Stefano Bartezzaghi, “M – Una metronovela” (Einaudi)

cop_m-una-metronovelaLe città di oggi sotto molti aspetti si possono definire un enigma. Questo fin dal capire cosa siano: post-moderne, post-industriali, post-contemporanee ovvero “luoghi” per eccellenza che non di rado si trasformano in non luoghi attraverso trasformazioni o distorsioni il cui senso spesso sfugge persino ai (cosiddetti) “addetti ai lavori”. Siano quel che siano, restano comunque “il” luogo per definizione sociologica, l’ambito nel quale più di qualsiasi altri si possono comprendere e valutare (o si più tentare di percepire) le trasformazioni sociali e antropologiche che modificano nel tempo l’ accezione – almeno in senso urbano – di umanità.
Per questo, verrebbe quasi da pensare che più di architetti, urbanisti o altri “addetti ai lavori” (vedi sopra) del genere, possa essere proprio un enigmista a saper convenientemente interpretare la città di oggi – e in particolare quella città che, in Italia, forse come nessun altra risulta emblematica nel contesto che sto considerando. Se poi l’enigmista è pure arguto giornalista e fine scrittore, oltre che raffinato linguista, tanto meglio. Uno come Stefano Bartezzaghi, ecco, che prova a sciorinare l’analisi logica della propria città – Milano – utilizzando una chiave di lettura particolare eppure, a ben pensarci, forse più determinata e lineare di tante altre (fosse solo per il fatto che sia ben ancorata al suo posto nel sottosuolo o, se preferite, direttamente sotto la pelle urbana della città) ovvero la rete della metropolitana. Ne è venuto fuori M – Una metronovela (Einaudi, collana Frontiere), un viaggio nel profondo del corpo di Milano attraverso quello che, restando nella metafora anatomica, può ben essere considerato il suo sistema cardiocircolatorio – con quello stradale di superficie, invece a rappresentare il sistema nervoso, inevitabilmente! – e con i convogli sotterranei a fare da stimolatori e poi trasportatori di osservazioni, impressioni, emozioni, ricordi, nostalgie, incontri, chiacchiere, fantasie, utopie ma soprattutto – io credo – dell’esternazione di uno sconfinato amore verso una città in frenetico cambiamento, negli ultimi decenni, a volte verso forme e sostanze migliori, altre volte verso tristi se non pericolose decadenze. Un cambiamento dentro il cui moto – anzi, a questo punto direi sotto il quale – è proprio la rete metropolitana a restarsene tutto sommato al di là del tempo e dello spazio, con le proprie stazioni pressoché uguali le une alle altre (salvo le mere differenze architettoniche e di rifiniture anche cromatiche tra le diverse linee), con i loro boccaporti, i mezzanini, i marciapiedi e tutto il resto del “luogo” (ora singolare dacché essenzialmente unico, appunto) che finisce per influenzare in un modo o nell’altro anche la variegata umanità che lo frequenta.
Ma dalle tante stazioni della metropolitana Bartezzaghi ci esce, e non solo perché ci si debba uscire, prima o poi. La metro può certo essere una città nella e sotto la città, ma quella vera, quella autentica e vissuta dalla gente è ovviamente fuori dai boccaporti, per le vie, le piazze, i vari angoli e i tanti edifici che hanno storie infinite da raccontare o addirittura enigmi da svelare (ribadisco: Bartezzaghi non potrebbe essere più adatto a fare ciò) che l’autore sa riportare nei tanti paragrafi che compongono i capitoli del volume – dedicati ciascuno a una fermata della metropolitana e dunque a una certa zona di Milano – con perizia linguistica raffinata e affascinante pure se abbia da narrare cose tutto sommato ordinarie ovvero solite in qualsiasi altra città d’Italia o del pianeta.
D’altro canto è inutile dire che ogni città, ovunque essa sia e/o cosa sia – piccolo centro di provincia o immensa megalopoli – ha una propria anima, una propria personalità. O meglio, questa seconda sì, meno legata, essa, ai cambiamenti della civiltà nel tempo e semmai adattabile ad essi; la prima invece non più, forse, o meno (molto meno) d’una volta, quando città e suoi abitanti rappresentavano un elemento duale e armonico, quasi organico. Oggi è molto meno così, le grandi città sono centri globalizzati se non esse stesse fonti di globalizzazione – e ciò sia dal punto di vista meramente architettonico-urbanistico che da quello sociologico e antropologico – il che non significa automaticamente una cosa negativa (anzi, può ben essere il contrario); tuttavia, sicuramente uscire dal boccaporto di una fermata nel 1964 – anno di messa in esercizio della metro milanese – e uscirci oggi significa ritrovarsi di fronte non soltanto una città diversa nelle architetture, nella disposizione delle strade o nelle presenze urbane, ma soprattutto nell’essenza, nell’atmosfera, nell’ecosistema locale – nell’anima, appunto.
Viaggiare con Stefano Bartezzaghi lungo le pagine di M – Una metronovela e al contempo per la città di Milano è come compiere un viaggio spaziale e insieme temporale (ri)scoprendo un rapporto e una sensibilità verso i luoghi in cui ci si muove e con cui si interagisce che la civiltà urbana avrebbe dovuto fare in modo di conservare, e che invece ha parecchio smarrito. Secondo alcune teorie sociologiche la città post-moderna è oggi ormai diventa una città della simulazione, una sorta di teatro/palcoscenico urbano (come già paventata nel Settecento Rousseau per la sua Ginevra, trasformata a suo modo di vedere in una “città-teatro neobarocca”) sul quale i residenti non vivono più una propria “vera” vita ma recitano una parte, come appunto fossero attori teatrali. Un luogo non più avente fine di residenza, ma ambito di natura meramente artificiale e commerciale, insomma. Ecco, Bartezzaghi riesce col suo libro a darci (almeno a dare allo scrivente) una speranza che ci si possa salvare da tali mutazioni urbanistico-genetiche, e che tutt’oggi possa bastare infilarsi in un boccaporto della metropolitana per riemergere altrove, a Milano, nel frattempo che, magicamente e proprio grazie allo sferragliante treno sotterraneo che si muove per la città pressoché incurante di quanto gli accada sopra, quegli oscuri presagi svaniscano prodigiosamente o quanto meno divengano molto meno determinati.
Libro molto molto bello, M – Una metronovela, e non solo per chi Milano la conosca già. Unica pecca, quelle (brevi, peraltro) parti disseminate nel testo che tuttavia gli danno il titolo, ovvero la narrazione della cosiddetta “metronovela”. Parti sostanzialmente inutili, a mio parere, d’altro canto per nulla inficianti la notevole qualità e la bontà complessiva dell’opera.
Dunque quando ci arriverete, a Milano (o in altro similare luogo), non prendete un taxi per vedere subito la città. Prendete la metro. Perché? Per vedere subito la città (cit.)

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