Lo studio e la tutela del “buon senso”, prima di ogni altra cosa

[Panorama dell’Alpe di Siusi/Seiser Alm. Foto di Simone Cappellari da Pixabay.]
Quando qui e sui social pubblico articoli contenenti osservazioni variamente critiche su “cose” che si fanno e/o vengono proposte nei territori montani, ricevo spesso – inevitabilmente – commenti di segno opposto da parte di chi sostiene quelle cose: e ci sta, va benissimo, anzi, bene che vada così.

Tuttavia, quasi tutti quei commenti considerano un contesto meramente ambientalista, pro- o anti- che siano i loro contenuti: se anche questa cosa è inevitabile, dato che è quello il terreno di scontro principale quando si discuta delle opere suddette in forza del loro impatto, le mie osservazioni non fanno riferimento a quel contesto, che io considero sempre ma del quale non intendo occuparmi direttamente.

Quando io critico (uso questo termine per rapidità espressiva anche se non è del tutto consono) certe cose che si fanno in montagna, opere manufatti infrastrutture turistificazioni eccetera, innanzi tutto mi occupo di buon senso. Cioè rifletto, e chiedo conto al riguardo, su quanto ne manifestino, se considerino il senso del contesto, se rispettino il senso del limite e della misura, se siano compiutamente logici e contestuali oppure no.

Ove, per definizione dizionaristica, il «buon senso» è la capacità naturale e istintiva di giudicare in modo retto, equilibrato e saggio, adattando il proprio comportamento alle necessità pratiche della vita quotidiana, le cose che si fanno in montagna manifestano buon senso quando presentino naturalmente e istintivamente la dote di mostrarsi rette e equilibrate con il luogo e il contesto, e vi si adattino in maniera pratica e funzionale dimostrando un’utilità efficace al luogo stesso.

Di frequente, io rilevo in maniera pressoché incontrovertibile che molte “cose” progettate e realizzate in montagna, molto semplicemente, non dimostrino buon senso. Poi hanno/possono palesare criticità di altro genere, ambientali in primis, ma trovo che la mancanza di buon senso sia la loro colpa fondamentale. È il buon senso sul quale in montagna ancor più che altrove dovrebbe essere costruita la presenza umana e la relazione con il territorio e il paesaggio, perché rappresenta la garanzia primaria affinché l’uomo viva al meglio in quota e la montagna benefici il più possibile della presenza e dell’opera umana.

[Paesaggio terrazzato della Valtellina. Immagine tratta da qui.]
Quel buon senso che, quando si trova al cospetto delle grandi montagne, tanto della loro geografia maestosa e imponente nonché della forza della Natura in quota quanto della loro bellezza e della delicatezza e fragilità ambientale, biologica, ecosistemica, qualsiasi uomo dotato di senno dovrebbe di default manifestare, in ogni espressione materiale o immateriale della propria presenza lassù e della relazione elaborata con le montagne. Come è stato ampiamente nel passato, pur nelle diverse circostanze, e come dovrebbe essere nel presente e nel futuro contestualmente ai tempi e alle contingenze relative.

Ecco, questo conta più di ogni altra cosa, per me e per le mie considerazioni al riguardo. Studio il paesaggio, dunque mi occupo anche di ambiente e sua tutela, indago culture e saperi delle genti che abitano le Terre Alte e le realtà che le contraddistinguono ma, appunto, forse più e prima di ogni altra cosa io studio il buon senso.

Il buon senso che sulle montagne c’è ma – parafrasando Manzoni ne I Promessi Sposi -, ancora troppo di frequente, se ne sta nascosto per paura di un senso comune deviato, distorto, incoerente, sovente irrazionale e non di rado ipocrita, che finisce spesso per fare o per “giustificare” dei grandi e insensatissimi disastri.