Victor Gischler, “La gabbia delle scimmie” (Meridiano Zero)

cop_La-Gabbia-delle-ScimmieInformazione mediatica contemporanea, action movie, docu-fiction, reality show di matrice “sociale”, certi videogiochi molto in voga oggi, certa “cultura take away”, molto web… Sono solo alcuni dei tanti elementi che popolano l’immaginario collettivo del tempo presente, e che si basano spesso su una sorta di superspettacolarizzazione della realtà ordinaria, troppo “ordinaria”, appunto, da poter essere presentata e riportata tale quale è ad un pubblico che, dotato di punti di riferimento (pseudo)culturali ben determinati e, come già accennavo, basati sul metodo “tutto e subito”, potrebbe stancarsene rapidamente… Elementi a volte meravigliosi, sia chiaro, costruiti spesso in modo geniale e assolutamente, pienamente coevo e consono alla nostra epoca su matrici che mixano sociologia e teatro, in modo da prendere per mano il loro fruitore e portarselo appresso dove egli vuole andare, ovvero dove essi vogliono che vada, attraverso uno scambio in tempo reale di bisogni, volontà, desideri, offerte, soluzioni.
Sì, ok, forse la sto facendo troppo lunga e complicata… La gabbia delle scimmie è l’esordio narrativo di Victor Gischler, (Meridiano Zero, collana “Meridianonero” , 2008, con traduzione di Carlo Prosperi e Marina Rotondo; titolo originario Gun Monkeys, 2001), un romanzo noir che più noir non si può, duro, epico, velocissimo e violento, con una costante atmosfera da massacro totale imminente che, se possibile, viene pure accresciuta dallo humor nero che vena la narrazione e da certa moralità distorta che il protagonista della vicenda dimostra, gangster feroce e spietato che si cura di continuo che la madre non si preoccupi per lui e che il fratello minore, ovviamente affascinato dalla sua vita selvaggia, torni invece a studiare all’università e si costruisca una vita “normale”, lontana dagli innumerevoli cadaveri che invece tappezzano la quotidianità del protagonista suddetto.
E’ un romanzo velocissimo, lo scrivevo poco sopra, al punto che diventa quasi impossibile tracciarne una trama che possa definirsi esaustiva ma, per tentarci comunque: Charlie è uno dei migliori scagnozzi di Stan, boss della mala di Orlando la cui banda ha l’abitudine di ritrovarsi nel retro di un locale cittadino, una sorta di covo-club denominato la gabbia delle scimmie, appunto. Tutto va bene in città, tra spaccio di droga, taglieggiamenti e tangenti varie, omicidi di nemici e quant’altro di allegramente criminale finché Beggar Johnson, capo dei capi della malavita organizzata della Florida, decide che Stan e i suoi ragazzi hanno fatto il loro tempo, così mandandoli rapidamente nell’aldilà. Meno Charlie, ovvio, il quale comincia una sorta di guerra personale contro l’esercito di Beggar Johnson, avendo peraltro tra le mani i registri contabili delle attività illecite del boss di Miami, che se venissero intercettati dall’FBI decreterebbero la fine del suo impero criminale. Una guerra da uno contro tutti violentissima e sanguinolenta, nella quale non ci sono altre vie di scampo se non quella di uscirne vincitore senza più nemici in circolazione – ovvero mandandoli tutti quanti sotto terra, rapidamente e dimenticandosi cosa sia il pur microscopico cenno di pietà…
Ecco, a grandi linee la storia è questa ma, lo ribadisco, non è che qualche sasso con il quale ho cercato di descrivere un intero continente. La vicenda de La gabbia delle scimmie è in verità una sorta di vulcano in eruzione di fatti, avvenimenti, sorprese, colpi di scena e chi più ne ha più ne metta, compressi in una struttura narrativa che non può, appunto, non viaggiare a velocità folle per in tal modo far stare tutto quel materiale nel proprio corpo. Nonostante ciò, Gischler è veramente bravo a non smarrire mai il bandolo della matassa, a controllare perfettamente la massa pulsante che colma le pagine e a distenderla in modo che il lettore, a sua volta, non si perda in essa e non ne venga travolto, padroneggiando la narrazione in modo certo consapevole e sapiente della materia lavorata – il romanzo noir contemporaneo all’americana, come detto. Credo che un testo come La gabbia delle scimmie difficilmente potrebbe essere scritto al di qua dell’Oceano Atlantico, per come i nostri riferimenti socioculturali, ancor più che letterari, non consentirebbero di narrare una vicenda come quella dell’opera di Gischler nello stesso modo dell’autore americano – il quale, non a caso, lavora anche come sceneggiatore di comics Marvel, The Punisher, X-Men e altro di simile genere.
Un romanzo assolutamente perfetto La gabbia delle scimmie, insomma, ovvero che è ciò che deve essere, totalmente funzionale alla sua natura e a quello che il suo lettore vorrebbe da esso.
Dunque, tutto bene? Sì, oppure no. Mi spiego – perché quanto andrò ora a esprimere, lo dico fin da subito, è certamente legato alla mia formazione letteraria e ai personali punti di riferimento socioculturali, dunque rappresenta un’opinione che non pretende certo di possedere connotati di verità scientifica, tanto meno assoluta… La gabbia delle scimmie, lo ribadisco ancora, è un libro perfetto per quanto deve essere, e per come risulta figlio/fratello di quei già citati elementi di un certo immaginario collettivo contemporaneo di genesi americana – ma ben diffuso un po’ ovunque, senza dubbio – dei quali assorbe nel proprio animo narrativo le peculiarità principali. Tuttavia, è un libro che trovo quasi del tutto privo di valore letterario. Certo, con tutta probabilità sbaglio a cercare ciò in un’opera del genere, ma sono convinto da sempre che ogni testo narrativo che viene pubblicato, in misura più o meno grande, rappresenta inevitabilmente un’azione culturale, e da tale virtù/scopo non può esimersi. Certa narrativa di oggi, soprattutto americana ma non solo, pare creata soprattutto in base a una matrice cinematografica che letteraria: sembra di leggere un copione bell’e pronto per la trasposizione sul grande schermo (hollywoodiano, possibilmente: infatti anche La gabbia delle scimmie rispetta tale evidenza) più che un libro nato per narrare una storia, qualsiasi essa sia e a prescindere che poi da essa si possa trarre qualcos’altro. E’ una narrativa, insomma, che si avvicina parecchio all’essere un prodotto pianificato più che una creazione dell’intelletto – il che non toglie nulla al suo fascino, alla sua efficacia e al merito dell’eventuale successo conseguito. Per tale motivo citavo all’inizio quegli elementi (soprattutto) mediatici così diffusi oggi, e spesso così ben fatti ed efficaci al di là del loro valore sociale e culturale effettivo. Ad essi mi pare sia molto affine quella parte della narrativa contemporanea in cui penso di poter inserire un romanzo La gabbia delle scimmie: un noir ipervitaminico che dal senso letterario originario del genere – a sua volta figlio del giallo, non è cosa da dimenticare – si è staccato per conseguire migliori e più diretti risultati di appeal contemporaneo a livello di pubblico, di critica e di potenziali elaborazioni successive.
Un romanzo bellissimo da leggere – certo più per chi già è addentro al genere e al mood duro-duro-duro che offre – ma la letteratura intesa come esercizio culturale è messa da parte. Non assente, ma indubbiamente secondaria. Però, appunto, forse è solo una mia pretesa di volere che un bolide di Formula Uno possa pure volare in cielo o navigare sull’acqua, ergo, come guardate in TV una gara automobilistica per vedere macchine superveloci, sorpassi e quant’altro di consono, leggete La gabbia delle scimmie: vi divertirete certamente molto, e tenete vicino a voi una bella opera letteraria per quando lo avrete finito.

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1 commento su “Victor Gischler, “La gabbia delle scimmie” (Meridiano Zero)”

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