
Gli impianti e le relative piste formavano un piccolo comprensorio sviluppato tra i 1500 e i 1800 metri di quota, nato negli anni Cinquanta e già negli anni Ottanta in difficoltà per la scarsa altitudine, per l’esposizione sfavorevole nonché per altri problemi di sostenibilità economica (e non solo). Nel 2019, in un tentativo estremo di salvare il comprensorio, gli impianti vennero messi in vendita a 1 Euro: ovviamente l’offerta cadde nel vuoto.

Insomma, ottima notizia. A quando i prossimi smantellamenti?
Già, perché le montagne italiane sono ancora abbondantemente fornite di rottami sciistici d’ogni genere e sorta, in vari stati di abbandono e degrado: sono ben 265 – il Report “Neve Diversa” di Legambiente li elenca nel dettaglio. Ci sarebbe da intervenire al più presto su tutti questi ex impianti per restaurare i relativi versanti montuosi e agevolarne la rinaturalizzazione nonché la più adeguata e logica fruizione. Senza contare che ce ne sono molti altri ormai prossimi alla chiusura definitiva e che di contro, purtroppo, certi enti locali stanno finanziando nuovi impianti sciistici in territori e a quote dove ben difficilmente si potrà ancora sciare nei prossimi anni. Saranno altrettanti prossimi rottami, questi nuovi impianti, in futuro da smantellare quasi sicuramente a spese dei contribuenti. A meno che quegli enti locali rinsaviscano dalle loro inquietanti mire e spendano il denaro pubblico a disposizione per interventi ben più sensati e vantaggiosi per le montagne e le loro comunità tra i quali, ribadisco, la rimozione dei vecchi impianti sparsi un po’ ovunque.
Che dite, lo capiranno quegli enti pubblici e i loro reggenti? Oppure, per un (piccolo) comprensorio smantellato ce ne ritroveremo dieci nuovi di zecca a spese nostre (e delle montagne), pronti ad arrugginire tra pochi anni?

