Björn Larsson, “I poeti morti non scrivono gialli” (Iperborea)

cop_Poeti-morti-non-scrivono-gialliUno dei (tanti) motivi che negli anni mi hanno reso un grande e appassionato cultore della letteratura scandinava, è senza dubbio l’aver constatato la notevole duttilità letteraria dei suoi autori, che senza mai esondare troppo (o facendolo in modo non certo drastico) dall’alveo del peculiare stile iperboreo, lineare e pacato tanto da apparire quasi freddo (ovvia banalità, questa, alla quale tuttavia può venire da pensare) eppure sovente profondissimo come pochi altri, oltre che dal proprio personale mood narrativo, sanno costruire storie a volte molto diverse l’una dall’altra. E fate conto che quando scrivo “letteratura scandinava”, non faccio proprio riferimento alla giallistica di lassù, genere che identifica quel panorama letterario in maniera principale se non esclusiva nel sentore popolare. In verità di gialli nordici ne ho letti proprio pochi, semmai essendo ben più attratto da tutta l’altra narrativa, ovvero da quella che, per così dire, affonda maggiormente le proprie radici nella società scandinava e di essa racconta la (più o meno romanzata) realtà, più che storie di delitti, assassini, poliziotti di qualsivoglia taglia e tutto il resto.
Björn Larsson ad esempio – senza dubbio uno dei più noti scrittori svedesi contemporanei, piuttosto conosciuto anche in Italia dove giunge spesso in veste di autore o di velista (e infatti parla un più che discreto italiano, come ho potuto personalmente appurare incontrandolo qualche anno fa al Salone del Libro di Torino) – non si può certo definire un “giallista”, considerando quanto ha scritto e pubblicato nella sua carriera. I poeti morti non scrivono gialli, ultimo romanzo edito dalle nostre parti al momento in cui vi scrivo queste mie impressioni (Iperborea 2011 – 2010 l’edizione originale svedese, collana “Ombre”, traduzione di Katia De Marco) esce con un sottotitolo strano, “Una specie di giallo”, quasi che l’editore voglia da subito far capire che, se pur questa volta Larsson si è accostato al vasto mondo del romanzo poliziesco, non vi è poi entrato, o almeno non del tutto, diversificando la propria storia da quelle che “gialle” lo sono in toto e non per soltanto chissà quale specie. Invece, a mio parere – e per riagganciarmi a quanto sostenevo poco fa circa la duttilità letteraria degli autori nordici – I poeti morti non scrivono gialli è nella sua struttura narrativa un giallo che più giallo non si può, e pure dei più classici. Si direbbe che lo scrittore svedese abbia aperto davanti a sé il “manuale del bravo giallista” e ne abbia seguito le indicazioni assai fedelmente, per come nel suo romanzo vi siano – posti ben in ordine sullo scaffale narrativo – un omicidio, una rosa di potenziali assassini, un presumibile movente, un commissario che indaga e screma la suddetta rosa con lo scorrere delle pagine, e un indubitabile colpevole finale con tanto di spiegazione logica che lo renda tale fuor di dubbio, appunto. Un giallo peraltro godibilissimo, la cui trama regge perfettamente la curiosità e l’attenzione del lettore, riuscendo a creare la doverosa suspense che accompagna lo stesso fino alla scoperta dell’assassino, che avviene soltanto nelle ultime pagine.
Dunque, un romanzo persino banale in tali sue caratteristiche così da manuale? No, niente affatto. Dacché, appunto, Björn Larsson non è un giallista, e se pur ha saputo scrivere un giallo che entra a pieno diritto nel solco principale del genere, in realtà lo ha reso ottimo pretesto per disquisire di tutt’altro nonché, a me pare, per mettere nel cuore della storia una certa non trascurabile parte di sé stesso in qualità di autore e di letterato. Il morto della storia di Larsson, infatti, è Jan Y. Nilsson, poeta mirabile le cui opere vendono poco o nulla (già, anche in Scandinavia la poesia è ormai una sorta di mito letterario, apprezzata da tutti e da tutti altrettanto evitata!), che vuoi per soldi, vuoi per talento riconosciutogli in primis dal suo editore, vuoi per volontà di raccontare qualcosa di non così facilmente narrabile attraverso dei versi poetici, scrive un romanzo giallo di denuncia del/sul corrotto e losco mondo della finanza contemporanea, e su tutti i suoi attori che, alla faccia delle difficoltà economiche in cui versa la gente comune, guadagnano milioni e milioni anche quando le aziende o le banche controllate finiscono a gambe per aria. Il poeta Nilsson tuttavia tentenna non poco nello scrivere il romanzo, nonostante le motivazioni appena esposte gli forniscano più che ottimi motivi, e tentenna perché rimugina di continuo sul valore della letteratura e della poesia, sul timore che un romanzo destinato a diventare un best seller possa rovinargli l’aulica aura di poeta, cioè di autore pratico della forma più alta e sublime di letteratura, e di contro sul valore sociale della letteratura, sulla sua capacità non solo di raccontare la realtà ma anche di illuminarla, di renderla più comprensibile – se non di svelarla totalmente – agli eventuali lettori. E’ una riflessione, in fondo, sul senso e il significato dello scrivere, sull’arte della letteratura, su chi la voglia praticare e su cosa ciò comporti per chi la pratica e per chi ne può godere – riflessione che porterà avanti anche il commissario Barck, il poliziotto della storia (vedi il sopra citato manuale) a sua volta aspirante poeta.
Da tempo io sostengo che non esistono (in senso metaforico, ovvero non dovrebbero esistere) gli scrittori ma esistono prima di tutto i libri, e dovrebbero essere questi a determinare il successo e la grandezza di chi li scrive, non viceversa. In qualche modo, Larsson pare confermare questa mia tesi. Il protagonista del suo romanzo è un poeta che, in quanto tale, è ignorato dai più, eppure quanto scrive diventa importante, anzi, fondamentale a tal punto da cagionargli una brutta fine – e non solo per i temi trattati, anzi! Lo scoprirete leggendo il romanzo… In effetti il libro è lo strumento primario di diffusione della cultura, dunque della conoscenza, voglio anche dire dell’intelligenza, e il romanzo di Larsson è anche un atto di fede su tale fondamentale virtù che possiede la letteratura, che sia in forma poetica o in prosa. Ma qualcuno, nella storia narrata da Larsson, la penserà diversamente, privilegiando lo scrittore rispetto a quanto da egli scritto, tant’é che alla fine il poeta Jan Y. Nilsson non sarà l’unico a lasciarci le penne…
Ma, sotto certi aspetti, anche Larsson stesso, scrivendo I poeti morti non scrivono gialli, conferma la suddetta mia tesi, e proprio dimostrando(mi) quella grande duttilità letteraria che gli ha fatto scrivere questo ottimo super giallo (mi viene da definirlo così, non certo semplicemente una specie di giallo!) e che lo accomuna a tanti altri autori scandinavi: grandi libri che fanno grande il loro autore e non viceversa, appunto. La gente comune spesso sa citare i nomi di celebri scrittori ma non sa fare altrettanto con i titoli dei libri che essi hanno scritto: in base a tale meccanismo, a volte i libri diventano apprezzati perché famoso è il loro autore, e ciò mi sembra un’evidenza del tutto distorta e fuorviante un po’ come spesso accade nella moda, ove basta che un capo sia firmato da uno stilista dei più famosi e sarà ritenuto un must anche se è orribile da far schifo! Viene da pensare (ora vado pure oltre la fine della storia narrata da Larsson) che al protagonista de I poeti morti non scrivono gialli, il poeta Jan Y. Nilsson, accadrà piuttosto l’esatto contrario, pur se la sua sarà fama post mortem, inevitabilmente; per fortuna, Björn Larsson può invece regalarci chissà quanti altri bei romanzi e spero lo faccia ancora per lunghissimo tempo, in modo che i suoi grandi libri lo consacrino ancor di più di ora, e al di là di qualsivoglia genere letterario affrontato, il grande autore che indubbiamente nel panorama svedese e scandinavo è.
Imprescindibile nota di merito finale per le realistiche e assai sagaci osservazioni dell’autore sul mondo dell’editoria e sul senso di una tale “missione”: se le dovrebbero marchiare a fuoco sulla fronte certi celebrati editori italiani e poi, se pure ne tenessero conto, credo proprio che il panorama editoriale nostrano non sarebbe messo così male come invece è…

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