In ogni caso, riguardo l’Arera, secondo alcuni l’oronimo deriverebbe dal termine latino area (“spazio spianato”, “aia”), con riferimento agli ampi altipiani erbosi e ai pascoli pianeggianti che caratterizzano i suoi versanti meridionali fino ai piedi del corpo calcareo sommitale del monte, roccioso e più accidentato. Per altri studiosi, nell’oronimo si potrebbero riconoscere – peraltro come in molti altri toponimi bergamaschi – radici linguistiche celtiche o pre-latine come Ar-, che indica montagna/roccia, o cose affini. Infine, si ipotizza che “Arera” potrebbe derivare dal longobardo braida (pianura aperta, fondo coltivato) e dunque che il toponimo anche in questo caso non indicherebbe tanto il monte quanto il territorio ai suoi piedi, come se per questo rappresentasse veramente un ciclopico cairn che lo georeferenzia nel panorama montano orobico.
[Il versante occidentale del Pizzo Arera visto dalla Cima di Menna. Foto di MatthewGhera, opera propria, CC BY 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]Quale che sia l’ipotesi più attendibile (qui le ho solo riassunte per delineare la questione, che ovviamente abbisogna di indagini più approfondite), resta il fatto che innumerevoli appassionati di montagna conoscono l’Arera, la frequentano e, nominandola, ne perpetuano inconsciamente tanto la fama geografica e morfologica quanto il mistero toponomastico, forse così mantenendo dell’Arera assolutamente vivi anche la bellezza e il fascino alpestri. Dai quali anche la Luna, come mostra la foto di Alessia Scaglia, si è fatta ammaliare.
Ieri sera, prima di andarmene a dormire, me ne sono rimasto per una buona mezz’ora a contemplare la Luna, in questo periodo piena come non mai posta la sua minima vicinanza alla Terra – da cui l’appellativo di Superluna, appunto. Meravigliosa, nitidissima, con i mari lunari ben distinguibili anche a occhio nudo e veramente simile, al binocolo, a un grande e luminosissimo lampadario appeso nel cielo, a solo qualche centinaio di metri dal terreno. Proprio come nella mirabile fotografia dell’amico Simone Foglia lì sopra pubblicata, ecco.
Pura e semplice contemplazione, la mia, con lo sguardo fisso, quasi incantato, un po’ a occhio nudo e un po’ grazie al binocolo, appunto.
D’altro canto la Luna di ieri sera ha rappresentato un’ottima occasione per rinnovare un’abitudine che cerco il più possibile di praticare: osservare la volta celeste notturna e il suo incommensurabile spettacolo stellare. Credo sia una delle cose più spirituali, nel senso pieno del termine, che si possano fare. E più balsamiche in assoluto: per la mente, lo spirito, l’animo. Sono profondamente convinto – l’ho già rimarcato più volte, qui e altrove – che se le persone passassero più tempo a osservare il cielo, piuttosto che altre banalità più o meno tecnologiche che oggi dominano la nostra quotidianità e sovente ci distraggono troppo dalle cose veramente belle e preziose, vivrebbero meglio e contribuirebbero a rendere il mondo un posto più bello e luminoso. Un posto realmente in armonia con il meraviglioso infinito che lo circonda e non invece che si sente perso e alla deriva in esso, come di frequente noi che lo abitiamo, con le nostre azioni meno nobili e umane, diamo l’impressione che accada.
“We are all made of stars”, recita il titolo di una canzone di qualche tempo fa, un’idea confermata dalla stessa fisica quantistica per la quale «A livello quantico fondamentale, tutta la materia nell’universo è essenzialmente costituita da polvere di stelle». Ecco, penso che sarebbe bello se non ci dimenticassimo mai questa cosa e, ancor più, sapessimo manifestarla così come si manifesta straordinariamente e beneficamente la luce delle stelle, in ogni notte di cielo più o meno sereno.