La normalizzazione del rischio climatico, e il rischio della normalizzazione dei suoi effetti

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Sul più recente numero di “A nostro rischio (e pericolo)”, la newsletter della prestigiosa Fondazione CIMA – uno dei più importanti soggetti italiani di studio, ricerca e formazione nell’ingegneria e nelle scienze ambientali – c’è una bella riflessione sul tema della normalizzazione del rischio, un fenomeno che la nostra società manifesta sempre più spesso soprattutto nei riguardi della crisi climatica in divenire e delle sue conseguenze, in modo per giunta paradossale: più l’impatto dei cambiamenti climatici aumenta e si fa concreto, meno molta parte della società tende a considerarlo, come se avesse accettato che nulla si possa fare e che ci sia solo da subire quell’impatto, sperando di “cavarsela” alla bell’e meglio. Un atteggiamento francamente idiota ma senza dubbio figlio di questi nostri tempi superficiali e deresponsabilizzati.

Qualcuno potrebbe obiettare: be’, anche l’alpinista deve normalizzare il rischio, altrimenti non sale più sui monti. Certo, ma lo fa consapevolmente (se non è un pazzo): per lui la familiarità al rischio è necessaria allo scopo di conseguire il maggior livello di sicurezza (tecnico, culturale, mentale, emotivo) possibile al fine di tornare a valle sano e salvo ma sapendo bene che, appunto, il “rischio zero” in montagna non esiste. E per fortuna che è così.

Noi invece familiarizziamo i rischi e le conseguenze della crisi climatica tanto per mera inconsapevolezza delle sue realtà effettive quanto per incapacità di pensiero e visione del domani. Trasformiamo gli eventi climatici estremi in “normalità”, in «cose che succedono», così ci togliamo il disturbo di doverci pensare troppo sopra. E magari di spaventarci altrettanto: d’altronde ciò a cui ci si assuefà non spaventa più.

Così scrive la Fondazione CIMA:

Nella scienza del rischio esiste un concetto molto studiato: la normalizzazione del rischio.
Succede quando una società, un’organizzazione o una comunità iniziano a convivere così a lungo con una minaccia da incorporarla nella quotidianità. Il rischio resta presente, ma cambia la percezione che ne abbiamo. Non perché diventi meno pericoloso. Ma perché diventa familiare.
È un meccanismo che osserviamo in molti contesti diversi: eventi climatici estremi sempre più frequenti, territori esposti a frane o alluvioni, infrastrutture vulnerabili, sistemi sotto pressione continua. Anche le ondate di calore che stiamo vivendo ne sono un esempio: quando diventano ricorrenti, rischiamo di considerarle una nuova normalità prima ancora di aver imparato davvero a conviverci.
Ed è qui che entra in gioco una delle sfide più complesse della scienza del rischio contemporanea: come mantenere alta l’attenzione senza trasformarla in ansia permanente?
Per anni abbiamo pensato che bastasse aumentare la quantità di informazioni. Oggi sappiamo che non funziona così.
Troppi allarmi possono produrre assuefazione. Troppa esposizione può ridurre la capacità di reagire. La paura continua, nel lungo periodo, tende più spesso alla paralisi che all’azione. È una differenza sottile ma fondamentale: una società può imparare ad adattarsi a un rischio senza smettere di riconoscerlo come tale. Perché adattarsi significa cambiare comportamenti. Abituarsi, invece, significa smettere di farsi domande.
Per questo la ricerca lavora sempre di più sulla qualità della comunicazione del rischio: sistemi di allerta chiari, messaggi comprensibili, indicazioni pratiche, costruzione della fiducia, coinvolgimento delle comunità, ancora prima che si verifichi un evento.
L’obiettivo non è creare persone spaventate.
È creare persone capaci di riconoscere un rischio e sapere come rispondere. Lavorando continuamente su questo spazio sottile tra conoscenza e decisione. Tra segnale e risposta. Tra ciò che sappiamo e ciò che scegliamo di fare insieme.
Perché la prevenzione, in fondo, funziona così: non elimina l’incertezza, ma aumenta la capacità collettiva di affrontarla senza smettere di vivere il presente.

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C’è tuttavia una assuefazione assolutamente consapevole ai rischi climatici: è quella della politica, ben manifestata dalla recente frase del Presidente del Senato italiano per il quale «Ci abitueremo al clima caraibico». Al netto della provocazione propagandistica di parte, la politica vuole imporre la normalizzazione del rischio così da poter non fare nulla al riguardo, nemmeno la prevenzione: infatti il nostro paese vive continui e spesso perenni stati di “emergenza” e giammai che la politica nostrana faccia ciò che farebbe qualsiasi politica assennata, cioè spenda risorse oggi per prevenire i danni di domani. No, le spende a danni fatti in “emergenza”, sprecandone molte più di quelle che avrebbe impiegato nella prevenzione.

D’altronde, come si rimarca nell’osservazione finale della Fondazione CIMA, «la prevenzione funziona così: non elimina l’incertezza, ma aumenta la capacità collettiva di affrontarla senza smettere di vivere il presente». E se c’è qualcosa che oggi appare viepiù alienata dal presente e dalla quotidianità di chi lo vive, è proprio la politica. Della quale, temo, abbiamo ormai normalizzato l’inadeguatezza e l’incapacità.