Daniele Dell’Orco, “Nicola Bombacci, tra Lenin e Mussolini” (Historica)

cop_bombacci_dellorcoItaliani, popolo di santi, poeti, navigatori ma pure a volte – troppe volte, dobbiamo ammettercelo – di banderuole, baciapile, voltagabbana e ipocrita compagnia cantante… Vien troppo facile citare a sostegno di ciò la realtà politica attuale (e non solo) quando invece proprio al politico, per il compito istituzionale che deve svolgere ma, ancor più e più semplicemente, per dover amministrare la res pubblica, sarebbe necessario richiedere la massima coerenza possibile a quegli ideali che ogni buona e urbana società dovrebbe avere alla base per prosperare al meglio – e, sia chiaro, si tratta quasi sempre di ideali universali, slegati da qualsivoglia colore politico come lo è e lo dovrebbe sempre essere il bene comune di qualsiasi comunità sociale determinata, nazionale o meno.
Ecco: raro esempio di coerenza ai propri ideali fu quello di Nicola Bombacci, passato alle cronache storiche come gran traditore ma invero, analizzando la sua parabola di vita – umana e politica oltre che intellettuale – veramente sinonimo di attaccamento alle proprie convinzioni ad ogni costo, anche al più caro, controverso e infamante. La analizza, tale parabola, Daniele Dell’Orco in Nicola Bombacci, tra Lenin e Mussolini (Historica, 2013), un saggio tanto agile quanto intenso che tratteggia bene l’unicità del rivoluzionario (come egli sempre si definì) romagnolo, efficacemente espressa nel titolo del volume che a chi non conosca il personaggio sembrerà del tutto antitetica.
Effettivamente in antitesi, se non in contrapposizione anche veemente col suo mondo, Bombacci lo fu di frequente: basti notare che la sua suddetta parabola vitale conobbe due sostanziali apici: nel 1921 con la fondazione del Partito Comunista Italiano, e nel 1945 con la sua fucilazione insieme a Mussolini e ad altri fedelissimi del Duce – e la seguente, drammaticamente celebre offerta dei cadaveri alla rabbia popolare in Piazzale Loreto a Milano.
Non è il primo saggio pubblicato su Bombacci, quello di Dell’Orco: già altri storici si incuriosirono alla fama del “comunista in camicia nera” (come lo definì Arrigo Petacco, a proposito di storici) e analizzarono la sua vicenda, che “godette” della particolarità di essere infamata sia da quella parte politica che contribuì in modo peculiare a fondare – la sinistra comunista di matrice leninista –  e sia dall’altra parte verso le cui posizioni si convertì (anche se tale termine è piuttosto incongruo, come Dell’Orco dimostra bene nel testo). Personalmente trovo sempre che quando un personaggio pubblico venga avversato da due parti opposte e antitetiche dimostri con ciò di essere innanzi tutto indipendente di pensiero e inoltre spesso nel giusto (succede ad esempio con alcuni – rari – giornalisti); altrettanto spesso l’essere nel giusto significa, molto semplicemente, esprimere le proprie opinioni e sostenerle con virtuosa onestà intellettuale (peculiarità a sua volta molto rara, oggi…). E’ ciò che in effetti fece Bombacci, la cui attività politica e sociale – ma direi l’intera sua vita – egli dedicò alla causa dei lavoratori, prima come attivista del Partito Socialista (il quale, è bene rimarcarlo, allora non aveva nulla a che fare con l’ultimo Partito Socialista di cui le cronache italiche hanno narrato), poi abbracciando la rivoluzione sovietica di Lenin e cercando di attuarne alcuni dei principi in Italia con la fondazione del Partito Comunista indi, proprio per via di quella sua estrema coerenza ai propri ideali che lo portò rapidamente in conflitto con i vertici comunisti italiani nonché per la sanguinaria virata dittatoriale che con l’avvento di Stalin al potere la Russia subì, con l’allontanamento dal partito e l’avvicinamento al Fascismo, che egli intese come unica forza italiana capace di realizzare, partendo da posizioni opposte a quelle della sinistra, gli ideali socialisti dei lavoratori.
Certamente è molto difficile comprendere un tale salto mortale, l’adesione di un comunista duro e puro al regime fascista così profonda al punto di finire fucilato con Mussolini, considerando ovviamente la realtà del regime e tutte le sue parti più oscure. Di sicuro su tale vicenda influì l’amicizia e la conterraneità di Bombacci con Mussolini; pure contarono le radici socialiste del Duce – che, non bisogna dimenticarlo, fu pure direttore de L’Avanti, “il” giornale della sinistra italiana del tempo; ugualmente non si può dimenticare che di rimando il regime fascista ebbe solide radici socialiste, altro che di destra! Infine (ma sto riassumendo, dacché Dell’Orco nel volume argomenta in modo ben più esteso tali motivazioni) contò parecchio lo scontro tra l’Italia mussoliniana e le potenze capitaliste occidentali, naturali nemiche per principio della rivoluzione comunista, e il disincanto verso la deriva totalitaria staliniana, che distrusse in breve tempo quanto Lenin seppe realizzare. Di contro, è assai discutibile il silenzio pubblico di Bombacci verso l’altrettanto totalitaria deriva del regime fascista a fronte del suo incondizionato appoggio alle azioni del Duce (anche se di dissensi col Partito Fascista ne ebbe e pure tanti, proprio perché sempre avversato dai gerarchi più reazionari e violenti del partito). Ma proprio ad intessere tutti questi fili all’apparenza ingarbugliati e ordinarli attorno a quello rosso, di filo, della coerenza incontrovertibile di Bombacci mira il libro di Dell’Orco, mettendo bene in evidenza come il contraddittorio attivismo politico del rivoluzionario romagnolo deve necessariamente essere (ri)letto in considerazione degli ideali, dei valori morali e degli scopi finali che egli, bel bene e nel male, sempre sinceramente, forse ingenuamente, cercò di perseguire.
In fondo fu egli stesso a dichiarare ciò, nel corso di un comizio agli operai dell’Ansaldo di Genova nel Marzo del 1945, a poche settimane dalla sua tragica fine, in una sorta di dichiarazione testamentaria morale: “Voi vi chiederete se io sia lo stesso agitatore socialista, comunista, amico di Lenin, di vent’anni fa. Sissignori, sono sempre lo stesso, perché io non ho mai rinnegato i miei ideali per i quali ho lottato e per i quali, se Dio mi concederà di vivere ancora, lotterò sempre. Ma se mi trovo nelle file di coloro che militano nella Repubblica Sociale Italiana, è perché ho veduto che questa volta si fa sul serio e che si è veramente decisi a rivendicare i diritti degli operai…” (pag.140)
Nicola Bombacci, tra Lenin e Mussolini è un ottimo testo, ben compilato e strutturato – e pure assolutamente intrigante e godibile nella lettura – che non solo mette in evidenza il “caso Bombacci” in tutta la sua effettiva realtà con visione aperta e veramente “storica”, ma che risulta anche un interessante e utile saggio su quel pezzo di storia italiana per certi versi ancora oscuro, al fine di comprenderne meglio l’indeterminatezza sovente caotica tanto quanto travisata e demagogicizzata – in ogni senso – che a tutt’oggi lo caratterizza.

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