Khaled Al Khamissi, “Taxi. Le strade del Cairo si raccontano” (Il Sirente)

cop_taxiUno dei più grandi best-seller della letteratura araba contemporanea, Taxi – opera prima dell’egiziano Khaled Al Khamissi – esce in Italia per l’Editrice Il Sirente, giovane e dinamica realtà editoriale della quale il volume inaugura la collana AltriArabi.
Taxi (tradotto da Ernesto Pagano) non è solo un viaggio – ripetitivo, caotico, intenso, vivissimo – per le strade del Cairo, compiuto dall’autore in forza della sua assidua frequentazione di quel mezzo, ma è, soprattutto, un lungo e denso viaggio al centro della società egiziana e araba in senso lato, della quale la categoria dei tassisti, in Egitto, rappresenta in maniera notevole una parte basilare – nel senso effettivo del termine, della base della struttura sociale del paese africano, ma anche pratico, per quanto le strade della capitale egiziana siano ben colme di taxi bianchi e neri (più di 80.000 auto!) , uno dei mezzi di trasporto più utilizzati ed economici da quelle parti…
Mi verrebbe da definirlo un libro di “banalità” contro la banalità, utilizzando il sostantivo in due modi diversi – ovvero alternativi – e opposti: da una parte, la “banalità” della gente comune cioè la ciancia quotidiana, quella che l’autore intrattiene con gli autisti dei mezzi sui più svariati argomenti attorno alla vita quotidiana in Egitto, e che naturalmente si può definire “banale” nel senso di ordinaria e proveniente dalla normalità quotidiana, dai discorsi che si generano dalla vita di tutti i giorni, vissuta al suo livello più popolare, ma tuttavia che banale non è (inutile dirlo) per come porta in sé il sentimento diffuso della maggioranza della popolazione, l’opinione dei più, l’espressione della realtà di quel mondo visto dall’interno e più da vicino di chiunque altro – certo molto di più dei politici e delle classi sociali “alte”, contro le quali sovente si scaglia la critica degli interlocutori dell’autore. Ma è, dall’altra parte, un libro contro le “banalità”, ovvero i luoghi comuni che, soprattutto dalla “nostra” parte di mondo, vengono utilizzati il più delle volte superficialmente – quando non in modo funzionale e/o conveniente a certi interessi geopolitici – per definire il mondo arabo: luoghi molto spesso rudemente manichei, grazie ai quali dalla nostra parte ci sono i buoni e da quell’altra sono tutti cattivi – maschilisti, integralisti, terroristi, sodali di Al Qaeda e quant’altro… Una visione del mondo alquanto limitata, insomma, soprattutto di fronte alla opposta vastità sociale globalizzante (nel bene e nel male) che il nostro pianeta oggi contempla, e che – beghe di politica internazionale a parte e cose affini – mostra un paese “molto” arabo come l’Egitto (nel quale, ad esempio, sono nati i Fratelli Musulmani…) la cui gente tutto sommato dice, pensa, sogna, aspira le stesse cose che si mirano nel mondo più “avanzato”… Si protesta contro i politici, contro le tasse, si pensa come tirare la fine del mese, si segue il calcio, si criticano gli americani ma si amano i film di Hollywood, si apprezzano le belle donne e qualcuno critica quelle troppo “libertine”…: insomma, ciò che si potrebbe sentire da un tassista di Milano o di Roma ma in “salsa” egiziana, e con la costante presenza di Dio – talmente costante da diventare quasi ridicola, per come venga tirata in ballo per tutto e il contrario di tutto – per proteggere la famiglia o per agevolare il contrabbando di sigarette, per citare due esempi opposti – in modo da avvalorare al massimo grado il noto motto di Jean Paul Sartre, “Quando Dio tace, gli si può far dire quello che si vuole”… Il che è in ogni caso sintomatico di un generale peggioramento del panorama socio-culturale arabo, che se da un lato offre intellettuali di livello assoluto in ogni campo, dall’altro conosce una decadenza civica triste e preoccupante, dovuta probabilmente anche a una nefasta influenza occidentale ma soprattutto – io credo – ad una perdita di coscienza antropologica collettiva che facilmente si offre quale terreno fertile per la nascita di piccoli o grandi integralismi…
Eppure, la lettura di Taxi diventa bella e importante anche per saper offrire, nella maniera più diretta ovvero dalla bocca stessa della “base” del popolo egiziano, più di una speranza a che non tutto sia perduto e, pur tra le mille difficoltà quotidiane, che nel popolo stesso si conservi la forza per risolvere i propri problemi e ritrovare il valore di quella coscienza antropologica collettiva necessaria ad ogni buona e progredita civiltà, tipica delle nazioni veramente più avanzate del pianeta.
Lettura interessante e illuminante, dunque, per la quale bisogna fare i complimenti a Il Sirente nonostante temo rimarrà per molti versi un libro underground… Ma anche ciò può essere un buon motivo per leggerlo!

(P.S.: recensione scritta nel Luglio 2009, ovvero prima della rivoluzione popolare egiziana che rovesciò il regime di Hosni Mubarak e gettò le basi dell’attuale status quo.)

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