La montagna cyborg

Di recente mi è capitato sotto gli occhi il video (lo potete vedere qui sotto) di una delle aziende leader mondiali (con sede in Alto Adige/Südtirol) nella produzione di impianti di innevamento tecnico – la neve artificiale, sì – il quale illustra uno dei loro più recenti e grandi impianti, installato presso il ghiacciaio di Stubai, la più grande area sciistica su ghiacciaio dell’Austria.

Il video, ovvero l’impianto che presenta, sono impressionanti e obiettivamente affascinanti, non c’è che dire. Ma nell’osservare il complesso sistema di pompe, torri di raffreddamento, tubazioni e cablaggi d’ogni sorta eccetera, ammetto che mi è comparsa in mente quest’immagine:

Sia chiaro, già in passato le montagne hanno subìto infrastrutturazioni di carattere industriale: basti pensare a quelle novecentesche legate allo sfruttamento idroelettrico delle risorse idriche in quota con tutti i loro canali di derivazione e di scarico, i tubi in superficie o in galleria, le centrali sotterranee, senza contare i muri spesso ciclopici delle dighe. Tuttavia, se è vero che le opere atte alla produzione idroelettrica hanno trasformato i paesaggi in quota, soprattutto con la creazione dei bacini artificiali (ci ho scritto sopra un libro, su questo tema), è altrettanto vero che tali opere non hanno intaccato l’anima originaria di quei paesaggi e tanto meno l’identità culturale, aggiungendovi anzi un elemento geografico – il lago – che non di rado li ha resi più ameni e gradevoli alla vista (nonostante i grandi muraglioni degli sbarramenti). La montagna idroelettrica, insomma, è rimasta sostanzialmente la stessa, con un lago in più e qualche tubo che corre a valle verso le centrali; inoltre, tale infrastrutturazione è servita per apportare benefici a tutti i residenti a valle di essa, grazie all’energia prodotta, ai canoni di concessione idrica e a volte alle opere edificate in concomitanza con gli impianti idroelettrici come forme di “risarcimento” alle popolazioni locali per lo sfruttamento delle loro montagne.

[Immagine tratta da www.demaclenko.com/media/download.]
Invece, un impianto di innevamento tecnico come quello illustrato nel video, a tutti gli effetti trasforma la montagna, artificializzandone tanto il corpo quanto il paesaggio, molto semplicemente perché consente di avere qualcosa che la Natura e il clima locale evidentemente non elargiscono più, la neve. Quindi, se lassù non vi fosse quell’impianto con i suoi cannoni, quelle montagne avrebbero un aspetto differente e ovviamente più naturale e reale rispetto alle condizioni ambientali in divenire; in qualche modo l’impianto cambia il loro aspetto, dona loro qualcosa che altrimenti non ci sarebbe, elabora un paesaggio artificiale, fittizio, ovviamente funzionale al comprensorio sciistico lì presente ma non alla realtà naturale di fatto del luogo. Il tutto, grazie al complesso sistema illustrato, del tutto simile a un impianto pienamente industriale altamente tecnologico “infilato” nel corpo della montagna, che dunque viene “artificializzata” sia fuori, con la neve sparata, che dentro, con tutte le infrastrutture necessarie.

[Immagine tratta da https://www.demaclenko.com/it/impianto-innevamento/progetto-faro-stubai/.]
Checché se ne possa dire – e ripeto: l’impianto è per molti aspetti affascinante, non è certamente mia intenzione criticarlo da questo punto di vista – quella così infrastrutturata non si può più definire una “montagna naturale”. Ne ha le forme, le pietre, i prati, ma sotto la superficie ha cavità di cemento, tubi di metallo, cablaggi elettrici, macchinari elettromeccanici che rombano e sibilano, computer che controllano i processi produttivi. È una montagna artificiale, ripeto, resa funzionale alla sua fruizione altrettanto industriale (in tal caso del turismo di massa) la cui percezione culturale non può essere la stessa della montagna naturale.

[Immagine tratta da https://www.demaclenko.com/it/impianto-innevamento/progetto-faro-stubai/.]
Ecco: quella da me qui messa in evidenza è una questione culturale, appunto, non ambientale o altro. È la base della riflessione che è necessario compiere e sviluppare su cosa vogliamo fare delle nostre montagne e cosa vogliamo che siano e rappresentino per tutti noi da qui al prossimo futuro, nella realtà così problematica e ricca di variabili – a partire dalla crisi climatica – che stiamo affrontando. Per tutti noi, non solo per chi le frequenta da turista, chi vi lavora e ne ricava un reddito o chi le abita stanzialmente: le montagne sono un patrimonio di valore inestimabile per chiunque, come pochi altri spazi antropizzati in grado di donare benessere e serenità e ciò perché i loro meravigliosi, potenti, referenziali paesaggi esteriori sanno diventare vibranti paesaggi interiori nell’animo di chiunque, quando vissuti con consapevolezza, passione e autentica relazione. E, per come la vedo io, quando quei paesaggi non nascondano materiali, infrastrutture e ancor più un’idea di fondo nei loro confronti la cui natura non c’entra nulla con quella montana. Non ci si può relazionare a un simulacro, ne scaturirebbe un legame falsato e deviante, culturalmente nocivo e a sua volta inevitabilmente artificiale. Inumano, insomma.

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