Quando si cominciò a cercare la città in montagna, e tragicamente la si trovò

[Turisti a Sils, in Engadina, nel primo Novecento.]

Con il turismo d’élite della Belle Époque le Alpi si scoprono mete di piacere e con il turismo di massa del Novecento la cultura del risparmio viene radicalmente rimpiazzata da quella del consumo: di creste, panorami, lussi ed emozioni. Finanziariamente è una specie di miracolo economico fondato su iniezioni di denaro e cemento, di cui pagheremo per sempre le conseguenze ambientali. Socialmente è un salto traumatico che spesso genera nei giovani, ma non solo, degli scompensi psicologici non ancora del tutto riassorbiti. Non è facile passare in un batter di ciglio dalla povertà alla ricchezza, se non si possiedono gli strumenti culturali per governare il passaggio. Culturalmente è un processo d’esportazione della città in montagna, con gli stessi moduli costruttivi e distruttivi; un trasloco molto affrettato, poco ragionato e colmo di contraddizioni. Come osservava il prete di Valtournenche Amé Gorret alla fine dell’Ottocento, «un viaggiatore che parta per la montagna lo fa perché cerca la montagna, e credo che rimarrebbe assai contrariato se vi ritrovasse la città che ha appena lasciato». Messaggio elementare, tutt’oggi incompreso.

[Enrico Camanni, Le Alpi in 30 montagne, Laterza, 2025, pag.7.]

Camanni, come sempre tra le voci più chiare, autorevoli e illuminanti della cultura di montagna, riassume in modo efficace ciò che ha comportato la massificazione del turismo avvenuta nel corso del Novecento nei territori montani: tanto ai luoghi, consumati ambientalmente e degradati culturalmente, che ai loro abitanti, soggiogati dai (e ai) modelli turistici economico-industriali che li hanno alienati dalle loro stesse montagne, e a volte trasformati nei primi fautori del suddetto degrado (cfr. Annibale Salsa). D’altro canto le parole di Amé Gorret – altra figura fondamentale nella storia della montagna italiana – citate da Camanni dimostrano che ciò che stava accadendo lo si poteva capire benissimo già allora e probabilmente non lo si è voluto fare, proprio per rincorrere la cultura del consumo. La quale, come oggi posiamo ben constatare in diverse località montane, ha finito per consumare i suoi sostenitori così come le montagne che ne sono rimaste malauguratamente coinvolte.