Gene Gnocchi, “L’invenzione del balcone” (Bompiani)

Devo ammettere da subito che nutro una particolare predilezione per Gene Gnocchi, la cui comicità, sovente giocata sull’ironia dell’assurdo e del non-senso, è a mio parere non del tutto capita dal pubblico che, in ogni caso, gli tributa un buon successo già da parecchi anni, almeno in TV. D’altro canto, la comicità di Gnocchi è sotto certi aspetti più nordico-anglosassone che mediterranea: gioca più sulla situazione divertente che sulla battuta e sulla freddura d’impatto ironico immediato, che tuttavia non manca e che, appunto, è quella che il grande pubblico soprattutto coglie, mentre più difficilmente magari recepisce certe arguzie a volte pure assai colte che Gene Gnocchi cela nelle proprie assurdità, come anche nella stralunata vis comica che da sempre contraddistingue le sue presenze televisive.
Ottimo esempio dell’umorismo assurdo e non sense del comico emiliano – anzi, di Fidenza, visto quanto egli ci tenga a rimarcare di continuo la propria cittadinanza – è L’invenzione del balcone, ultima fatica letteraria edita da Bompiani, che in verità “assurda” lo è un po’ in tutto.
Lo è fin dal prologo (sempre steso dall’autore), lo è nella storia di Camillo Valbusa, che di mestiere fa’ il venditore di siero antivipera e che è il protagonista di una strampalata vicenda, sostanzialmente (e funzionalmente) senza capo ne coda, che si dipana in forma di diario quale efficace escamotage per offrire, giorno dopo giorno, tanti sketch comici assolutamente tipici del Gnocchi-style: un modus operandi abbastanza comune nei libri di comici televisivi tanto di risultare non così brillante, ma che qui, a differenza ad esempio – del quale ho esperienza diretta – dei libri di Luciana Littizzetto, non risente dell’assenza del “recitato”, per così dire. Ovvero: parecchi brani dei libri della Littizzetto, se da lei recitati con la sua ben nota verve risultano esilaranti, se semplicemente letti sulle pagine d’un libro non sembrano in fondo nulla di che; le pagine di Gnocchi, invece, sono divertenti di loro, senza dubbio anche perché la scrittura del comico fidentino è parecchio buona, curata, a volte quasi aulica, solo in certi passaggi cadente in micro-scurrilità che forse si potevano anche evitare, appunto per non deprimere l’ottimo livello stilistico. D’altro canto la bontà scrittoria di Gnocchi la si evince pure da come, tra le varie divertenti strampalaggini narrate o sullo sfondo di esse (tra le migliori il giorno 25 Agosto, pag.120), egli sappia inserire cose più “profonde”: piccole riflessioni quasi filosofiche (la convinzione del protagonista che “il mondo è finito. Niente esiste più. Certo, continuiamo a vivere ma il mondo è già finito. Da un po’. E’ come un corpo ancora caldo, non è ancora intervenuto il rigor mortis ma è morto, quindi tutti i fatti accadono ma morti, come non fossero già più del mondo, sospesi, senza storia, senza flusso” – pag.15. Sembra in effetti una buona descrizione del mondo reale di oggi…), tocchi leggeri di poesia quotidiana (Nunzio, il costruttore di mappamondi personalizzati: “siamo costretti a dire che no, che non possiamo farli questi mappamondi, perché il vento, anche leggero, anche provando e riprovando, il vento che ti spariglia appena un po’ i capelli, nessuno, sul mappamondo è mai riuscito a farlo.” – pag.101) oppure tematiche ben più “pesanti” eppure trattate con leggerezza mai banale (la morte, nel giorno 20 Agosto, pag.102).
E questo per metà libro. La seconda metà, generata dalla “gag” dell’improvvisa morte dello stesso Gene Gnocchi (annunciata dall’editore) che avrebbe così lasciato incompiuto il fin qui disquisito romanzo con la necessità, dunque, di trovare dell’altro da pubblicare per arrivare “almeno a pagina 250 anche scrivendo largo”, è occupata da un paio di “interviste postume” francamente superflue, e da una serie di divertentissimi carteggi “impossibili” dell’autore di Fidenza con personaggi d’ogni sorta, e sui più disparati argomenti – spesso di base assai seri, il che nuovamente dimostra, se ce ne fosse ancora bisogno, quanto Gene Gnocchi sia realmente colto, al di là del proprio personaggio comico surreale e stralunato: con Arbasino e Balestrini (e molti altri) sul Gruppo 63, con Kurt Gödel sull’esistenza di Dio, con Italo Calvino, con Stephen King e via delirando.
Posto quanto sopra, non posso non osservare, ora, come il divertente e (per me) apprezzabile non senso della scrittura di Gene Gnocchi si rifletta, in un certo senso, pure sul libro in quanto tale, sul prodotto edito, intendo. Perché questo libro, così come strutturato, per metà “romanzo” (che poi romanzo vero e proprio non è, e chissà perchè l’editore così lo definisce sulla copertina) e per metà successione di sketch comici, non capisco che senso editoriale abbia. E’ come avere tra le mani una Ferrari, ma per metà smontata: certo, è una supercar, si è felici di possederla, ma non si può ignorare che sia incompiuta, concretamente. Mi viene quasi da temere che il senso di L’invenzione del balcone sia meramente commerciale, ovvero che sia una pubblicazione “dovuta” dall’autore all’editore e dunque “raffazzonata” in qualche modo, o viceversa, magari per l’adempimento d’un qualche contratto. Ma ovviamente sto speculando, e certamente un altro senso, visto l’autore e posto, ribadisco, quanto scritto finora, potrebbe proprio stare nell’assurdo tipico della comicità di Gene Gnocchi.
Il quale per il sottoscritto – ribadisco pure questo – resta uno dei comici (se così lo si può definire, comunque semplicisticamente) più intelligenti in circolazione, in possesso d’un range umoristico assai vasto e poliedrico; dunque la lettura di L’invenzione del balcone è veramente divertente e mai futile, mai idiota come lo è tanta comicità che ci viene sovente propinata in TV. Anche per questo vorrei leggere un romanzo “vero” di Gene Gnocchi, o meglio del Gene Gnocchi attuale; per il momento, ci si può certamente accontentare (o ci si deve, gioco forza!) di questo suo ultimo scritto e, nel caso, recuperare gli altri suoi libri in forma di romanzo, alcuni peraltro di quasi vent’anni fa, dacché la certezza d’una amena lettura la si ha comunque.

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