Benvenuti nel blog di Luca Rota. Uno che esplora paesaggi e poi scrive. O viceversa.
Come si può fuggire dall’overtourism degradante e cafone? Semplice: camminando!
[Sul Monte Baldo, Veneto. Immagine tratta da 360gardalife.com.]Concordo abbastanza con chi sostiene che, in tema di turismo, non sia corretto colpevolizzare il turismo stesso in quanto tale, e di conseguenza i turisti, in maniera maggiore di altri elementi che compongono la realtà contemporanea al riguardo. Soprattutto i secondi, più che essere causa di certe fenomenologie parecchio degradanti i territori che visitano – l’iperturismo, ad esempio – ne sono vittime, seppur senza esserne generalmente consapevoli come invece lo sono innanzi tutto, e inevitabilmente, i residenti dei territori.
Tuttavia una grossa colpa che poteva essere evitata, il turismo di oggi – figlio di quello formatosi nel secondo Novecento, dal boom economico (dei paesi occidentali) in poi – ce l’ha: l’aver scelto di mettere da parte la matrice culturale propria del viaggio – anche quando affrontato per ragioni in primis ludico-ricreative, come normalmente accade – per alimentarsi soltanto di ingredienti economici, commerciali, finanziari in un modello viepiù consumistico per il quale la meta del viaggio, il luogo, il territorio, la sua anima, non contano più nulla ma conta solo il pacchetto turistico, la fruizione dei servizi in esso compresi, l’“esperienza” ma solo se di svago, l’«effetto wow!», per usare un’espressione corrente.
[In Val di Rezzalo, Lombardia. Immagine tratta da www.sondaloturismo.it.]Il turista che in buona fede acquista questo genere (dominante) di pacchetto turistico, volesse pure vivere un’esperienza di tipo culturale in concreto non riuscirebbe a farlo. Alla fine si dovrebbe – si deve gioco forza assoggettare a tali modelli turistici, dai quali la componente prettamente culturale – nel senso vero del termine: ad esempio, la visita di un’ora al Colosseo con selfie-ricordo con il tizio vestito da gladiatore non è cultura, e tanto meno lo è la salita alla vetta alpina in funivia con pranzo “tipico” e souvenir “made in China” – è stata strategicamente eliminata perché non funzionale agli scopi del pacchetto. Come se la fruizione culturale autentica non potesse essere ricreativa! – d’altro canto ciò la dice lunga sullo stato della cultura diffusa, purtroppo.
[Intorno al Gran Sasso, Abruzzo. Immagine tratta da www.jonas.it.]Ma, al solito, non c’è da fare di tutta l’erba un fascio, perché mentre certo turismo massificato si manifesta in modi sempre più impattanti e ignoranti (consci o meno che siano, ribadisco), di contro leggo che sono in costante aumento i cammini e i camminatori ovvero chi sceglie di trascorrere una vacanza in questo modo, al punto che l’economia che parallelamente sta crescendo intorno presenta numeri sempre più ingenti, con un impatto economico complessivo di oltre 8 miliardi di Euro. Che è tantissimo, se si considera che l’intera industria dello sci in Italia genera un giro d’affari complessivo di oltre 23,7 miliardi di Euro (dati 2023/2024): in pratica i camminatori, da soli, “rendono” già oggi più di un terzo dello sci su pista, sono in costante crescita e non scontano i problemi (se non marginalmente) della crisi climatica. Inoltre, e torno al punto centrale di questo articolo, il viaggio a piedi è compiutamente culturale: perché il cammino è cultura e parimenti lo è il paesaggio, e l’incontro dei due elementi genera altra cultura nella relazione dei camminatori con i territori, le comunità che li abitano e le presenze storiche, architettoniche, artistiche e culturali (appunto) che ne manifestano l’identità.
[Nelle Dolomiti, Trentino. Immagine tratta da www.visittrentino.info.]Dunque, il turismo si sta ormai bipartendo in due ambiti sempre più diversi e lontani: da una parte il turismo massificato che punta tutto sulla quantità di fruizione dei luoghi, dall’altra il turismo dolce (meglio che definirlo sostenibile) che ricerca la qualità dell’interazione con i luoghi. Sono due strade parecchio differenti che portano verso mete altrettanto diverse: sta ai territori e alle comunità scegliere consapevolmente quale seguire.
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