AA.VV. (a cura di Paolo Nori), “Repertorio dei matti del Canton Ticino” (Marcos y Marcos)

Posta la mia appassionata svizzeritudine, non potevo non cominciare la lettura della serie dei “Repertori dei matti”, curata dal sempre mirabile Paolo Nori, con il Repertorio dei matti del Canton Ticino (Marcos y Marcos, 2019), cantone elvetico di lingua e cultura italiana – anzi, lombarda, per la precisione – che già dimostra una certa dose di “pazzia” (ma lo dico con tutto l’affetto del caso) nell’essere culturalmente assai italiano, appunto, e nel diffidare degli italiani più che i cantoni svizzero-tedeschi. D’altro canto, il Ticino è terra di contrasti spesso forti: climaticamente alpina a Nord e mediterranea a Sud, praticamente lombarda nel Sottoceneri e già quasi mitteleuropea nel Sopraceneri, dipendente per molti versi da Milano ben più che da Berna, rifugio di grandi anarchici e buen retiro di capitalisti e milionari… insomma, un luogo che forse, per certi aspetti, può agevolare in alcuni una certa confusione mentale!

Ma chi sono in genere, poi, i “matti”? Ce ne sono sostanzialmente di due tipi, a mio parere, opposti eppure (quasi) “uguali”, a volte: i matti matti, quelli veramente con parecchie rotelle fuori posto, e i geni, che però sono talmente geniali ovvero fuori dall’ordinario delle persone “normali” che hanno intorno che queste, non capendo ciò che quelli dicono o fanno, li dichiarano “matti”. Piuttosto: se in fondo la pazzia, eccetto che nelle fenomenologie più estreme, fosse proprio una forma di genialità così avanzata da risultare incompresa? Quanti grandi inventori si sentirono dare dei matti solo perché le loro invenzioni in principio non le capiva nessuno? E quanti di essi, essendo così genialmente creativi, invero manifestavano atteggiamenti altrettanto “creativi”, stravaganti e fuori dalle convenzioni?

Ha ragione Nori a citare Giorgio Manganelli, all’inizio del testo, il quale aveva a sua volta ragione nello scrivere che il matto è «una figura archetipa» (non a caso è uno degli arcani maggiori dei tarocchi) e che «è un capolavoro inutile», tale spesso perché incompreso per l’incapacità o la non volontà di tanti di comprenderlo, ribadisco. E in effetti di matti (o squinternati, come li chiama Nori) ce ne sono ovunque, in ogni città, elementi costituenti il microcosmo sociale del luogo esattamente come ogni altra categoria di residenti, a volte anche più identificanti di tante persone “normali”. Matti – ma innanzi tutto individui – che di se stessi e con se stessi sanno scrivere «una storia laterale e insignificante ma che a noi interessa» – cito sempre Nori, nella prefazione al volume – la cui lettura, al di là dell’inevitabile divertimento che tante delle storielle narrate suscitano, rivela cose minime, trascurate, ignorate o scansate che fanno parte della nostra comune vita quotidiana contemporanea e che probabilmente ognuno di noi manifesta, o può manifestare, senza nemmeno rendersene conto e ovviamente senza mai credersi “matto”. Eppure, per fortuna che ciò succede: perché un’esistenza umana, anche la più razionale, senza un minimo di follia, in qualsiasi forma si possa palesare (dal genio all’irrazionalità non perniciosa, insomma), è veramente qualcosa di parecchio triste.

E comunque quello ticinese, di Repertorio dei matti, ha uno degli incipit più folgoranti in assoluto della serie: «Uno, ufologo, aveva iniziato la sua conferenza dicendo: “In genere, in Ticino, nessun uomo sano di mente è mai stato rapito dagli alieni”.» Ecco.

Un libricino da leggere, come d’altronde ogni cosa che scrive, produce, cura, inventa Paolo Nori, uno dei personaggi più belli e significativi della letteratura italiana di oggi.