Willem Elsschot, “Formaggio olandese” (Iperborea)

cop_formaggio-olandeseNel dialetto delle mie parti c’è una divertente espressione “gastronomica”, che più o meno fa così: la bùca l’è mia stràca se la sent mia de vàca. Ovvero: la bocca non è stanca se non sa di vacca, ove con “vacca” si intende il formaggio. Il senso è chiaro: ogni buon pranzo non può dirsi veramente tale, e concluso, se non si mangia pure un pezzo di formaggio. Siccome lo scrivente è un grande appassionato di tale pietanza – che il colesterolo si fotta, sì! – non potevo non farmi incuriosire da questo romanzo breve (o novella che dir si voglia) di Willem Elsschot, Formaggio Olandese (Iperborea, 1° ediz. 1992, traduzione di Giorgio Faggin, prefazione di Charles van Leeuwen. Orig. Kaas, 1933) e ancor prima proprio dal suo autore, uno dei più grandi scrittori neerlandesi (cioè di lingua olandese, anche se di nazionalità belga dacché nacque e morì ad Anversa) ma a me, devo ammetterlo, pressoché sconosciuto.
Il formaggio in questione è l’Edam, tipo dei Paesi Bassi (lo denota il titolo italiano ma avrete notato che in origine il romanzo si intitola semplicemente Kaas, “Formaggio”, quasi a rimarcare che per l’autore una pietanza del genere non potesse che provenire dall’Olanda) ed è certamente il protagonista del romanzo al pari del personaggio principale, Frans Laarmans, alter ego ironico di Elsschot presente anche in altre opere dell’autore belga. Che a sua volta è alter ego di sé stesso: Willem Elsschot è infatti uno pseudonimo, il nome d’arte di Alfons Jozef de Ridder che in verità, oltre a essere scrittore e poeta, fu un imprenditore di successo nel settore commerciale e pubblicitario. Dunque, grazie a questo duplice alter ego, de Ridder/Elsschot ha costruito una produzione letteraria espressamente dedicata alla narrazione di quel suo mondo quotidiano e di tutto quanto gli girava intorno, con le sue peculiarità, le sue storture, le cose più divertenti e quelle più sconcertanti – ne narra ottimamente la genesi Charles van Leeuwen nella bella e utile prefazione al testo. In questo mondo così ben conosciuto fin nei più reconditi ambiti, Elsschot vi ha piazzato il suddetto Frans Laarmans, un personaggio antitetico rispetto al de Ridder reale: ove questi fu appunto un uomo d’affari di successo, Laarmans è l’impiegato mediocre per eccellenza, una specie di Fantozzi neerlandese meno tragico e più kafkiano, inesorabilmente condannato alla sua mediocrità nonostante le costanti mire, e i relativi tentativi, di uscirne e di elevarsi socialmente.
In Formaggio olandese Laarmans, da ordinarissimo impiegato di una società attiva nella cantieristica navale e grazie all’intercessione del fratello, uomo di ben più elevato successo e dalle conoscenze altolocate, viene prima introdotto in un consesso di uomini d’affari (nel quale ovviamente egli si sente del tutto a disagio) e quindi, proprio per cercare di essere degno di quelli e nella convinzione di elevarsi finalmente dalla mediocre e triste condizione quotidiana, viene indotto ad accettare l’offerta di un grosso produttore olandese di formaggi per diventarne l’agente generale di vendita per il Belgio e il Lussemburgo. Un incarico di prestigio, in grado di metterlo in buona luce di fronte a qualsiasi altro imprenditore di fama ma, pure, di piazzargli sul gobbo ben venti tonnellate di ottimo (e puzzolente, ma il formaggio più puzza e più è buono!) formaggio Edam, da vendere nel giro di poco tempo.
Ve lo dirò subito: trovo che Formaggio olandese sia un gioiellino letterario. Pur pubblicato più di 80 anni fa, vi ci riconosco molte delle caratteristiche che dovrebbe avere un romanzo contemporaneo (oltre che un buon – buonissimo – libro), condensate in poco più di 100 pagine. La brevità – che, lo dico sempre, non è affatto segno di scarso valore letterario, anzi! – il succedersi vivace degli eventi narrati senza essere troppo veloce e fremente, la scrittura asciutta e raffinata, in certi passaggi quasi minimale e sempre nordicamente distaccata, con il giusto numero di parole nel posto giusto, la pragmatica ironia generale che a volte diventa vero e proprio spasso mentre altre volte svanisce per lasciare spazio a momenti più malinconici (ma in effetti ironia e malinconia finiscono quasi sempre per ritrovarsi a braccetto, l’una che dà valore all’altra e viceversa), la riflessione sul mondo reale di sfondo dietro di essa… Certo, posto tutto ciò, è pure un peccato che un testo così intrigante duri solo 100 e poche più pagine; d’altro canto, ribadisco, viene da credere che effettivamente sia giusto così, che l’equilibrio generato dai suddetti elementi e da tutti gli altri che formano la bontà del romanzo non possa che avere quella forma e quell’estensione, ovvero che ogni altra cosa eventualmente aggiunta potrebbe rappresentare un “di più” superfluo se non de-stabilizzante.
In fondo, mi viene da dire, quello che segnalo è un equilibrio tra diversi elementi di pregio che in qualche modo vuole rimarcare anche il motteggio dialettale che ho citato in principio di tali mie considerazioni: anche un pranzo si può ritenere buono quando ben equilibrato tra i vari piatti che lo compongono, e tra di essi il formaggio ci sta come (per restare in ambiti culinari) la classica ciliegina sulla torta. Ugualmente, del formaggio olandese di Willem Elsschot ovvero dei sui libri facilmente non si può fare a meno – auguro ciò anche a voi: è uno scrittore che vi consiglio caldamente e la cui conoscenza senza alcun dubbio approfondirò al più presto. Leggetelo: vi divertirà e appagherà come solo i più arguti scrittori e i più prelibati formaggi sanno fare.

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