Un lago “misterioso” e il toponimo che lo svela

[Il lago effimero di Bondo in un’immagine tratta da facebook.com/valdibondo.]
La toponomastica è una scienza fondamentale per la conoscenza dei territori e la comprensione dei loro paesaggi, per come la gran parte dei toponimi – lo ricordo spesso ovvero ad ogni buona occasione – sono piccoli scrigni lessicali contenenti grandi nozioni di geografia, storia, geologia, antropologia, etnologia eccetera. Nozioni lì sedimentate, a volte da secoli, che spesso risultano dimenticate, sfuggenti o criptiche, ma che basta poco affinché tornino ben leggibili.

Una significativa testimonianza di ciò me l’ha fornita l’amico Alessandro Ghezzer, fotografo e creatore di contenuti digitali sempre assai interessanti, il quale ha testimoniato con alcune immagini pubblicate sui propri social (le vedete qui sotto) la «scoperta» del Lago di Bondo, nell’entroterra occidentale del Lago di Garda (in comune di Tremosine sul Garda, provincia di Brescia), uno specchio d’acqua effimero rappresentato sulle carte IGM e su altre mappe d’epoca e oggi formalmente scomparso, al netto della sua citata natura effimera che lo fa riapparire dopo abbondanti piogge nella conca che ora ospita campi coltivati.

Leggendo “Bondo” ho subito pensato alla notevole diffusione di questo toponimo soprattutto nelle Alpi Retiche tra Lombardia centro-orientale, Trentino occidentale e Svizzera italiana. Ho dunque cercato la sua origine e ho trovato che «l’etimologia del toponimo, deriva dalla matrice “bond” di derivazione prelatina, probabilmente riconducibile al periodo celtico, che sta ad indicare un luogo posto in una conca con presenza di acqua». Altrove leggo che «l’ipotesi più probabile sull’origine del toponimo è che derivi da un’ipotetica voce gallica “bunda”, con il significato di ‘conca, convalle’» oppure «‘suolo, fondo’ secondo Delamarre, da cui deriverebbero il francese bonde ‘apertura di fondo (di uno stagno, serbatoio…)’, il provenzale bonda ‘terreno paludoso’, il lombardo bonda ‘conca’». Tutte ipotesi invero convergenti su un’accezione geografica univoca, quella che identifica una conca sul cui fondo vi sia dell’acqua. E che dunque avrebbe svelato e identificato anche la presenza storica del suddetto e oggi scomparso Lago di Bondo, ad aver conosciuto le nozioni etimologiche riguardanti il toponimo che ho riportato.

[Uno dei tanti “Bondo” sparsi nelle Alpi: in tal caso è il borgo della Val Bregaglia, nei Grigioni (Svizzera). Immagine tratta da http://bergell-blog.ch/orte/bondo-promontogno/.]
Fateci caso, dunque, a quante cose conserva e può svelare un semplice toponimo di sole cinque lettere come “Bondo”: la presenza in zona di popolazioni celtiche, il periodo di stanziamento di esse, la morfologia del territorio, la presenza di acqua, indirettamente anche la natura geologica del luogo. E ciò vale per la grandissima parte dei toponimi che ovunque identificano i luoghi che abitiamo o frequentiamo: come se, denominando il mondo vissuto, l’uomo nei secoli abbia elaborato e lasciato impresso sui territori un trattato culturale multidisciplinare in grado di raccontare e rivelare molte cose di quei luoghi. Una cosa assolutamente affascinante da scoprire e constatare e un processo culturale che non ha mai fine, per come anche oggi l’uomo continui a formulare nomi e toponimi per gli angoli di mondo nei quali sta e che ha la necessità di riconoscere, anche per non sentirsi smarrito e sapere dove si trova.

Paolo Rumiz scrisse ne La leggenda dei monti naviganti che «Finché ci saranno i nomi ci saranno i luoghi»; in fondo da ciò consegue che finché l’uomo darà nomi ai luoghi vissuti riconoscendone così la singolarità peculiare – geografica e non solo – potrà sperare di non sentirsi mai perso nel proprio mondo e di sapersi sempre ritrovare. Smarrimento che invece molti evidentemente manifestano già… ma questo, beh, è un altro discorso.