
Di contro, ci sono stati scrittori altrettanto grandi che la montagna l’hanno raccontata in modi molti diversi se non antitetici a quelli appena detti: ad esempio Arthur Schnitzler, Guido Morselli e Thomas Bernhard. Il primo rileggendo la montagna psicanaliticamente, o per meglio dire freudianamente, e facendone la culla dell’elemento “perturbante” (unheimlich) costituito dalla sensazione di angoscia e paura al cospetto dell’estraneità di ciò che appare noto e familiare. Morselli ambientandovi uno dei suoi celeberrimi racconti devianti e distopici nel quale mette in scena una “drammaturgia della casualità” (come la definì Max Frisch) antitetica alla logica delle cose che verrebbe da ritrovare nella natura montana. Bernard raccontandola in maniera metaforicamente simbolica e iperbolica come un luogo di chiusura, di claustrofobia inevitabile, dove tutto «è perdita di tempo e quindi infelicità».
Tutti e tre, guarda caso, hanno scelto come contesto geografico delle loro opere le montagne tra la Valtellina, il (Sud) Tirolo e i Grigioni, quasi che identificassero in questa zona una sorta di “anima profonda” delle Alpi, nella quale ritrovare sicuramente la più estatica bellezza alpestre ma pure e non di meno «gli abissi sotto l’idillio», come racconta bene questo bell’articolo di Mattia Mantovani su “Rsi.ch” (leggetelo cliccando sull’immagine):
