Haruki Murakami, “L’elefante scomparso e altri racconti” (Einaudi)

Certamente ora sto per scrivere una banalità, o per altri versi una ovvietà che è tale ogni qual volta venga espressa per qualcosa di artistico, letterario, culturale o altro di “non superficiale” che venga dall’Oriente, d’altro canto non saprei come meglio e più rapidamente esprimere ciò che voglio esprimere, ovvero che Haruki Murakami – o, per meglio dire, la scrittura di Haruki Murakami, è assolutamente Zen. E una sorta di breviario di quotidiani esercizi di disciplina zen postmoderna, materializzati nella forma letteraria, mi sembra L’elefante scomparso e altri racconti, opera “secondaria”, per così dire, del grande autore nipponico (Einaudi, con traduzione di Antonietta Pastore) del quale si ricorda di più, appunto, la produzione più prettamente romanzesca. Non a caso, all’epoca dell’acquisto di quest’opera, la trovai da poco rieditata – grazie a un gentile addetto che però nei primi istanti mi guardò come se gli stessi chiedendo una roccia marziana – sul fondo di una scatola nascosta nello stand dell’editore torinese al Salone del Libro di Torino…
Ho letto altre opere di Murakami, e pure in tali occasioni avevo percepito quella sensazione che poco sopra ho definito come avete letto, ma forse in questa forma – della raccolta di racconti: 17, per la precisione, scritti tra i primi anni Ottanta e la fine del secolo – la stessa diviene in qualche modo più evidente, e più percepibile. Zen, ovvero “una esperienza improvvisa e profonda che consente la “visione del cuore delle cose”: ecco, è esattamente ciò che mi scaturisce dalla lettura delle storie de L’elefante scomparso…, una penetrazione leggera, dolce eppure assai intensa dentro piccoli/grandi istanti di vita quotidiana, spesso apparentemente insignificanti o vacui ma che in tale loro vacuità conservano l’essenza di quella stessa vita, comune a noi tutti che la viviamo in questo tempo. Non a caso il concetto di vacuità è un altro di quelli fondamentali per la disciplina Zen: “Obiettivo e contenuto delle dottrine Zen è dunque realizzare il satori”, il quale “si propone una partecipazione attiva e consapevole al mondo anche se percepito nella sua dimensione di vacuità” ovvero di realtà assoluta che sta oltre le cose del mondo terreno, e dunque è – in base a tale concetto – “vuoto” di quelle stesse cose mondane. In effetti, nelle storie di Murakami, si partecipa attivamente, e con la consapevolezza che l’autore ci sa generare grazie alla propria bravura narrativa, alle vicende descritte, che pur nella loro semplicità, soltanto a volte arricchita da elementi surreali bizzarri ma sempre perfettamente amalgamati con il contesto narrativo, donano sempre la sensazione che qualcosa di più elevato, e più sfuggente, si celi dentro di esse e, per riflesso “ultraletterario”, anche nelle assimilabili storie quotidiane di ciascun lettore.
Nel fare ciò, Murakami è veramente un maestro – ecco, un altro termine tipico delle discipline orientali! La sua narrazione è pacata, quasi ovattata, mai sopra le righe anche quando tratti di cose “forti”, come se fosse costantemente sottoposta a un processo di meditazione e di autocontrollo. Eppure, basta una manciata di righe per venire accompagnati, con garbo molto orientale, nel mezzo delle vite dei personaggi, mettendocisi a fianco grazie a continue “soggettive narrative” con le quali lo scrittore giapponese scandaglia minuziosamente l’intero orizzonte del quale quei personaggi sono il centro – un orizzonte sovente molto ristretto, domestico e/o familiare, ma in certi casi anche di più, giusto una spanna appena fuori l’animo di essi, le loro personalità, la loro essenza interiore.
Sono storie, lo ribadisco, che all’apparenza non narrano nulla di eccezionale, di eclatante o spettacolare: in questo sono piuttosto distanti da certa parte della letteratura contemporanea, molto mediatica e hollywoodiana (nel senso che pare bell’e pronta per essere trasposta sullo schermo, piccolo o grande che sia: il che mi fa sempre sospettare un qualche secondo fine, dietro molti libri, che ammicchi fin da subito assai poco al valore letterario e ben di più a quello pecuniario…). Tuttavia, proprio in questa peculiarità sta buona parte della loro forza, del loro appeal, e altrettanta grandezza e bravura letteraria di Murakami, che sempre riesce a renderle interessanti, suggestive, intriganti, affascinanti, fino a generare nella mente del loro lettore quelle sensazioni così mirabilmente Zen alle quali accennavo poco fa: il dischiudersi di una percezione – o quanto meno della possibilità di essa – verso elementi (nel senso più ampio del termine) del nostro essere e della nostra vita altrimenti ignorati, ovvero verso una nuova visione di essi, una nuova considerazione, più attenta, più profonda, più illuminante.
Grande Haruki Murakami, non c’è molto altro da aggiungere, a mio parere. Il titolo di miglior narratore del Sol Levante (e tra i migliori orientali) se lo merita tutto, e passare dalle parti del suo “mondo” letterario è sempre qualcosa che fa bene allo spirito, oltre che alla mente. Dunque, è una cosa del tutto consigliabile, senza alcun indugio, e se temete – voi che non lo conoscete ancora, e magari siete del tutto a digiuno di letteratura contemporanea giapponese – che un intero romanzo possa risultare un primo passo troppo grande per cominciare l’esplorazione di quel mondo, L’elefante scomparso e altri racconti è di sicuro una entrée dall’appeal parecchio seducente.

3 pensieri su “Haruki Murakami, “L’elefante scomparso e altri racconti” (Einaudi)”

    1. Grazie a te che l’hai letta! 🙂
      Sì, Murakami è parecchio affascinante, anche perché come narra lui le storie, da scrittore orientale, noi di quest’altra parte di mondo non lo sapremmo proprio fare!

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