Davide Enia, “Appunti per un naufragio” (Sellerio Editore)

Nullus locus sine genio, “nessun luogo è senza Genio” ha scritto Servio nei suoi celeberrimi Commenti alle opere di Virgilio. Ci sono luoghi nei quali il Genius si mostra intenso da subito, in forza di un territorio dotato di grandi peculiarità ambientali da cui scaturisce una concezione del paesaggio oltre modo vivida; altrove invece il Genius diventa compendio discreto di elementi più piccoli, meno appariscenti, oppure abbisogna di un dialogo maggiormente fitto e costante con le genti che ne abitano il territorio e vi si relazionano. Una condizione, questa seconda, che rimanda direttamente alla definizione contemporanea di “Genius Loci” formulata dall’architetto norvegese Christian Norberg-Schulz e divenuta basilare nella teoria architettonica odierna: «In genere, si può dire che i significati radunati dal luogo costituiscono il suo Genius Loci.»

Ecco, a prescindere dai territori, dalle loro morfologie naturali, dai paesaggi più o meno suggestivi e da ogni altro elemento fisico, anche umano ma storicizzato, oggi vi sono senza dubbio luoghi che attirano a sé, quando non elaborano autonomamente, significati molteplici e intensi, tanto più se derivanti da vicissitudini geostoriche recenti la cui manifestazione va oltre il luogo stesso e i suoi “confini”. Lampedusa è certamente uno di questi luoghi, in forza dell’essere diventato il centro geografico, sociologico, antropologico, politico e quant’altre cose affini dell’intero bacino Mediterraneo, o quanto meno della sua parte più compressa tra le terre europee e africane, e dell’esserlo diventato in modo drammatico, a volte anche spaventosamente tragico. Un’isola minuscola eppure gigantesca, nella storia che le viene scritta addosso, uno scoglio sul quale naufragano innumerevoli battelli di disperati e con essi speranze, sogni, chimere ma pure, di contro, che consente rinascite, resurrezioni da vite precedenti troppo brutte per poter essere ancora vissute, che rappresenta una “meta” fondamentale senza esserlo quasi mai, anzi sovvertendo il senso stesso del termine, del concetto di “viaggio” e del “confine” che rappresenta. Un confine che laggiù è naufragato esso stesso, insieme a e anche più dei barconi che troppe volte s’inabissano nelle acque prossime all’isola. E insieme alla dignità di un mondo tanto agiato quanto meschino, ahinoi.

Ciò che invece non potrà mai naufragare è quella “storia inscritta sul luogo” di cui l’isola è ormai protagonista suo malgrado da venticinque anni, e dunque non può e non deve mai naufragare la narrazione che scaturisce continua, imponente, irrefrenabile dalla sua dimensione vitale quotidiana: lo ha compreso bene Davide Enia, forte della propria grande e poliedrica sensibilità autorale, che decide – da fiero siciliano, dunque “figlio” della stessa acqua che bagna la sua isola natale e, poco più a Sud, Lampedusa – di dare una voce, scritta e non solo, ovvero uno strumento letterario a quella narrazione, peraltro così “umana” da non poter non penetrare rapidamente nei corpi, nelle menti e nell’animo di chiunque la intercetti, nelle vite, nella quotidianità, nella propria esistenza ordinaria anche quando apparentemente lontana da ciò che accade sull’isola. Tutto questo è Appunti per un naufragio (Sellerio Editore, 2017), un romanzo che non è un “vero romanzo” per come non abbia una trama convenzionale (nel senso che a ben vedere non ce l’ha proprio), una sorta di diario che tuttavia non mette in fila giorni e settimane ma visioni, emozioni e suggestioni, un quaderno di appunti solo apparentemente disordinati dacché in realtà profondamente logici per come sappia indicare, illuminare, palesare i tanti significati che, oggi, danno corpo al Genius Loci di Lampedusa, certamente tra i più tormentati eppure frementi di questa parte di mondo.

Davide Enia si reca più volte sull’isola, di frequente col padre – necessaria spalla familiare, colta e riflessiva, che lo aiuta a comprendere meglio ciò che vede e in certi casi a non esserne sopraffatto: visita e incontra abitanti, operatori umanitari, soccorritori, militari della Guardia Costiera, cerca di andare oltre le immagini diffuse dai media e i commenti che gli stessi ne derivano, prova a fare di quel pezzo di roccia in mezzo al mare, così “destabilizzante” a partire dalla sua orogenesi (è l’ultimo lembo di Italia e di Europa ma fa già parte della placca continentale africana, mentre la sorella Linosa no: è un raro caso di arcipelago transcontinentale) un vero e proprio libro litico, sulla cui dura superficie restano inevitabilmente inscritte innumerevoli tracce (storie) umane, nonostante il mondo che sta intorno, in particolare il “nostro” europeo, perseveri nel trascurarle e nell’ignorarle.

Lampedusa un libro assai corposo lo è assolutamente, in forza di quei tanti significati che il suo Genius Loci rapprende e contiene in sé: scrive Enia, a pagina 17, che «Lampedusa stessa è oggi una parola contenitore: migrazione, frontiera, naufragi, solidarietà, turismo, stagione estiva, marginalità, miracoli, eroismo, disperazione, strazio, morte, rinascita, riscatto, tutto quanto contenuto in un unico nome, in un impasto che non riesce ancora ad avere né una interpretazione chiara né una forma riconoscibile.» Ma non solo, perché a Lampedusa «Convivono assieme emergenza e ipocrisia, burocrazia e solidarietà, buon senso e culto delle apparenze. Lampedusa è un contenitore di opposti, davvero» (pagina 20).

La prima, fondamentale dicotomia, a Lampedusa, è ineluttabilmente quella tra vita e morte. Enia la percepisce in modo ancor più vivido dell’ordinario per come, tra i suoi viaggi sull’isola in compagnia del padre, si frapponga la vicenda della malattia dello zio Beppe, al quale egli è profondamente legato, che se da un lato gli acuisce l’inquietudine dell’animo all’acuirsi della gravità del decorso clinico, dall’altro gli affina la sensibilità verso ogni singola vicenda umana con la quale entra in contatto sul’isola, sia sul fronte dei migranti che su quello di chi opera nell’assistenza umanitaria. Perché, pur con origini del tutto differenti e nemmeno paragonabili, nella forma, le angosce che vengono vissute a Lampedusa non hanno tra di esse confini definiti, anzi: lo stesso dolore che di frequente si vede negli occhi dei migranti lo si percepisce in quello dei soccorritori, entrambi così spesso a contatto con la morte ed entrambi cogliendo una distanza dal resto del mondo che, essa sì, fa di Lampedusa un luogo “isolato”, appunto. Per quel mondo – che siamo tutti noi, è bene ricordarlo – «Era meglio che la morte rimanesse confinata in territori che si preferiva non esplorare» (pagina 24) e tanto meglio, dunque, che sia una minuscola isola in mezzo al Mediterraneo a far fronte a una tanto immane tragedia.

Eppure, ribadisco, è a Lampedusa che si sta scrivendo una parte importante della storia di questa parte di mondo, ben più che altrove – ben più che nei palazzi del potere italiani ed europei, nelle televisioni e sui media, nelle presunte verità di cui si nutre superficialmente l’opinione pubblica. «Quello che sta accadendo a Lampedusa, e che accade ormai da venticinque anni, è come un incidente stradale che continua a ripetersi. Ci sono i superstiti, i morti e i feriti e io che abito nel condominio che dà sulla strada dell’incidente mi trovo i giornalisti che mi bussano alla porta e mi fanno le domande. Ma sono le persone che hanno subito l’incidente che andrebbero intervistate, sono loro i soggetti da ascoltare, io abito in questa casa solo per caso, loro hanno compiuto vere e proprie avventure per giungere fino a qui. Noi possiamo offrire i primi soccorsi, dei biscotti, dell’acqua, del thè caldo e farci in quattro per capire come aiutarli a proseguire il viaggio. E invece loro, i veri soggetti di questa storia, quelli che andrebbero ascoltati per comprendere i tanti perché di questo esodo di massa, ecco, vengono rinchiusi nei Centri e zittiti nei loro diritti e nelle loro ragioni» (pagina 145). Se Lampedusa è un luogo che, fin dal suo “essere” geografico” destabilizza e sovverte il concetto di “confine”, in fondo destabilizza pure la realtà storico-geografica nel cui mezzo si trova, nel senso che sa svelare quale sia la “vera verità” al riguardo: lo fa proprio col suo possente Genius Loci, con la sua voce poderosa che solo i “sordi di spirito” non riescono a udire, e ugualmente svela la reale dimensione – e il reale aspetto, pure – dell’animo umano contemporaneo, proprio di quello che, indebolitosi da sé per mera ignavia, continua a elevare e “vedere” confini materiali e immateriali che non hanno alcun fondamento e alcuna logica dacché già ampiamente superati dalla storia. Ma si sa, la storia resta sempre una maestra che non ha scolari – e, anche quando pare li abbia, essi invero sono tremendamente distratti. O ignoranti.

Appunti per un naufragio è un libro intenso, vividissimo e letterariamente potente, consona testimonianza scritta per il Genius Loci di Lampedusa e la sua voce narrante. Ma è pure un libro delicato, costantemente garbato nei riguardo del tempo, della storia, delle vicende umane di coloro che, volenti o nolenti, sono parte del presente lampedusano e mediterraneo, un libro dal cui testo traspare una grande sensibilità e un lucido pragmatismo verso situazioni la cui intensità scava e sprofonda fin nell’intimo più recondito, scuotendolo con vigore. E se il testo si manifesta, tematicamente, come una lunga riflessione sul senso di “confine”, in realtà a me pare che vi rifletta più al negativo, proprio mettendo in luce come di quei tanti confini che delimitano e a volte separano i diversi elementi del nostro mondo contemporaneo, di reali ve ne siano ben pochi. E sono sempre dentro di noi, mai al di fuori, mai sulla terra o sui mari. Anche quando il confine sia – ovvero non (ci) sia – tra la vita e la morte.

Un libro da leggere senza remore alcuna, Appunti per un naufragio, e a prescindere da qualsiasi opinione, convinzione, certezza. Perché è una di quelle scialuppe letteraria che appaiono assai utili, nel mare agitato della storia contemporanea, sulle quali chiunque può trovare posto senza dover temere alcun naufragio culturale. Una possibilità quanto mai preziosa, appunto.