Ormai l’ho ben capito da tempo: qualsiasi progetto in ambito culturale – non solo, ma lì parecchio – che non contenga nel proprio testo la parola “stakeholder”, non vale una cippa. Cioè: in realtà magari vale tantissimo, ma è come un genio vestito in modo ordinario tra persone ordinarie ma vestite all’ultima moda. Passa per un tizio modesto e dimesso, ecco.
Ormai termini come abstract, location, brand o contest sono roba da dilettanti pivelli; qui la “competizione” a chi la scrive più anglofona si fa sempre più dura. D’altro canto, vista la notevole diffusione di quella prima parola citata, mi viene pure da dire al riguardo che oggi son tutti buoni a fare gli stakeholders con i money degli altri! Eh!
P.S.: volete essere troppo avanti? Usate la definzione stakeholder engagement. La usano ancora in pochissimi, quindi ci fate un figurone. Garantito.
Per me la parola è tabù perché finisce che dico skateholder e faccio una figuraccia.
Be’… lì da te no, ora, ma qui da me potresti dirlo e intendere “stay colder”! 😀 😉
Tipo “stai trallo” 😄
😀 😀 😀 Esatto! ‘Mmmazza quanto sei slangosa! 😀 😉
Milanesità 😁
Eh, Milàn l’è un gran Milàn! 🙂
(Come si dice “milanese imbruttito” in slang aussie? 😀 )
Gli Aussies sono troppo primitivi per padroneggiare un concetto così sopraffino, ergo non si dice! 😀
😀 😀 😀 Peggio dei brianzoli? 😀
Ehm, in effetti, no. 🙂
e vogliamo parlare del benchmark?
Sì, infatti! Cioè… anche no, non parliamone!
😀