Lo sci, in questa stagione sta diventando un problema, la neve si scioglie al sole primaverile e praticare questo sport diventa una vera impresa. È un discorso che si sente fare spesso, ma non corrisponde alla verità, almeno in buona parte. Ormai, anche in piena estate, chi vuole praticare gli sport della neve può trovare l’ambiente ideale senza affrontare disagi di sorta.
Sembra di leggere un testo scritto secoli fa, vero? Invece la locandina è della seconda metà degli anni Sessanta (la funivia che da Madesimo raggiunse il Pizzo Groppera venne aperta nel 1964) e in così poco tempo le montagne hanno subìto, e stanno subendo, un cambiamento che non a caso viene definito “epocale”, in forza dell’evoluzione sempre più rapida e problematica della crisi climatica. Addirittura, quella che non era ritenuta una verità plausibile, cioè il fatto che non si potesse sciare anche d’estate, sta diventando l’esatto opposto, cioè che si possa ancora sciare in inverno.[1] Se ci pensate bene, pure al netto delle evidenze legate alla crisi climatica e alla trasformazione dei paesaggi montani, è qualcosa di veramente incredibile, quasi paradossale se non fosse così oggettivo, così reale. È un capovolgimento culturale profondo del quale probabilmente non siamo in grado di cogliere l’esatto portato, anche per la realtà in costante divenire: lo consideriamo ancora alla stregua di una curiosità, un evento bizzarro al quale tutto sommato si può ancora prestare poca attenzione, visto che per il momento la nostra vita quotidiana prosegue più o meno come prima e, al proposito, a sciare ci si può ancora andare. Solo per poche settimane all’anno e a volte grazie alla neve “finta” sparata dai cannoni, certo, mentre un tempo si iniziava ovunque a novembre e si finiva sui ghiacciai in ottobre per ricominciare subito dopo.
D’altro canto, se non stiamo capendo consciamente ancora molto di quello che sta succedendo, ancora meno possiamo capire che allo stesso modo nel quale il paesaggio esteriore si sta modificando – le montagne restano verdi anche in inverno, i ghiacciai scompaiono lasciando il posto a vaste pietraie, i colori che lo sguardo coglie nei panorami hanno molti meno bianchi e più toni opachi – sta cambiando anche il paesaggio interiore, quello che ci portiamo dentro e rappresenta il riflesso del mondo che abbiano intorno con il quale interagiamo anche solo semplicemente standoci. La nostra presenza nei luoghi che abitiamo o frequentiamo, anche solo per poche ore, si esplica in una relazione di tipo culturale che contribuisce a farci percepire il paesaggio (il quale è un costrutto, come diceva Lucius Burckhardt: una cosa che esiste nel momento in cui viene concepita), del quale noi stessi siamo parte. Dunque, il capovolgimento suddetto va ad agire su questa nostra relazione culturale, stravolgendola di conseguenza e pressoché inevitabilmente, finendo per modificare anche la nostra identità referenziale nel momento in cui si attiva tale relazione. Per dirla in breve: se cambia il paesaggio esteriore, cambiando quello interiore, cambiamo anche noi stessi e tutto avviene senza che, probabilmente, ce ne rendiamo conto.

[1] È curioso notare che fino a qualche tempo fa il Pizzo Groppera era considerata una montagna molto adatta a ospitare un ghiacciaio. Al riguardo in un rapporto glaciologico del 1931 si può leggere che «In questi ultimi tempi è scomparso il Ghiacciaietto del Pizzo Groppera (m. 2948) riportato ancora sulle carte dell’I..G.M. e nella guida del C.A.I. Al suo posto v’è un discreto nevaio. La morena freschissima non alberga ancora un filo di erba. Ora è da osservare che il Groppera, nel versante settentrionale, ch’è quello della Val di Lei, ha condizioni più atte alla conservazione di un ghiacciaio che non il Carden (dorsale poco distante nela zona del Pizzo Ferré e del suo ghiacciaio, un tempo assai vasto e tutt’oggi presente anche se in fortissima riduzione – n.d.L.)».
