MONTAG/NEWS #20: in “viaggio” tra le più recenti notizie delle montagne

Come fare un viaggio attraverso le montagne europee e alcune delle loro realtà più significative: dai suggestivi e affascinanti Grotti di Cama, nel Grigioni italiano, ai Pirenei e alle loro stazioni sciistiche che cambiano pelle per affrontare la crisi climatica, ad un podcast pluripremiato che racconta l’anima nera delle Alpi, alla sempre più famigerata pista di bob olimpica di Cortina e allo sfavore montante in Svizzera verso la candidatura per i Giochi del 2038, fino alla “febbre” che anche il mese di febbraio appena concluso ha manifestato…

Ecco, è questo il “viaggio” tra le notizie della settimana che vi propone la nuova mini-rassegna stampa di alcuni dei fatti di montagna più interessanti sui quali si è scritto in rete e sulla stampa nei giorni scorsi, con i link diretti alle fonti originarie così da poterle approfondire a piacimento. Le notizie più recenti le trovate sulla home page del blog nella colonna di sinistra, costantemente aggiornata; qui invece trovate il loro archivio permanente.

Come sempre, buone letture e buoni approfondimenti!


(Immagine tratta da www.ticinotopten.ch.)

LA LODEVOLE FONDAZIONE CULTURA E TERRITORIO DI CAMA

La salvaguardia delle radici culturali del territorio per costruire il futuro. È questa la missione che guida da anni l’operato della Fondazione Cultura e Territorio di Cama, divenuta ormai un punto di riferimento per la conservazione del patrimonio naturale e culturale del Moesano, nella Svizzera italiana. Un impegno costante e variegato che spazia dall’architettura rurale – con la cura dei famosi Grotti di Cama – alla cura dei sentieri, alla letteratura e all’arte e che, grazie alla stretta collaborazione con le autorità locali, permette alla Fondazione di svolgere un lavoro capillare che intreccia passato e presente, offrendo alla comunità di Cama e ai visitatori la possibilità di vivere appieno la bellezza del suo territorio.


ANCHE IN FRANCIA LO SCI DEVE FARE SPAZIO ALLE ATTIVITÀ PIÙ SOSTENIBILI

Sui Pirenei francesi, nella valle di Ossau (Nuova Aquitania), lo sci fa i conti con la crisi climatica: la stazione sciistica di Artouste, dotata di 25 km di piste tra 1400 e 2100 metri di quota, ha visto il suo modello turistico storico vacillare a causa della sempre maggiore scarsità di neve. Ma invece di affidarsi esclusivamente allo sci, Artouste ha intrapreso una profonda trasformazione: diversificazione annuale, una valutazione completa dell’impronta di carbonio, riduzione delle emissioni di gas serra e nuove partnership territoriali. Questa strategia deliberata, sostenuta dall’ADEME (Agenzia francese per la transizione ecologica) e mirata a stabilizzare l’economia locale senza esacerbare la pressione climatica, sta ottenendo un successo crescente.


UN PODCAST PLURIPREMIATO CHE RACCONTA «L’ANIMA NERA» DELLE ALPI

Sono molto contento per – e faccio i complimenti a – Simona Sala, il cui podcast “Sennentuntschi. Un viaggio nell’anima nera delle Alpi“, curato da Olmo Cerri, ha ricevuto domenica sera una menzione speciale al SonOhr Radio & Podcast Festival 2026 di Berna, il principale festival del settore in Svizzera. La giuria ha scelto di premiare Sennentuntschi «per il suo modo di raccontare una leggenda delle nostre montagne al tempo stesso informativa, immersiva e profondamente coinvolgente.» Una leggenda alpina vecchia di 500 anni, inquietante e oscura ma che forse così leggendaria e lontana nel tempo non è, anzi. Da ascoltare.


LA PISTA DI BOB DI CORTINA È GIÀ IN STATO DI QUASI ABBANDONO

Un rapporto di 45 pagine redatto a ridosso della fine delle Olimpiadi evidenzia una serie di problemi alla struttura con danni stimati ben oltre il milione di Euro, così gravi da far saltare i campionati italiani originariamente previsti dal 10 al 12 marzo. Il documento descrive un impianto trovato in condizioni di “quasi abbandono” a pochissimi giorni dalla fine delle gare, con spazi lasciati malmessi e diversi locali con strumentazioni da centinaia di migliaia di Euro trovati aperti. Come può un’infrastruttura appena utilizzata per un evento mondiale presentare danni per oltre un milione di Euro nel giro di poche settimane? La risposta, quale che sia, temo la dica lunga su cosa sono state realmente le Olimpiadi appena concluse.


LA FEBBRE (ALPINA) DI FEBBRAIO

Complice il divenire della crisi climatica, il mese di febbraio 2026 nelle Alpi è risultato in tutti i fattori meteoclimatici decisamente fuori asse rispetto alle medie storiche. Le stazioni di rilevamento di Meteosvizzera, ottimo riferimento per tutta la catena alpina, hanno fotografato una situazione più calda del solito: la temperatura media è stata di 1,3 °C, oltre 3,2 gradi sopra il valore medio del periodo di riferimento 1991-2020; febbraio 2026 figura attualmente tra i cinque mesi più caldi mai registrati in Svizzera dal 1864 a oggi. Ha piovuto e nevicato più del solito (per fortuna) ma con modalità del tutto discoste dalla consueta linearità stagionale e c’è stata meno luce solare, tutto ciò palesando di nuovo la condizione di hotspot climatico delle Alpi.


OLIMPIADI, GIGANTISMO O FESTA DELLO SPORT?

Come anticipavo in MONTAG/NEWS #13, la Svizzera vorrebbe ricandidarsi a ospitare le Olimpiadi invernali nel 2038, nonostante negli anni passati vari referendum popolari avevano bocciato le candidature proposte. Al momento la Confederazione Elvetica è l’unica candidata in dialogo con il CIO (il che fa ben capire come ormai il grande evento olimpico sia visto più come un fastidio che come un’opportunità), ma anche stavolta il dissenso non manca, sia da parte di alcuni Cantoni – Grigioni in primis – sia della popolazione: i sondaggi danno il “NO” maggioritario, e uno recente della RSI, l’emittente nazionale svizzera, che chiedeva se considerare le Olimpiadi Invernali “gigantismo” o “festa dello sport” ha visto prevalere il primo giudizio per il 54%.

Una conseguenza della crisi climatica poco considerata che mette a rischio la nostra identità

[Castel Hauenstein, posto a 1300 metri di quota sopra Siusi allo Sciliar, in Alto Adige. Foto di Syrio, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Se la sensibilizzazione nei confronti della crisi climatica e delle sue maggiori conseguenze è ormai diffusa – seppur ciò non significa che la nostra società civile ne sia ancora così consapevole, visti certi comportamenti mantenuti e un atteggiamento che resta piuttosto superficiale al riguardo, vi sono altre conseguenze altrettanto importanti e gravi che il cambiamento del clima comporta che tuttavia vengono ben poco considerate, nonostante il loro portato ci coinvolga tutti. Ad esempio quelle sul nostro patrimonio culturale, un aspetto particolarmente significativo per l’Italia anche nei territori montani. La crisi climatica, insomma, mette a rischio non solo l’ambiente naturale ma pure ciò che nei secoli l’uomo vi ha costruito e oggi rappresenta un patrimonio di cultura fondamentale, che come nessun altra cosa dà forma e sostanza all’identità delle nostre montagne e alle comunità che le abitano.

Ho recuperato un articolo molto interessante al riguardo che è stato pubblicato sul “Notiziario della Banca Popolare di Sondrio” nr.153 a firma di Alessandra Bonazza, ricercatrice presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche d’Italia – Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima (CNR-ISAC), dove è Responsabile dell’Unità “Impatti su Ambiente, Beni Culturali e Salute Umana”.

Così Bonazza introduce il tema, del quale è probabilmente la massima esperta in Italia:

In un momento in cui viene dato sempre più richiamo alle sfide che dobbiamo affrontare in seguito ai cambiamenti climatici, sorprende come solo di recente l’attenzione si sia soffermata in modo più sostanziale sulla constatazione degli impatti e rischi per il patrimonio culturale.
Fulcro della nostra identità culturale e ponte generazionale senza soluzione di continuità, il patrimonio costruito e paesaggistico è senza dubbio a forte rischio per effetto delle variazioni graduali ed estreme dei parametri climatici, quali ad esempio temperatura e precipitazioni.

Bonazza illustra poi cosa si sta facendo in concreto per gestire la questione:

È di recente sviluppo lo studio per la messa a punto di proiezioni dei rischi cui potrebbe essere sottoposto il patrimonio culturale per effetto di eventi estremi legati ai cambiamenti climatici nel vicino (2021-2050) e lontano futuro (2071-2100). Nonostante sia ampiamente riconosciuto il danno causato sui beni culturali da piogge intense, inondazioni, allagamenti e periodi prolungati siccitosi, questa tematica di ricerca è complessa e richiede una attenta analisi della pericolosità a livello locale, degli elementi determinanti la vulnerabilità di un bene a uno specifico rischio climatico e delle caratteristiche che governano la sua maggiore o minore esposizione agli eventi.
Questo strumento, chiamato Risk Mapping Tool for Cultural Heritage Protection, permette di analizzare la pericolosità territoriale a scala europea e del bacino del Mediterraneo a diverse serie temporali e di visualizzare e scaricare mappe con risoluzione spaziale di ~12 km, basate su dati forniti da modelli climatici regionali e da servizi satellitari del programma Copernicus. Prevede l’utilizzo di indici per valutare la pericolosità da eventi estremi legati a variazioni di temperatura e precipitazione.

L’utilizzo di questo strumento scientifico ha già dato alcune risposte estremamente significative:

Gli output mostrano ad esempio come i siti archeologici lungo la costa adriatica e il patrimonio diffuso dell’arco alpino siano previsti essere particolarmente a rischio nel lontano futuro per effetto dell’aumento della frequenza e intensità degli eventi estremi di precipitazione indicati da aumenti dei valori degli indici relativi.

[Il Castello di Rocca Calascio, sito a 1400 metri di quota nell’omonimo comune dell’Abruzzo. Foto di Justinawind, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Dunque stiamo correndo il rischio che anche il nostro patrimonio culturale alpino, quello che grazie alla propria inscindibile correlazione con l’ambiente naturale e il paesaggio dà forma e sostanza all’identità dei territori alpini, dunque delle comunità che li abitano, possa subire conseguenze serie dal peggioramento pressoché certo della crisi climatica e dei suoi effetti. Il fatto che tale rischio possa manifestarsi «nel lontano futuro», come scrive Alessandra Bonazza, non può e non deve esimerci – come società civile e come rappresentanze politiche – dal prevenire quei rischi ed evitarli il più possibile. Se il paesaggio, in quanto elemento culturale determinato dall’unione di elementi naturali e antropici per come lo percepiamo nella relazione che intessiamo con esso, dovesse degradarsi in entrambi gli ambiti, inevitabilmente comporterebbe il degrado della nostra relazione identitaria, dunque anche di noi stessi in quanto suoi abitanti.

È un rischio parecchio grave che, ribadisco, possiamo e dobbiamo chiedere di prevenire.

P.S.: qui potete trovare alcuni altri articoli di Alessandra Bonazza sul tema della protezione del patrimonio culturale dai rischi climatici.