Woody Allen, “Rivincite / Senza Piume / Effetti Collaterali” (Bompiani)

P.S.I. (Pre-Scriptum Inevitabile): ho cominciato a leggere questi libri prima che anche Woody Allen venisse coinvolto nella bufera dello scandalo molestie sessuali che sta scuotendo Hollywood e non solo. Vorrei mettere in chiaro che tutto quanto leggerete a proposito dei libri di cui dirò vuole e deve essere totalmente svincolato da qualsivoglia giudizio relativo alle vicende citate. La giustizia faccia il suo corso e lo faccia nel modo più equo e giusto, qualsiasi esso sia; il resto è altra cosa e non può/non deve esserne parte.

Ridere è una delle cose più intelligenti che si possano fare. Sono profondamente convinto di questa (mia) verità, così come sono certo che, in base allo stesso principio, la risata più autentica debba essere sempre e comunque basata su guizzi d’intelligenza, anche quand’essa abbia parvenze molto più leggere. Quando si riesce a ottenere ciò, veramente la forza della risata non conosce limiti, e quel noto motto bakuniniano (o presunto tale) “Una risata vi seppellirà” può diventare strumento rivoluzionario totale ovvero ben più ampio e concreto, nei suoi effetti, di quanto si potrebbe immaginare.

Woody Allen ha dimostrato in modo del tutto chiaro questa cosa. Con il suo umorismo totale, appunto, è riuscito non soltanto a far ridere tre generazioni, non solo a ironizzare su qualsiasi cosa – da Dio al sesso – in modo sempre acuminato e inesorabile, ma ha pure saputo generare un originale e illuminante storytelling dell’ultimo mezzo secolo di storia occidentale, americana e non solo. Forse la stagione d’oro del suo umorismo è proprio quella messa nero su bianco e inclusa nel cofanetto Woody Allen. Rivincite / Senza piume / Effetti collaterali (Bompiani, 2008, prefazione e cura di Daniele Luttazzi), tre volumi che raccolgono buona parte dei suoi testi degli esordi, quelli grazie ai quali prese a calcare i palcoscenici dei teatri newyorchesi a metà anni ’60 e poi a scrivere per le migliori riviste culturali dell’epoca, nonché alcuni di quelli che poi confluirono nelle sceneggiature dei suoi primi leggendari film.

È vero che Allen partiva da una tipica tradizione umoristica derivante dalla cultura yiddish, ma rapidamente non solo ha saputo trarne gli aspetti più ironico-sarcastici contestualizzandoli al progresso civile, sociale e culturale americano del secondo Novecento, è pure riuscito, quasi da solo, a evolverla verso una forma nuova o quanto meno evoluta, ancora più ancorata al presente, ancora più sarcastica anche per un uso più spregiudicato delle componenti surreali e paradossali. Ciò, va detto, non sarebbe stato qualcosa di automaticamente ironico e divertente – la comicità paradossale non è certamente la più facile e immediata – ma Woody Allen ha saputo costruire la propria impalcatura umoristica su una base così intelligente, così realista, così razionale quasi, da farne un inesorabile strumento comico, spiazzante, irriverente e sovversivo tanto quanto irresistibile – in fondo quello che da questa parte dell’Atlantico seppero anche fare, a loro insuperabile modo, i Monty Python.

Eppure, appunto, la base culturale di partenza di Allen, pur storicamente importante, è assolutamente tradizionale. Lo spiega bene nella prefazione Daniele Luttazzi (uno che, suo malgrado, deve quasi tutto ad Allen) denotando come, tra due delle figure più classiche dell’umorismo yiddish, Allen non è mai stato uno schlemiel, cioè quello che (ad esempio) inciampa e rovescia la zuppa, ma uno schlimazel, cioè quello che si becca la zuppa addosso. Dunque non tanto chi genera l’atto comico quanto chi lo subisce – e lo racconta, dal suo punto di vista di vittima che s’interroga sul perché dell’accaduto e che ricerca una qualche razionalità nell’evidente inopinata irrazionalità, generando da questo rapporto (in fondo parecchio filosofico) un’energia umoristica potentissima e quindi irresistibile, appunto.

Nei tre volumi, peraltro, vi sono testi assolutamente comici, leggendo i quali veramente non si può non ridere – a volte pure irrefrenabilmente – ma ci sono pure testi nei quali l’umorismo di Allen vira verso toni più cupi, quasi foschi, ovvero verso una componente grottesca inattesa che sembra voler rimarcare come pure la risata, a volte, possa diventare una sorta di sfogo a certa inevitabile inquietudine o a un’ansia che il vivere sociale contemporaneo non di rado suscita. In effetti, come rimarca bene una delle citazioni (di Newsweek, per la cronaca) in quarta di copertina sui volumi, la carriera comico-umoristica di Woody Allen – di natura letteraria, teatrale e quella cinematografica degli esordi – ha saputo anche rappresentare una sorta di valvola di sfogo o, da un altro punto di vista, di accettazione, delle tante nevrosi inevitabili quando si accetti di vivere dentro il presente e la sua civiltà. La risata di Allen è surreale, a volte paradossale però sempre colta e intelligente, come detto, quindi capaci di elevarsi al di sopra dell’ansioso “mainstream psico-mentale” moderno, irridendolo e al contempo demolendolo, a volte stroncandolo, altre volte semplicemente tenendosi separata da esso proprio grazie allo scudo protettivo della comicità.

Per tale motivo l’umorismo di Woody Allen tutt’oggi resta qualcosa di sensazionale e di irrinunciabile – e, ribadisco, questo cofanetto ne rappresenta una testimonianza eccezionale. Peccato che negli ultimi anni si sia molto stemperato entro sceneggiature cinematografiche troppo virate verso una commedia (più o meno romantica) concepita per scopi artistici e narrativi più prosaici, dunque inesorabilmente spuntata nelle sue armi comiche; tuttavia, appunto, resta quel periodo letteralmente fenomenale e altrettanto fondamentale, che ha saputo in qualche modo lasciare una traccia profonda nella cultura contemporanea e che di frequente ci fa meglio sopportare le citate ansie ma pure le tante (troppe) insensatezze che il mondo di oggi e certi suoi abitanti ci costringono ad affrontare ogni giorno.

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