Jørn Riel, “Una storia marittima” (Iperborea)

Groenlandia, meraviglioso e desolato deserto di ghiaccio sferzato dai venti e spazzato dalle tempeste nevose, terra durissima nella quale la Natura pare dare il meglio di sé per imporre in modo incontrovertibile il proprio dominio sull’uomo, rendendo anche la più normale azione quotidiana una piccola/grande impresa, una prova di sopravvivenza da vincere a ogni costo. Bene: con chi lo visitereste un luogo del genere? Forse con una guida esperta, che vi garantisca sicurezza e competenza, forse con qualche indigeno, che vi assicuri di non smarrirvi tra i crepacci e il labirinto di fiordi… Per quanto mi riguarda, non vedrei invece l’ora di affidarmi a quella bizzarra, folle ma pure profondamente umana combriccola di cacciatori artici che anima le narrazioni di Una storia marittima, terzo volume (in ordine di pubblicazione in Italia ma pure di lettura dello scrivente) di una sorta di mini-serie ideata dallo scrittore danese Jørn Riel che comprende anche Safari Artico e La Vergine fredda, tutti quanti editi dalla (benemerita, lo dirò sempre!) Iperborea – nel caso del volume in esame con la traduzione di Maria Valeria D’Avino, che ne cura anche la postfazione.
In Una storia marittima ritroviamo per l’appunto la eccentrica ciurma di cacciatori di foche, volpi, orsi e d’altra fauna artica alla quale Riel ha dedicato la citata serie, utilizzando per la narrazione la forma letteraria tipicamente scandinava dello skrøner, “storie vere che potrebbero essere menzogne e menzogne che potrebbero essere storie vere” come cita la D’Avino nella postfazione, ovvero una sorta di racconto di matrice verbale a metà tra la cronaca vera e la quasi-leggenda, che nasce come “chiacchiera passatempo” da raccontarsi attorno al fuoco durante le lunghe e fredde notti nordiche, e che il tempo e la trasmissione orale infarciscono sempre più di dettagli e di coloriture, rendendo quel confine già flebile in origine tra cronaca autentica e resoconto romanzato assolutamente evanescente, se non del tutto inesistente.
Ritrovo dunque tra le pagine e nelle storie narrate dallo scrittore danese (con cognizione di causa, visto che Riel lavorò in Groenlandia per ben 16 anni in qualità di ricercatore scientifico) il carismatico Bjørk, l’ingenuo Lasselille, il luogotenente Hansen, Valfred eternamente stanco, Mads Madsen, William il Nero, il Piccolo Pedersen, Olsen con la sua Veslemari (la nave che porta sulla costa nordorientale groenlandese i rifornimenti e che rappresenta in sostanza l’unico concreto collegamento con il resto del mondo) e tutti gli altri: personaggi assolutamente teatrali, fatti dello stesso permafrost del territorio in cui vivono, duri come il ghiaccio e come la solitudine quotidianamente affrontata, capaci di scatenare risse furiose – e di spararsi pure qualche pallino da caccia nel sedere – per motivi tutto sommato futili ma anche di piangere per la nostalgia del compagno tornato per qualche tempo a casa, in Europa. Soprattutto, personaggi dotati di una visione certamente particolare delle cose della vita e della realtà, vuoi anche per quella posizione geograficamente “dominante” sul mondo, lassù a poche centinaia di miglia dal Polo Nord: uno sguardo sempre ironico, spesso sagace e tagliente, pragmatico e concreto come a volte può (paradossalmente) essere quello eccentrico e bizzarro nei confronti di quello “normale” e conformista tipico del mondo civilizzato, in verità ricolmo di assurdità e illogicità spaventose, come è evidente a noi tutti che ci viviamo.
Dalle avventurose peripezie vissute dal gruppo, dunque, e narrate con uno stile tipicamente e scanzonatamente scandinavo da Riel, veramente molto divertente da leggere, emerge una possente e autentica dose di umanità come forse in nessun altra più “mite” parte del mondo potrebbe scaturire. Dietro la dura e fredda scorza di cacciatori solitari, vi è la quotidiana considerazione nell’animo di quanto sia bella e preziosa la vita, ancor più se adeguatamente adattata al mondo d’intorno, ad una Natura durissima, appunto, che delle vicende narrate è quasi sempre protagonista assoluta e prepotente eppure anche dotata dell’essenza di “scuola di vita” formativa ed educativa – pure per i burberi e un po’ pazzi soggetti suddetti. Leggere Una storia marittima, per questo, diventa una divertentissima avventura tra i ghiacci e le coste groenlandesi, capace di suscitare parecchie risate, di affascinare l’animo verso quel mondo in fondo solo all’apparenza ostile, d’altronde dotato di bellezza primordiale assoluta, e anche di far riflettere su certe vicende umane del tutto simili nell’essenza a qualsiasi latitudine ma lassù meglio comprese e meglio risolte proprio per la presenza di una umanità ancora vera, sincera, reciproca e filantropica, ovvero sociale e civile come invece in buona parte del resto del mondo non c’è più.
Da leggere prima di un buon bicchierino di Morte Nera, la bevanda alcolica più tremenda mai distillata sulla Terra – anche perché leggere dopo sarebbe del tutto impossibile!

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