Bòrsgen, un luogo straordinario fuori dal tempo e dall’immaginazione

[La testata settentrionale della Val Pontirone sovrastata dal Piz di Strega. Immagine tratta da www.quaeldich.de.]
La Val Pontirone, lunga e stretta, dall’imbocco sospeso quasi invisibile dal fondovalle, è la prima valle che si incontra sulla destra (sinistra idrografica) della valle di Blenio, percorsa dalla strada che da Biasca prende a salire verso il Passo del Lucomagno, nel Cantone Ticino. È un luogo angusto e ombroso, di difficile accesso, chiuso a oriente da montagne possenti che sfiorano i tremila metri e fino a poco tempo fa ospitavano alcuni importanti ghiacciai ormai quasi scomparsi, abitato da sempre con fatica proprio per la sue caratteristiche geomorfologiche difficili e oggi risieduto stabilmente solo da una manciata di persone.

[La parte bassa della Val Pontirone. Immagine di Spyridon, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Tuttavia, pochi sanno che nella sua parte alta la Val Pontirone, così celata e apparentemente anonima, ospita uno dei luoghi più fenomenali delle Alpi centrali. L’aggettivo che avete appena letto, “fenomenali”, non è affatto casuale in quanto il luogo in questione, chiamato Bòrsgen, è realmente caratterizzato da un fenomeno geologico assolutamente particolare, per certi aspetti affascinante e per altri bizzarro se non repulsivo, che sospende il luogo in una particolare dimensione primordiale, come se si fosse fermato all’era cenozoica nella quale l’orogenesi delle Alpi era ancora in corso e le montagne si stavano formando. E per certi versi è proprio così.

[Veduta frontale del versante di Bòrsgen. Immagine tratta dal volume “Amalpi Trek. Dal Maloja al Gottardo“, Milano University Press, 2023.]
Alla vista Bòrsgen (toponimo a volte italianizzato in «Borgeno»), posto che peraltro è abbastanza difficile da raggiungere in forza di sentieri piuttosto aleatori, appare come una vasta ganda – o ganna come si dice in Ticino – simile a molte altre, cioè un esteso accumulo di massi d’ogni taglia evidentemente precipitati millenni fa dalla grande parete sottostante la cresta nord ovest del Piz di Strega (Bòrsgen, Strega, Biborgh, Froda… anche molti toponimi della Val Pontirone sembrano presi da un romanzo fantasy!) che domina la zona, ed effettivamente è questa la sua origine.

[Panorama della gande, o ganne, di Bòrsgen. Immagine tratta da quarnei.ch.]
[Altra veduta della zona di Bòrsgen. Immagine tratta da www.ariafina.ch.]
Però già da una prima vista si rileva qualcosa di bizzarro: nel disordine di massi che ingombra il versante si elevano alcune guglie appuntite che sembrano piazzate verticalmente apposta, come se un gigante si fosse divertito a incastrarle tra i massi in modo che potessero restare in piedi. La più elevata è detta Pizzo di Bòrsgen, raggiunge la quota di 2150 m e si eleva dalla ganda circostante di circa 130-140 metri come un enorme obelisco che sembra pendere verso valle; intorno vi sono altre guglie simili, più basse ma disposte nel medesimo bizzarro modo. Se dunque Bòrsgen è il risultato di una ciclopica frana, come è possibile che quelle guglie siano disposte in quella foggia verticale e non siano precipitate a terra come tutti gli altri massi d’intorno?

(Immagini tratte da verticalti.wordpress.com, quarnei.ch e www.ariafina.ch.)

La soluzione a questo “mistero” è racchiusa in una definizione geologica apparentemente astrusa ma che già fa intendere la complessità del fenomeno in corso: scivolamento rotazionale profondo. In parole più semplici, significa che l’intero versante di Bòrsgen con le sue gande è il risultato di una gigantesca frana caduta dalle creste del Piz di Strega al momento del ritiro del ghiacciaio che, durante l’ultima grande fase glaciale alpina (quella pleistocenica di Würm) ha occupato la zona fino a circa 15.000 anni fa. In forza della deglaciazione il materiale franoso è crollato su una superficie curva e concava verso l’alto che l’ha fermato ma non del tutto, così che l’enorme massa di rocce, stimata in circa 530 milioni di m3 che ne fa uno dei fenomeni del genere più grandi delle Alpi, sta continuando a scivolare lentamente (in media di pochi millimetri all’anno) ma costantemente verso il basso e a roteare all’indietro lungo un asse parallelo al versante formando controscarpate, trincee e generando un basculamento in contropendenza della parte superiore del corpo franoso, che così viene sollevato verso l’alto. In pratica, il Pizzo di Bòrsgen e le altre guglie, che alla vista sono verticali o pendono verso valle, in realtà si stanno ribaltando verso monte.

La superficie concava lungo la quale sta scorrendo il versante è situata ad almeno 200 metri di profondità rispetto alla superficie della ganda, mentre gli spostamenti nel corso del tempo sarebbero superiori ai 100 metri in verticale e potrebbero raggiungere anche i 700 metri in orizzontale, al punto che il torrente Leggiuna, che scorre sul fondo della Val Pontirone, di tanto è stato spostato in direzione sud lungo i secoli. Lo scivolamento di Bòrsgen ha inoltre innescato numerose altri movimenti franosi di minore entità che hanno distrutto edifici e deformato le sedi stradali, che in caso di aumenti del movimento volte devono essere chiuse al pari dei percorsi escursionistici.

[Immagine satellitare dello scivolamento di Bòrsgen; in quella sottostante ho evidenziato la posizione del Pizzo e alcune delle numerose trincee e controscarpate che segnalano il movimento attivo del versante.]
D’altro canto il paesaggio di Bòrsgen è talmente suggestivo e spettacolare, ovvero inquietante e spaventoso, da aver ispirato numerosi artisti che gli hanno dedicato fotografie (Hélène Decuyper), dipinti (Bryan Cyril Thurston), vi hanno ambientato poesie (Spartaco Rossi) e produzioni cinematografiche (Victor Tognola). Come si può leggere nel blog di alpinismo e arrampicata “VerticAlti”, Bòrsgen è «un cimitero in cui riposano i massi senza tempo da cui emerge qualcosa di straordinario. Qualcosa che se non vedi con i tuoi occhi, non potresti neanche immaginare […] Un luogo che sembra essere sacro, mistico, mi vien da pensare che forse non abbiamo nemmeno il diritto di essere qui, che abbiamo violato un divieto di accesso» e lo si definisce la “Patagonia del Ticino”, ricordando per molti versi il paesaggio dello Hielo Continental con la differenza che laggiù le guglie rocciose si elevano verticali dai ghiacciai, mentre in Val Pontirone dalle gande che la rotazione del versante sta disponendo in maniera differente.

[Le baite di Mazzorign (Mazzorino), nucleo posto sulla parte basale dello scivolamento di Bòrsgen poco sotto la parte più attiva dello stesso. Immagine tratta da www.ariafina.ch.]
Insomma, Bòrsgen è una piccola/grande nonché misconosciuta “ottava meraviglia” alpina che tale è destinata a rimanere per la difficoltà di accesso, come detto, e per i pericoli oggettivi che, se non si è troppo esperti di tali contesti, si possono correre nel muoversi su un terreno instabile come quello di ganda. Un luogo assolutamente particolare dove il tempo si è fermato a millenni or sono e dove è bene fermare anche qualsiasi invasività antropica eccessiva, perché veramente lì è come penetrare in una dimensione geologica viva, arcana e conturbante nella quale la presenza umana appare quanto meno insolita se non aliena, proprio come non poteva che esserlo 15.000 e più anni fa quando l’incredibile cataclisma di Bòrsgen ebbe inizio.

Il Cadagno, l’incredibile lago alpino “a tre piani”

[I laghi Ritóm, a sinistra, e di Cadagno. Immagine tratta da www.ticino.ch.]
In Canton Ticino (Svizzera italiana), sul versante sinistro della Valle Leventina, è situata una delle zone montane più suggestive e affascinanti delle Alpi centrali: la regione Piora-Ritóm, un’ampia vallata posta tra i 1800 e i 2200 metri dalle fattezze di altipiano pascolivo dolcemente ondulato, d’estate popolato da circa 500 capi bovini e punteggiato da una ventina di meravigliosi laghetti d’ogni taglia dei quali il più grande, e anche l’unico artificiale, è quello che accoglie i visitatori che salgono con la funicolare (tra le più ripide al mondo) dalla Leventina: il lago Ritóm, la cui diga dal 1920 contribuisce ad alimentare la sottostante centrale che produce energia elettrica per le Ferrovie Federali Svizzere.

[Carta della zona Ritóm-Piora tratta da https://s.geo.admin.ch.]
Tuttavia, il lago più affascinante e per certi versi “misterioso” della regione si trova poco a monte del Ritóm: è il lago di Cadagno, posto a 1921 metri di altitudine, profondo al massimo 21 metri e ampio 0,26 km2. All’apparenza è un bacino di limpida acqua verde-azzurra (quando il cielo è sereno) bellissimo ma in fondo simile a molti altri laghi alpini; in realtà rappresenta un unicum in Europa e una rarità a livello mondiale, raggiunta ogni anno da decine di scienziati che ne studiano le peculiarità.

[Un’altra veduta del lago Cadagno. Foto di HaLu, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte  commons.wikimedia.org.]
Infatti il Cadagno è un lago “a tre piani” o, per usare la corretta terminologia scientifica, è un bacino meromittico, cioè caratterizzato dal rarissimo fenomeno della meromissi crenogenica: in parole povere, il bacino del Cadagno è fatto da due laghi sovrapposti le cui acque sono totalmente differenti le une dalle altre, con in mezzo un altro “strato” di acqua ancora diversa che le separa.

[I tre “piani” del Cadagno.]
Il “piano superiore” del lago di Cadagno, quello superficiale di acqua cristallina, contiene minerali di granito ed è ricco di ossigeno, che lo rende popolato da pesci ben più di qualsiasi altro lago “normale”; il “piano inferiore” viceversa è composto da acque più scure provenienti da sorgenti sotterranee, povere di ossigeno, ricche di sale e totalmente prive di fauna ittica. Nel mezzo, tra gli 11 e i 13 metri di profondità, a separare i due “piani” c’è n’è un terzo più sottile nel quale vive un batterio dello zolfo molto particolare, di un colore rosso chiaro, che di conseguenza rende le acque di questo strato rosate. I pesci che abitano il piano superiore sanno bene di non poter scendere a quelli inferiori, dove non potrebbero sopravvivere, dunque il margine tra il primo strato e il secondo, quello rosato, equivale a un vero e proprio “pavimento” tra i piani, il piano ammezzato che li separa. In effetti i tre livelli del Cadagno, come già accennato, non si mescolano mai, per ciò rappresentando veramente un incredibile lago multipiano, talmente speciale da essere studiato costantemente dal Centro di Biologia Alpina di Piora, che dal 1994 ha sede proprio sulle rive del bacino.

[Da sinistra: lago dello Stabbio, di Cadagno e Ritóm. Fotografia di © Chris Burkard tratta da www.facebook.com/ticinoturismo.]
Insomma, il lago Cadagno si può considerare l’elemento geografico “superstar” di una regione alpina invero assai ricca di variegate specificità affascinanti, dove il paesaggio montano si esprime in tutta la sua possente e meravigliosa maestosità naturale alla quale si affianca una presenza umana che, al netto delle infrastrutture idroelettriche del lago Ritóm, è di matrice sostanzialmente rurale, legata all’attività di pastorizia e alla produzione casearia, dunque ben armonizzata al luogo; sono presenti anche due rifugi per i visitatori, quello posto accanto alla diga del Ritóm e la bella Capanna Cadagno all’Alpe Piora. La zona viene normalmente raggiunta tramite la piccola (e ripidissima, come detto) funicolare che serve gli impianti idroelettrici, la cui portata di sole cento persone all’ora evita che la Val Piora venga sottoposta a un eccessivo sovraffollamento. D’altro canto una zona così affascinante e peculiare merita di essere frequentata con consapevolezza e sensibilità anche maggiori di quelle riservate a luoghi assimilabili ma già più antropizzati, anche per godere pienamente e “assorbire” la grande bellezza alpestre che sa offrire e così facendo che il suo paesaggio esteriore si rifletta pienamente in quello interiore di chi lo visiterà, a prezioso vantaggio di entrambi.