Ecco perchè, se il mondo non fosse sferico bensì ovale, forse ci si vivrebbe meglio…

L’altra sera accendo per errore la TV e resto allibito. Oohmamma, ma il calcio esiste ancora? Accidenti… Voglio dire, in una società che si proclama civile, emancipata, evoluta, credevo proprio che… Insomma, con tutta l’inciviltà e la bassezza tipica dell’ambiente, la violenza sugli spalti, le follie finanziarie delle squadre, gli scandali, le partite truccate e tutto il resto, pensavo – dovrei forse dire speravo – l’avessero abolito, o almeno ripulito da tutte le sue sconcezze e dai personaggi eccezionalmente idioti che lo frequentano! E ovvio, non ce l’ho con il calcio in sé, con lo sport in quanto tale, ma con tutto il marciume che gli si è costruito dentro e intorno, e che l’ha reso una delle zone più oscure e sporche della società contemporanea…

Eppoi, quasi contemporaneamente, mi ritrovo a leggere un articolo che parla di tutt’altro sport, nel quale basta prendere una palla e renderla ovale per far che ci si ritrovi come su un altro lontanissimo pianeta…:
(…) Nel rugby sono regole imprescindibili il rispetto per l’avversario, la solidarietà di gruppo, il ridimensionamento dell’individualismo a favore di una visione collettivistica del gioco, l’educazione alla pazienza, l’educazione al rispetto delle regole e soprattutto dell’arbitro, l’educazione alla fatica, al sudore, alla dovuta considerazione per il lavoro proprio e degli altri, la fiducia nei propri mezzi che non deve mai sfociare in spocchia. Ora, se pensiamo al triste periodo storico che ci è toccato in sorte, nel quale il successo arride a pupazzi senza arte né parte, a squallidi individui che hanno diffuso la peste del disimpegno, della scorciatoia, del risultato senza fatica, una disciplina che in totale controtendenza predica la dedizione, l’elogio del sacrificio, il rispetto per l’altro, la riuscita collettiva contrapposta al successo individuale, è un tonico massaggio cerebrale e un balsamo rigenerante per i cuori avviliti dei tanti che non hanno voluto piegarsi alla logica perversa della società dello spettacolo (indegno). Per non parlare di un concetto del tutto sconosciuto ai più, oggi, quale è quello del rispetto delle regole e soprattutto di chi quelle regole è tenuto a far adempiere. Su un campo di rugby non si vedrà mai un giocatore inveire contro l’arbitro o contestarne le decisioni, anche quando quelle decisioni sono dubbie o quantomeno non condivise. La buona fede dell’arbitro e la sua imparzialità, nel rugby sono fuori discussione. (…)
Non v’è dubbio che gli altri sport, in primis il calcio, sono più in linea con l’attuale posizione politico/governativa e quindi con il conseguente comportamento di un intero popolo: indifferenza nei confronti delle leggi, per aggirare le quali ogni mezzo o mezzuccio è buono, critica feroce verso chi impone il rispetto della legalità (i giudici nella vita della nazione, l’arbitro nel gioco).

L’articolo in questione si intitola moooolto significativamente Il rugby e l’arte della manutenzione delle società civili, è firmato da Giuseppe Ciarallo ed è uscito sul n.24, Ottobre/Novembre 2011, della bella rivista Paginauno, bimestrale di analisi e di critica letteraria, culturale, politica, artistica e molto altro, e tutto stando per bene “fuori dal coro” dei tanti(ssimi) media proni ai sistemi di potere che regolano la nostra società di oggi – quegli stessi che hanno corrotto e rovinato lo sport del calcio, e poi l’hanno imposto come “modello sociale” a noi tutti, con i deleteri effetti ben visibili.
Leggetelo, l’articolo, cliccando qui o sull’immagine sopra inserita nel brano citato: è assai illuminante. E cliccando sulla copertina a fianco potrete anche conoscere Paginauno: è da poco uscito il nr.26, Febbraio/Marzo 2012, e credo vi potrete trovare spesso interessanti spunti di riflessione sul nostro tempo presente.

Stefano Benni, “Bar Sport”

Tra le tante peculiarità tipicamente, culturalmente, convenzionalmente, nazional-popolanamente italiane, oltre ai soliti pizza spaghetti e mandolino e altro del genere, indubbiamente si può comprendere il bar. Che solitamente è quello sotto casa, quello vicino, quotidiano e familiare, che nulla ha a che vedere con – ad esempio – il pub in Irlanda o la birreria in Germania o che altro, luoghi simili nella tipologia commerciale ma dall’atmosfera certamente diversa. Il bar “italiano” è una sorta di ludica seconda casa, un luogo dove in fondo il consumare qualcosa (che poi solitamente è, nella maggior parte dei casi, il caffè o il bicchiere di vino/aperitivo) diventa secondario rispetto al passarci il tempo in diversi altri modi: chiacchiera perditempo, sfoglio quotidiani, visione TV (solitamente partita calcistica o evento sportivo), bighellonaggine competitiva… Un luogo “sociale” nel senso più scientifico del termine, senza dubbio, che sovente diventa pure un rifugio nel quale “nascondersi” o sfuggire da piatte vite quotidiane e da relative invincibili monotonie. Ed effettivamente quanti bar esistono, in Italia, che portano proprio quell’iconografico nome, “Bar Sport”?
Nel 1976 Bar Sport (oggi nell’Universale Economica Feltrinelli) fu non solo il debutto editoriale di Stefano Benni, e non soltanto la sua immediata consacrazione come (probabilmente) il migliore (a tutt’oggi) scrittore umorista italiano, ma fu appunto anche la consacrazione in ambito letterario di quello spazio conviviale, assurto a luogo simbolo come pochi altri di una intera, caratteristica società – quella identificabile con la già citata definizione di “nazional-popolare”…

Leggete la recensione completa di Bar Sport cliccando sulla copertina qui sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie…