Buone domande e valide risposte, sulle (e per le) montagne

[Regione del Voralberg nei dintorni di Bregenz, Austria. Foto di Lars Nissen da Pixabay.]
L’uomo è diventato il Sapiens dominatore del mondo anche perché, sfruttando le peculiarità in dono dall’evoluzione, ha saputo trovare più di altri animali le migliori risposte possibili alle domande che la scoperta del mondo e poi la vita quotidiana in esso gli poneva continuamente. Tutto ciò che “fa” la nostra esistenza terrena così dominante adattabile e resiliente è composto da domande e relative risposte, ovvero è il frutto di valide risposte date alle più varie e sovente complicate domande: il fatto che di queste seconde ne abbiamo ormai in abbondanza per molte delle domande che ci siamo posti nel corso del progresso della nostra civiltà non toglie che dobbiamo continuare a porci innumerevoli altre domande per mantenere costante quel progresso di cui godiamo. Non ci può essere errore – o colpa – più grande di dare tutto per scontato senza più chiedersi cose rispetto al mondo che viviamo e a noi che e siamo parte: purtroppo questa è una circostanza che sembra accadere sempre più spesso, oggi, indotta da certe caratteristiche deviate e travianti della nostra società contemporanea.

Tutto quanto sopra assume ancora più valore in quelle parti del mondo che si presentano particolarmente pregiate per la loro bellezza tanto quanto delicate e dunque più fragili di altre. Come le montagne, i cui territori, ambienti, paesaggi, richiedono ben più attenzione, sensibilità, consapevolezza, cura di – ad esempio – un hinterland metropolitano, fosse solo per le caratteristiche geomorfologiche e ambientali dei territori montani che d’altro canto rendono di default la residenza umana più difficile che in altri spazi abitati. Per fare un esempio banale: costruire qualsiasi manufatto in montagna impone di dover considerare moltissime variabili (ambientali, geologiche, architettoniche, urbanistiche, paesaggistiche, climatiche, eccetera) che non si presentano se lo stesso manufatto venisse costruito in pianura, magari in una città, ove le variabili sono molte meno e spesso più facilmente gestibili.

[Terrazzamenti in Valtellina. Immagine tratta da www.lombardianotizie.online.]
In baso a ciò, un territorio complesso come la montagna impone continuamente domande a chi lo deve abitare e vi ci si deve relazionare: le risposte a queste domande, vista la complessità montana, devono essere se possibile ancora più “esaustive” che altrove: perché non si va semplicemente a “far su qualcosa”, in montagna, ma si interviene – anche con il più piccolo manufatto – in un ambito estremamente delicato che rischia ogni volta di vedere rotti i numerosi equilibri sui quali si regge, si sviluppa e si salvaguarda. Chiaramente ciò non vuol dire che in montagna non si possa fare nulla, anzi: i montanari nei secoli hanno dimostrato di saper adattare la propria presenza all’ambiente montano, oggi le capacità tecnologiche e i saperi scientifici ci potrebbero consentire di fare di tutto e tutto quanto armonizzato ai territori, agli ambienti, ai paesaggi delle montagne. Quello che conta al riguardo, ribadisco, è porsi le domande su ciò che si vuol fare e darsi le migliori risposte possibili.

Ecco: a volte mi sembra proprio che molte cose che vengono realizzate in montagna siano fatte in base a “risposte” che ci si è dati senza prima porsi alcuna buona domanda. Si pensi ai numerosi interventi di turistificazione di cui spesso si ha notizia dai media d’informazione, e che subito appaiono fuori contesto quando non palesemente scriteriati: secondo voi chi ne è promotore si è posto qualche domanda su ciò che voleva o vorrà fare prima di cominciare a farlo? A me pare di no.

[Il cantiere al Lago Bianco del Gavia, come si presentava nell’estate 2023.]
Si pensi a quel folle progetto, fortunatamente bloccato, di captare l’acqua del Lago Bianco al Passo di Gavia, in zona di massima tutela del Parco Nazionale dello Stelvio (si veda l’immagine qui sopra), per alimentare i cannoni delle piste da sci di Santa Caterina Valfurva: secondo voi chi lo stava realizzando si è posto qualche domanda su ciò che stava facendo?

Si pensi al progetto di nuovi impianti sciistici che si vorrebbero installare sul Monte San Primo, a poco più di 1000 metri di quota: secondo voi chi li propugna si è fatto qualche domanda al riguardo?

Si pensi al progetto funiviario e sciistico con il quale si vorrebbe infrastrutturare il Vallone delle Cime Bianche, ultima zona incontaminata tra i già enormi comprensori sciistici di Cervinia-Zermatt o del Monterosa Ski: secondo voi che lo realizzerebbe si è posto qualche domanda sull’impatto e sul portato generale di un intervento del genere?

Sono solo tre esempi (che propongo per la diretta conoscenza che ne ho) tra i tantissimi che si potrebbero fare al riguardo, e che a me sembra si basino tutti sullo stesso principio: darsi risposte funzionali e convenienti ai propri interessi e tornaconti – di chi sostiene tali progetti – senza farsi prima alcuna domanda al riguardo. Risposte pronte per le proprie mire materiali, le quali notoriamente non abbisognano di troppe domande, anzi, di nessuna, per seguire istinti personali sovente biechi e comunque, in quanto tali, mai in equilibro con i luoghi e gli ambiti ove si pretende di intervenire. Per di più, risposte che quasi sempre sono dei copia-incolla di cose fatte altrove (vedi i progetti di infrastrutturazione sciistica, appunto) che si ritiene valide ovunque senza nemmeno chiedersi se i territori assoggettati possano essere adatti al riguardo: come se le montagne fossero tutte uguali, e su ciascuna si potessero riprodurre gli stessi identici modelli. È una follia assoluta e un’inaccettabile banalizzazione dei territori montani nonché di rimando, e inesorabilmente, del destino delle comunità che li abitano.

[Veduta di Goldegg, nel Salisburghese, Austria. Foto di Ming SONG da Pixabay.]
Tutto questo, come ripeto a ogni buona occasione, rimanda innanzi tutto a una questione di buon senso. Quello stesso buon senso che è frutto dell’intelligenza la quale si coltiva con la ragione che serve a elaborare risposte alle domande che ci si formula così alimentando l’intelligenza. Un circolo virtuoso, come vedete, il quale se si rompe diventa subito un circolo vizioso che rapidamente e inesorabilmente genererà danni, tanto più posta la delicatezza e la fragilità dei territori montani.

Buon senso, tutto qui. Quello che tradizionalmente si riconosceva ai montanari proprio perché sapevano trovare risposte e soluzioni alle domande e ai problemi che poneva loro la montagna e la vita su di essa. Perché così spesso oggi questo buon senso sulle montagne non c’è più?

Ecco, questa è una domanda alla quale come non mai bisogna trovare le migliori risposte possibili.

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