali potenzialità latenti gli ex sanatori sarebbero in grado di concretizzare e, dunque, i possibili riutilizzi delle loro strutture anche per capire l’entità economica degli interventi necessari e la loro relativa sostenibilità. Altrimenti mi viene da pensare che, rispetto alla noncuranza assoluta circa la loro inesorabile rovina e alla pericolosità conseguente per chi vi si trovasse nei pressi (lecitamente o meno), se proprio per tali strutture non si sapesse elaborare alcuna ipotesi di futuro tanto vale procedere all’abbattimento e alla successiva rinaturalizzazione dei luoghi. Sarebbe una fine parecchio triste ma non così tanto come quella data dalla visione del loro possibile futuro crollo e del cumulo di macerie risultante, in mezzo a boschi bellissimi e nel meraviglioso paesaggio montano d’intorno.