Osservare le montagne (ma veramente!)

Quando salite sulle montagne, osservatele.

Percepitele, ammiratele, esaminatele, comprendetele.

Non limitatevi a vederle, a farne mero sfondo del vostro pur legittimo divertimento e dei vostri selfie.

La montagna è un luogo speciale e lo è non solo nella morfologia, nelle sue forme così spesso spettacolari, nei suoi paesaggi. Anzi, chiedetevi, se vi fermate ad osservarle, perché vi sembrino tanto spettacolari, così affascinanti, così intriganti.

Poi, quando osservate le montagne, cercate di osservare anche voi stessi, nel momento in cui ci siete, e comprendere pure cosa vi sentite dentro quando ne siete al cospetto.

Ridurre le montagne a semplice scenografia, bella e utile perché è lì e basta, non significa solo svilirne il senso: dimostra anche che non si capisce realmente cosa ci si sta a fare, lassù, e che nemmeno ci si potrà divertire veramente a starci.

In fondo chi non sa osservare le montagne probabilmente non osserva realmente nemmeno se stesso. Nel caso, prima di tornarci sui monti, si dovrà acquisire la minima, consona consapevolezza per farlo. Che è la cosa più semplice da fare, peraltro: a volte basta solo aprire veramente gli occhi, e con essi la mente e l’animo.

Altrimenti, si resterà sempre e soltanto dei pesci fuor d’acqua: che senso ha?

Tanto vale restarsene in città a questo punto.

La pace e tranquillità di McGrath e di noi tutti che andiamo per montagne

Hanno fatto “scalpore” (virgolette doverose) le immagini dello sciatore norvegese Atle Lie McGrath che si incammina solitario verso il bosco dopo aver commesso un errore durante la gara di slalom delle Olimpiadi che gli ha compromesso una probabilissima medaglia d’oro. E mentre un noto quotidiano sportivo, con la consueta “sobrietà” giornalistica nostrana (non dico altro), lo ha definito «Folle», lo stesso McGrath ha detto che voleva solo «un po’ di pace e tranquillità, cosa che non ho avuto perché fotografi e polizia mi hanno trovato nei boschi. Avevo solo bisogno di un po’ di tempo per me stesso.»

Pace, tranquillità, un po’ di tempo per se stessi. Non è esattamente quello che la gran parte degli appassionati veri di montagna ricerca nel frequentare le terre alte? McGrath in fondo non ha fatto altro che riportare il momento pur esasperato di una competizione sportiva al suo livello assoluto, ma che in fin dei conti resta un’attività di montagna, alla sua radice primordiale, al motivo per cui molti di noi che pur andiamo per valli, boschi, vette, sentieri e pendii innevati per svagarci e divertirci ma restando consapevoli del luogo in cui ci troviamo cioè del senso del contesto, frequentiamo con passione le montagne.

La follia, semmai, sta in chi invece sale sui monti e pretende di trovarci tutti i disturbi – musica, rumore, gente ovunque, casino… – che per chissà quale inspiegabile devianza psicosociale vengono ritenuti belli, attrattivi, persino necessari per non sentirsi soli e persi, e così dimostra di non aver capito nulla del contesto, del luogo, del senso di starci e di frequentarlo, di come ci si possa stare realmente bene trovandovi – anche nei momenti di difficoltà e dolore, al netto di come vengano vissuti individualmente – la pace, la tranquillità, il silenzio, il tempo per stare con se stessi, per riflettere, per ritrovare equilibrio e ogni altra cosa simile. Tutte quelle cose che dobbiamo poter trovare sui monti contrastando chi invece li voglia rimuovere e che di conseguenza dobbiamo impegnarci a salvaguardare, per le nostre montagne e per noi stessi.

Dunque non possiamo che ammirare e ringraziare McGrath per quel suo gesto seppur per certi versi “drammatico”, secondo me uno dei più belli delle Olimpiadi.

P.S.: ovviamente queste mi considerazioni possono ben valere per qualsiasi altro contesto nel quale chiunque possa e sappia ritrovare i momenti di benessere ovvero di riequilibrio qui descritti.

(L’immagine l’ho presa dalla pagina Facebook di McGrath.)