
Spendendo 93.500 dollari, la società statunitense Madison Mountaineering offre la possibilità di scalare l’Everest usufruendo di un campo base con doccia calda, sessioni di yoga, una tenda che fa da cinema e la possibilità di mangiare bistecche e prodotti di alta cucina, non solo per la quota a cui vengono consumati. L’offerta è una delle tante nel settore del turismo estremo di lusso, che può contare su un crescente numero di clienti milionari e miliardari alla ricerca di emozioni forti, possibilmente senza rinunciare alle comodità.
Inizia così un articolo de “Il Post” del 28 giugno scorso, intitolato Il settore del turismo estremo per miliardari, nel quale vengono appunto elencate alcune di queste “esperienze” per ricchi, dagli abissi oceanici allo spazio fino, appunto, alle più alte montagne della Terra.
Leggendo il brano lì sopra, credo capirete da subito quale sia il problema: non certo che chiunque se lo possa permettere spenda i soldi per vivere quelle “esperienze”, ma di quali “esperienze” (virgolette necessarie) si stia parlando. Cioè, voglio dire: un campo base all’Everest con sessioni di yoga, una tenda-cinema e piatti di cucina gourmet? A 5000 m di quota?
E magari un bel casinò dove giocare alla roulette, un night con cameriere in topless e decolleté ramponabili nonché, fuori dalle tende sulla morena del ghiacciaio, un grande shopping mall con i migliori brand del lusso? No? A questo punto non stonerebbero affatto e farebbero la gioia di chissà quanti “alpinisti” (virgolette inevitabili) danarosi giunti fin lì.
È veramente il caso di continuare a consentire questo genere di “turismo” d’alta quota? O forse, per il bene di tutti e in primis di quelle grandi montagne, del loro ambiente e di chi ci vive – viste anche le conseguenze di questo folle turismo himalayano – sarebbe finalmente il momento di dare a tale business una bella regolata?
