
Nonostante la sua apparente marginalità nell’intera vicenda olimpica, credo che l’idea che la giustifica sia tra le più indegne e inquietanti, anzi: nella decisione è possibile intravedere anche cenni di anticostituzionalità, innanzi tutto per come leda l’equità del diritto allo studio garantita a tutti i cittadini (articoli 3 e 34) oltre che la qualità dello studio stesso, in base a motivazioni del tutto effimere (un evento sportivo con partecipazione pubblica ludico-ricreativa come sono le Olimpiadi, appunto).
Si tratta di un ennesimo schiaffo in pieno volto ai territori e comunità alle quali le Olimpiadi sono state imposte, assoggettandoli a opere e infrastrutture sovente opinabili e negando loro qualsiasi interlocuzione (altro evidente elemento di anticostituzionalità) e ciò solo per garantire e legittimare la relativa propaganda strumentale da parte di chi le Olimpiadi le ha volute e ora non vuole ammetterne il fallimento organizzativo e politico ormai per molti aspetti evidente.

Qui invece, per l’ennesima volta, ci si trova di fronte a un’imposizione di matrice politica profondamente priva di senso civico e sostanzialmente antidemocratica. Piuttosto, è ormai palese che l’unica reale emergenza, nei territori olimpici, è proprio quella generata dall’impatto delle Olimpiadi sulle comunità e dalla relativa gestione nefasta di chi ne è stato/ne è responsabile. Punto.