Ray Bradbury, “Cronache Marziane” (Mondadori)

Lo so, è facile – dirà qualcuno – scrivere di un’opera che molti considerano un capolavoro, uno dei grandi classici della letteratura mondiale moderna… E’ vero, come è vero che scrivere di un libro di così grande e contemporaneo valore rappresenta un esercizio assolutamente virtuoso: è auspicabile che la memoria pubblica su di esso non scemi mai, e scriverne non può che far bene ad essa, ed a mantenere ben illuminato quel suo valore così importante…
Cronache Marziane dunque, ovvero una delle poche opere di fantascienza ad aver superato ampiamente il limite del proprio genere, per spandere la propria importanza letteraria ben oltre, raggiungendo addirittura ambiti sociologici ed anche filosofici – al pari, ad esempio, de L’Uomo che cadde sulla Terra di Walter Tevis. Ma mi viene da chiedere: è “fantascienza”, questa? La cronaca a significativi episodi ed in ordine cronologico della conquista umana di Marte narrata nel libro lo è certamente, dal punto di vista prettamente concreto: ad oggi l’uomo sul pianeta rosso non vi è ancora giunto… Tuttavia la lettura e il senso dell’opera di Ray Bradbury mostra subito, e in maniera assai evidente, come Marte non sia invero un nuovo pianeta ma semmai un’altra versione dello stesso pianeta dal quale i conquistatori arrivano: dunque una lettura altamente metaforica della vicenda narrata, la quale regge una visione dell’agire umano altrettanto evidente, ovvero l’uomo come un virus, l’incapacità del genere umano di guarire dai propri difetti anzi riproponendoli costantemente – nonostante ne conosca la letalità, l’inguaribile antropocentrismo legato ad una inevitabile ignoranza, ad una inettitudine cronica nel sentirsi parte dell’Universo per vedersi di esso invece, costantemente, come il dominatore, l’assoggettatore… L’uomo giunge su Marte – un mondo nuovo, il luogo per una potenziale nuova era, una nuova vita – e cosa fa? Vi ricostruisce pari pari le città terrestri, l’identica architettura, l’identica struttura urbana, l’identica dimensione, insomma, in cui preservare la propria solita, ordinaria esistenza, nel trionfo generale di un conservatorismo squallido e triste… I marziani lo sanno, capiscono tutto ciò, cercano in tutti i modi di respingere l’invasione; non riuscendovi, si spostano ad un livello vitale superiore, interagendo con i nuovi abitanti umani solo furtivamente e univocamente, intuendone i pensieri, le volontà attraverso la telepatia e agendo di conseguenza: come a voler palesare il fatto che sono loro a dover scendere al livello degli uomini, dacché non può avvenire il contrario… Paradossalmente, una guerra atomica totale nel frattempo scoppiata sulla Terra, la distruggerà in gran parte ma salverà Marte, in un finale inquietante, evocativo ma anche, fortunatamente, aperto ad un nuovo futuro – quel nuovo futuro verso il quale i coloni giunti dalla Terra nella migrazione di massa non hanno saputo dirigersi…
Un senso profondo, dunque, e ricco di infinite sfaccettature che ogni lettore potrà autonomamente cogliere e interpretare sul filo rosso tracciato dalla narrazione. Ma è importante anche notare la notevole matrice estetica dello stile di Bradbury, sempre molto evocativo, come detto, epico, intenso, molto raffinato tanto da risultare in vari tratti anche poetico, che rende ancor più affascinante e immaginifica la lettura dell’opera e ne accresce il valore artistico e letterario; uno stile peraltro piuttosto originale per un’opera di fantascienza, grazie al quale – ed oltre a tutto quanto il resto che il lettore potrà scoprire – Cronache Marziane diviene un’opera molto molto consigliabile, bella da leggere, semplice da comprendere nei suoi significati basilari ma che permette anche, lo ribadisco, di stimolare il pensiero sui messaggi più profondi per i quali Bradbury ha voluto farne prezioso mezzo di comunicazione: una fantascienza, dunque, che ogni essere razionalista – anche il più “scientifico”, dovrebbe leggere e tenere in grande considerazione.

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3 pensieri su “Ray Bradbury, “Cronache Marziane” (Mondadori)”

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