P.S. – Pre Scriptum: ringrazio da subito le testate locali che hanno pubblicato l’articolo seguente, come “Valsassina Oggi” e “ValsassinaNews”. Mi auguro sia chiaro il senso di questo scritto (e se non lo è lo sia, da ora) il quale non è contro qualcuno o qualcosa ma a favore di una riflessione generale, centrata sul caso in questione, riguardo l’abitare, il vivere e il fare comunità sulle nostre montagne, il loro presente e il futuro, l’identità e l’anima che le contraddistingue.

La piana di Pasturo, in vista di alcune delle più note e belle vette delle montagne lecchesi – il Grignone in primis – è uno dei luoghi più belli della Valsassina, anche per come appaia, sia provenendo dal Colle di Balisio e da Lecco, sia da oltre la stretta di Baiedo e dalla bassa valle, come una sorta di inaspettato “miracolo” geografico in mezzo a versanti montuosi più o meni ripidi, la più ampia area planiziale della Valsassina. La cui rinomata fertilità ha probabilmente conferito il nome al comune nel cui territorio si trova – Pasturo, toponimo che ha una probabile origine latina da pastorium in rapporto con pastura, “il pascere, il brucare”, da cui il lombardo pastura nonché l’italiano pastura, “il pascolare, il luogo dove trovano da nutrirsi le bestie” – ma che parimenti è stato già parzialmente urbanizzato e cementificato proprio in forza della favorevole geomorfologia. Ciò non toglie che la piana resti un angolo del paesaggio locale di grande bellezza e importanza: ci si rende bene conto di ciò soprattutto se la si attraversa a piedi o in bicicletta, a ritmo lento, lungo la ciclovia della Valsassina, che qui inizia e attraversa la piana in direzione della Rocca di Baiedo.
Detto ciò, e tornando alla questione del nuovo supermercato, sono certo – o quanto meno non posso non augurarmelo – che il punto vendita verrà realizzato secondo tutti i crismi della sostenibilità ambientale, che non consumerà suolo in quanto edificato su un’area industriale dismessa e in una zona peraltro giù urbanizzata, come detto, che amplierà l’offerta commerciale locale, che darà lavoro a gente del posto e migliorerà la viabilità circostanze… ok, tutte cose buone e giuste. Ma a che prezzo? O, per meglio dire: a prezzo di quali e quante conseguenze che si manifesteranno non subito ma tra qualche tempo inesorabilmente? E con quale impatto culturale sulle comunità locali?
Io posso anche apparire un ingenuo o un illuso se rimarco la speranza, ormai svanita, che certi modelli consumistici tipicamente metropolitani se ne debbano restare lontani dai territori rurali e dalle montagne, lì dove le comunità dovrebbero ancora essere animate da modus vivendi collettivi e da una socialità concreta, pur tra mille variabili e restando inevitabilmente al passo con i tempi e le mode. In parole povere: in montagna non si vive come in città e questo è un grande pregio; diviene un difetto nel caso l’abitare tra i monti non venga sostenuto da adeguate politiche socioeconomiche, cosa purtroppo assai diffusa in Italia. E se nelle città grandi e piccole i negozi di quartiere e le piccola attività commerciali sono ormai pressoché scomparsi, sostituiti dai grandi supermercati ormai diffusi in gran numero ovunque, ma vi è la possibilità che la loro valenza di aggregazione sociale possa essere sostituita da altri luoghi, nei piccoli paesi spesso se chiude un negozio viene meno la gran parte della socialità, anche perché – ribadisco – purtroppo in passato tanti comuni non hanno salvaguardato gli altri centri di ritrovo per la propria comunità, giovane e meno giovane.
D’altro canto il timore che molti in Valsassina hanno manifestato, cioè che l’apertura del nuovo supermercato provocherà la chiusura di tanti piccoli negozi, non è affatto un timore o un’illusione ma una certezza: sì, tanti negozi in zona chiuderanno, inesorabilmente: è accaduto ovunque in circostanze simili e la Valsassina non si trova su Marte. Chiuderanno anche qui, garantito. Dunque, a fronte dei posti di lavoro che il supermercato offrirà, quanti ne farà perdere nei piccoli paesi del circondario? E con quali impatti sulla quotidianità delle loro comunità, soprattutto della componente più attempata?

La prima: il modus vivendi al quale risulta funzionale un supermercato che lavora e guadagna su logiche consumistiche, anche laddove offra prodotti di qualità, è ammissibile e integrabile in una dimensione vitale e residenziale comunitaria come quella della montagna? In altre parole: il modello culturale che il supermercato porta con sé è conciliabile con la cultura del vivere in montagna, la quale avrà numerose criticità ma anche innumerevoli pregi? Oppure la vita in montagna si deve conformare sempre di più a quella di città, livellando ogni differenza e dunque inevitabilmente deprimendo le sue specificità?


Per carità, magari queste mie sono solo fisime e invece hanno ragione i proponenti del nuovo supermercato, gli amministratori pubblici che l’hanno consentito, i valsassinesi che se ne dicono contenti e si sentiranno più “comodi” nel fare la spesa. Ma giusto di recente ho letto un articolo di Serena Milano, direttrice di Slow Food Italia, che in relazione alla chiusura dell’ultima bottega di un piccolo comune dell’Appennino Ligure, così ha scritto: «Lo spostamento a valle è andato di pari passo con la corsa verso il grande: si costruiscono scuole più grandi, ospedali più grandi, impianti sportivi più grandi. È un processo di sviluppo che genera disuguaglianze sociali.» Un processo che, come si può ben vedere, è presente anche nel commercio al minuto: chiudono i piccoli negozi dei paesi e si aprono supermercati sempre più grandi: una disuguaglianza sociale, economica, culturale, antropologica che ora rischia di manifestarsi anche in Valsassina. Conviene veramente? Forse sì. O forse… chissà.


Da abitante della Valsassina nonché amante della montagna e della natura, posso solo dire che non vedo l’ora apra questo Iperal.
Non so da che pianeta o valle lei provenga, ma la situazione spesa in Valsassina non è rosea per quanto mi riguarda. Senza fare nomi, i supermercati (tralasciamo i negozietti vari..) in valle sono più costosi del 10/20% rispetto ad un Iperal di turno, senza contare che la scelta è molto limitata, quindi o prendi quello o prendi quello. Scontrino alla mano, se uno controlla i prezzi e li confronta on line può capire di cosa parlo.
Può dispiacere forse per i negozietti che inevitabilmente si troveranno a dover modificare o addirittura chiudere l’attività, ma per il resto no.
È la globalizzazione ed ognuno fa qualcosa perché questo processo continui, come comprare su Amazon qualsiasi cosa serva ed averlo per il giorno dopo.
In ultimo senza farla tanto lunga, un piccolo Iperal costruito con tutti i crismi, può dare più fastidio paesaggisticamente rispetto ad una fabbrica fatiscente rivestita di amianto?
Pensa davvero sia un complesso grande quanto una piccolissima fabbrica, ma con vetri e magari piante e giardini attorno a dare fastidio alla vista?
Caro Gianluca,
grazie per aver espresso le sue considerazioni e ancor più per averle argomentate. Sono legittime e certamente potrebbero rappresentare la verità delle cose, così come di contro io ho espresso le mie considerazioni che rimarco completamente ma senza con ciò pensare di avere ragione.
Abito in alta Val San Martino, la Valsassina la frequento da sempre e, per varie ragioni sovente culturali, la conosco meglio di molti valsassinesi (ma è una loro colpa, non un mio merito) così come da sempre giro le montagne italiane (e non solo quelle) per studiarne i paesaggi e l’antropologia culturale alla base della vita su di esse. Per questo rivendico completamente ciò che ho espresso, soprattutto nelle cose apparentemente più secondarie, come l’edificazione di edifici anche piccoli nei territori ancora ampiamente non antropizzati, nei quali basta un nonnulla per generare grossi danni – lo rimarco in generale, non sto riferendomi nello specifico al caso valsassinese, e d’altro canto credo di aver ben descritto la realtò della piana di Pasturo.
Parimenti resto convinto che la vitalità e la socialità delle nostre montagne non verrà affatto salvata dalla globalizzazione consumista come potrebbe essere nelle città, anzi. Ma so bene che gli abitanti dei territori ne guadagneranno immediatamente in comodità: infatti tali dinamiche le conseguenze maggiori le generano sempre nel tempo, per questo non vengono quasi mai analizzate e comprese nel momento in cui si attivano. Poi, comprensibilmente ma pure egoisticamente, tutti quanti tendiamo ad assere sensibili ai vantaggi immediati (la spesa che costa meno) senza per ciò pensare a eventuali conseguenze e/o al perché ciò è possibile. Succede con la spesa quotidiana, succede con il paesaggio che quotidianamente viviamo.
Ribadisco: magari in Valsassina andrà tutto bene e lo spero proprio, per come sia legato alla valle e alle sue peculiarità sovente uniche. Tuttavia, da studioso dei paesaggi montani quale sono, non posso non mettere in guardia dai rischi di quelle suddette dinamiche.
Grazie ancora e buona giornata.